Bruxelles – Bruxelles aspetta ancora i piani nazionali con cui gli Stati membri dovranno tradurre in misure concrete la legge europea sul ripristino della natura. Alla scadenza del 1° settembre, ieri, fissata dal regolamento Ue 2024/1991, venti Paesi non avevano ancora trasmesso alla Commissione europea la bozza del progetto del proprio piano nazionale di ripristino. La Commissione UE, per ora, sceglie un approccio collaborativo: “Il regolamento è nuovo e complesso” e l’obiettivo, spiegano da Bruxelles, è “aiutare le capitali a completare il lavoro piuttosto che aprire immediatamente procedure di infrazione”. I sette Paesi in regola con la scadenza di ieri sono Austria, Bulgaria, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna.
La Legge sul ripristino della Natura rappresenta uno dei principali tasselli della politica europea sulla biodiversità. Il regolamento impone agli Stati membri di adottare misure di ripristino su almeno il 20 per cento delle aree terrestri e marine dell’UE entro il 2030, con l’obiettivo di arrivare entro il 2050 a tutti gli ecosistemi che necessitano di essere ripristinati. Per il 2030, inoltre, sono previsti obiettivi specifici, tra cui il ripristino di almeno il 30 per cento degli habitat che non sono in buone condizioni. Il testo riguarda ecosistemi terrestri e marini, fiumi, aree urbane, terreni agricoli e foreste, oltre alla protezione degli impollinatori.
I piani nazionali sono quindi lo strumento attraverso cui i governi dovranno indicare dove intervenire, quali misure adottare, con quali tempistiche e con quali risorse finanziarie. Dovranno anche quantificare le superfici da ripristinare, indicare le aree potenzialmente interessate e spiegare come gli interventi si coordineranno con politiche già esistenti, dall’agricoltura alla gestione delle acque, fino a clima, foreste e pesca.
Tra i Paesi che non hanno rispettato la scadenza c’è l’Italia, dove il ritardo è legato anche al processo di consultazione pubblica. Il ministero dell’Ambiente, insieme al ministero dell’Agricoltura e con il supporto di ISPRA, ha avviato una consultazione per raccogliere contributi da cittadini e portatori di interesse. Il calendario italiano prevedeva la conclusione del processo e la consegna del piano alla Commissione proprio a ridosso della scadenza prevista: la fase dedicata alla redazione del rapporto finale della consultazione si è chiusa il 10 luglio, mentre la fase successiva prevedeva la consegna del piano entro il 1° settembre.
Guardando agli altri Paesi più grandi, la Francia sta completando il proprio piano, denominato “Agir pour restaurer la nature“. Il governo francese ha organizzato una prima fase di concertazione pubblica già nel 2025 e una nuova partecipazione del pubblico era prevista nell’estate 2026. Il piano è inoltre sottoposto a valutazione ambientale e richiede il coordinamento tra diversi ministeri. A pochi mesi dalla scadenza, il Senato francese segnalava inoltre che gli arbitrati interministeriali sul contenuto del piano non erano ancora conclusi e che non era ancora disponibile una stima definitiva dei costi della sua attuazione.
In Germania, il ministero dell’Ambiente ha già presentato in aprile una bozza del piano alla partecipazione dei cittadini. Il documento è quindi in una fase avanzata, ma Berlino non ha rispettato la scadenza di ieri per la trasmissione a Bruxelles. Il processo tedesco coinvolge anche gli altri ministeri e i Länder, e il carattere federale del Paese rende particolarmente complessa la raccolta e l’armonizzazione dei dati necessari.
La Polonia è, invece, ancora impegnata nella preparazione del piano sotto la responsabilità del ministero del Clima e dell’Ambiente. Il processo ha previsto una fase di pre-consultazione e il coinvolgimento di altri ministeri, in particolare quello dell’Agricoltura. La complessità deriva anche dalla necessità di coordinare le misure di ripristino con gli interessi legati alla gestione agricola e forestale.
Caso diverso è quello della Spagna, che ha trasmesso il proprio progetto alla Commissione UE il 31 agosto, un giorno prima della scadenza. Il piano spagnolo è dunque ora nella fase di valutazione da parte di Bruxelles.
Palazzo Berlaymont sottolinea che molti Stati “stanno affrontando contemporaneamente problemi tecnici, necessità di coordinamento tra settori e amministrazioni e processi di partecipazione degli stakeholder”. Per questo, almeno in questa fase, l’approccio resta quello di accompagnare gli Stati membri nella finalizzazione dei piani, con l’obiettivo di arrivare a strategie credibili e attuabili per il 2030 e oltre.

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