Bruxelles – “La detenzione e la condanna di Kavala violano la Convenzione europea dei diritti dell’uomo” e per questo “la Turchia è tenuta a rilasciarlo il prima possibile”. È ciò che ha stabilito oggi (25 agosto) la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) in merito al difensore dei diritti umani turco, Mehmet Osman Kavala, attualmente detenuto a Instanbul. Secondo i giudici bisogna considerare la sua condanna “nulla e priva di effetto”, eliminando tutte “le conseguenze delle misure adottate nei suoi confronti”.
Nato nel 1957, Kavala è un uomo d’affari, che ha partecipato alla creazione di numerose organizzazioni non governative e movimenti della società civile attivi soprattutto sul fronte dei diritti umani e della tutela ambientale. Sospettato di aver tentato di rovesciare il governo turco “con la forza e la violenza”, in relazione agli eventi di Gezi Park – una manifestazione contro la distruzione di un parco nel centro di Istanbul che sfociò in una protesta nazionale contro il governo – tra maggio e settembre 2013, e di aver “aver tentato di rovesciare l’ordine costituzionale” durante il colpo di Stato del 2016 – quando un golpe militare da parte di una fazione delle forze armate turche tentò di rovesciare il presidente Recep Tayyip Erdoğan -, l’attivista è stato “privato della sua libertà” il 18 ottobre 2017 e da allora non è mai uscito di prigione. Il 25 aprile 2022 gli è stato inflitto anche l’ergastolo aggravato.
La Corte ha sottolineato che “l’esistenza di una flagrante negazione della giustizia nei confronti del signor Kavala” e “lo scopo recondito di metterlo a tacere” illustrano la presenza di un problema sistemico in Turchia. Si tratta di “un contesto più ampio” caratterizzato “dalla detenzione e dal perseguimento penale di oppositori politici, difensori dei diritti umani e giornalisti sulla base di reati penali” la cui portata, secondo i giudici, è stata interpretata “in modo estensivo”. Sono state rilevate dunque delle “carenze strutturali” che hanno compromesso “le garanzie di indipendenza e imparzialità della magistratura e che avrebbero potuto facilitare l’esercizio di un’influenza diretta o indiretta da parte del potere esecutivo su determinate decisioni giudiziarie, in particolare in casi con una delicata dimensione politica”. Un’accusa implicita al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, già “noto” per la sistematica repressione del dissenso, l’erosione dello Stato di diritto e la limitazione delle libertà fondamentali promosse nel suo Paese.
Tra le diverse violazioni riscontrate della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza odierna figurano: la violazione dell’articolo 10 (libertà di espressione) e 11 (libertà di riunione e di associazione), ma soprattutto 6 paragrafo 1 (diritto a un equo processo) – per quanto riguarda le contestazioni relative all’indipendenza e imparzialità dei tribunali, all’equità del procedimento e alle limitazioni dei
diritti della difesa – e 3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti), in relazione all’assenza di un meccanismo di revisione della condanna all’ergastolo aggravato.
Non è la prima volta che la CEDU si pronuncia sull’attivista, anzi oggi ha confermato le conclusioni di ben due sentenze precedenti. A dicembre 2019 aveva stabilito che la sua detenzione violava il suo diritto alla libertà e che perseguiva il fine ulteriore di ridurlo al silenzio in quanto difensore dei diritti umani, ordinandone la scarcerazione immediata. A luglio 2022 aveva accertato che la Turchia era venuta meno all’obbligo di conformarsi alla sentenza del 2019.



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