Bruxelles – Nel 2025, l’Unione europea ha esportato 2.700 tonnellate di pinne di squalo verso i paesi extra-UE, per un valore di 44,8 milioni di euro. Rispetto al 2024, il volume delle esportazioni è diminuito del 15,2 per cento e il loro valore del 31,3 per cento. I dati, diffusi oggi (8 giugno) dall’istituto di statistica dell’Unione europea (Eurostat), rivelano che il calo fa seguito all’impennata avvenuta tra il 2023 e il 2024, quando il volume delle esportazioni era raddoppiato da 1.500 a 3.100 tonnellate.
Secondo l’Istituto di statistica, i dati del 2025 potrebbero segnalare un ritorno alla normalità dopo il picco dell’anno precedente, anche grazie al rafforzamento dei controlli da parte dell’UE. Bruxelles ha infatti intensificato il monitoraggio del commercio di pinne, introducendo nuovi codici prodotto nella banca dati di Eurostat per tracciare con maggiore precisione le specie più commercializzate, tra cui lo squalo azzurro e il mako pinna corta.
Anche la normativa internazionale ha giocato un ruolo importante. Alla fine del 2023, la Convenzione CITES – che regola il commercio internazionale di specie animali e vegetali a rischio – ha subito un aggiornamento significativo. Con la revisione dell’Appendice II ha incluso 60 nuove specie di squali nella lista delle specie protette, imponendo agli esportatori obblighi documentali più stringenti e controlli più rigorosi.
L’esportazione dall’UE è destinata soprattutto a Paesi asiatici. Nel 2025 le principali destinazioni sono state Singapore e la Cina, che hanno rappresentato rispettivamente il 41,5 per cento e il 40,9 per cento del commercio. Seguono Hong Kong (12,8 per cento), il Giappone (2,5 per cento) e il Vietnam (1,1 per cento).
La quasi totalità delle pinne esportate nel 2025 era costituita da pinne congelate, che hanno rappresentato l’89,9 per cento del valore totale, pari a 40,3 milioni di euro. Una quota minore, il 9,3 per cento, comprendeva pinne affumicate, essiccate, salate o in salamoia.
Parallelamente, l’UE importa anche pinne di squalo, ma in quantità nettamente inferiori rispetto a quelle esportate. Nel 2025 le importazioni si sono fermate a 20,2 tonnellate, per un valore di 0,3 milioni di euro. Il dato è in costante calo rispetto al 2023, quando erano state importate 66,9 tonnellate per 1,2 milioni di euro.
Eurostat pubblica i dati del commercio di pinne di squalo in occasione della Giornata mondiale degli oceani. Sul proprio sito, la Commissione europea riconosce che gli squali svolgono un ruolo cruciale negli ecosistemi marini, mantenendo l’equilibrio delle catene alimentari. Inoltre, individua tra le principali minacce alla loro sopravvivenza proprio la domanda di pinne per la zuppa – insieme a carne, pelle e cartilagine -, con una nota esplicita sul ruolo dei mercati asiatici nell’alimentare il sovrasfruttamento di popolazioni già fragili.
Nonostante questa consapevolezza, secondo uno studio IFAW (International Fund for Animal Welfare) basato su dati doganali ufficiali, nel 2020 (ultimi numeri disponibili) i Paesi UE erano la fonte del 45 per cento di tutti i prodotti a base di pinne importati nei principali hub commerciali asiatici. Bruxelles ha intensificato il monitoraggio, ma il tema del commercio di pinne di squalo rimane nel dibattito europeo.
Nel luglio 2023, la Commissione europea aveva risposto ufficialmente all’Iniziativa dei Cittadini Europei “Stop Finning – Stop the Trade”, che aveva raccolto quasi 1 milione e 120 mila firme, impegnandosi a valutare una misura legislativa per vietare il commercio di pinne di squalo sfuse e a introdurre strumenti più efficaci per l’identificazione delle specie. Vista l’assenza di risposta, ad aprile 2026 gli organizzatori dell’Iniziativa hanno fatto un passo ulteriore, presentando un ricorso formale al Mediatore europeo contro la Commissione. Le accuse sono precise: mancanza di trasparenza, assenza di un calendario aggiornato dei lavori legislativi e ritardi che, secondo i promotori, configurano una violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
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