Bruxelles – Le grandi aziende dell’Unione europea non possono più distruggere abiti, accessori e calzature rimaste invendute. Sono in vigore gli obblighi europei che dal 2030 scatteranno anche per le medie imprese. La misura è stato introdotta nell’ambito del regolamento europeo sulla progettazione ecosostenibile dei prodotti (ESPR)– in inglese “Ecodesign for Sustainable Products Regulation”, noto anche come regolamento Ecodesign – che mira a prevenire lo spreco di prodotti di valore e delle risorse utilizzate per realizzarli.
Secondo le nuove norme, le aziende devono dare priorità al mantenimento dei prodotti in uso, vendendoli – ad esempio attraverso sconti o mercati alternativi -, donandoli a enti di beneficenza o imprese sociali, oppure preparandoli per il riutilizzo, che comprende “riparazione, ricondizionamento o rigenerazione”. La distruzione degli articoli sarà consentita invece solo in circostanze specifiche e dovrà essere effettuata “in conformità con la gerarchia di trattamento dei rifiuti, dando priorità al riciclo”.
Per “gerarchia dei rifiuti” si intendono delle linee guida stabilite dal regolamento europeo, che ordinano le pratiche di gestione dei rifiuti dal più al meno virtuoso per l’ambiente. Generalmente, è rappresentata sotto forma di una piramide rovesciata con le opzioni preferite all’estremità superiore e, alla base, lo smaltimento come soluzione di ultima istanza per gestire i rifiuti.
Secondo questa logica, le aziende possono distruggere abiti e scarpe invenduti solo in casi limitati, ad esempio quando gli articoli sono pericolosi o danneggiati, contraffatti o violano i diritti di proprietà intellettuale, oppure vengono rifiutati da enti di beneficenza o programmi di donazione. Per prevenire abusi, le aziende che si avvalgono di queste esenzioni sono tenute a fornire prove – ad esempio documenti o risultati di analisi – e pubblicare relazioni annuali su ciò che hanno smaltito. Saranno poi le autorità nazionali a verificare il rispetto delle norme e nel caso, imporre sanzioni per le violazioni. Le aziende sono tenute inoltre a conservare la documentazione per cinque anni al fine di consentire le ispezioni. Per ridurre la burocrazia, inoltre, le aziende utilizzeranno i codici doganali e logistici esistenti per le dichiarazioni.
Il regolamento ESPR è entrato in vigore nel 2024 e stabilisce norme a livello europeo per rendere i prodotti più durevoli, riparabili, riciclabili ed efficienti nell’uso delle risorse. Il divieto di distruggere i prodotti tessili rimasti invenduti rappresenta una delle prime misure concrete previste dalla normativa. A causa dell’impatto ambientale degli attuali modelli di business, i tessuti sono il primo gruppo di prodotti soggetto a tale divieto, in quanto i prodotti rimasti invenduti spesso vengono distrutti.
L’Agenzia europea dell’ambiente stima che dal 4 al 9 per cento di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato in Europa vengono distrutti prima dell’uso, per un totale compreso tra le 264.000 e le 594.000 tonnellate di tessuti ogni anno. Secondo la Commissione europea, “quando i beni nuovi e utilizzabili vengono scartati, si perdono le materie prime, l’acqua, l’energia e il lavoro investiti nella loro produzione, mentre il loro smaltimento genera emissioni di gas serra evitabili”. Pertanto, attraverso le norme elaborate dopo un’ampia consultazione con imprese, ONG ed esperti, l’esecutivo incoraggia “il riutilizzo, la riparazione e pratiche aziendali più efficienti in termini di risorse”. Gli obiettivi sono rendere il regolamento efficace senza creare inutili complicazioni burocratiche e supportare la transizione verso un’economia europea più circolare e competitiva.










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