Bruxelles – A luglio i tassi di interesse sono rimasti invariati perché le condizioni non richiedevano interventi, in un senso come nell’altro. Ma la decisione presa dalla Banca centrale europea a fine luglio era dettata da un’estate calda ma non ancora così rovente come quella che poi si è rilevata. Tradotto: se si è tenuto conto della crisi di Hormuz, non si è potuto tenere conto fino in fondo degli effetti del clima estremo. Quindi, come recita il verbale di seduta pubblicato oggi (27 agosto), tutti i membri del Consiglio direttivo della BCE hanno chiarito che “la riunione di settembre fornirà la prossima opportunità per una valutazione completa delle prospettive di inflazione e dei rischi connessi, tenendo conto dell’evoluzione del conflitto nel Medio Oriente”.
Fin qui nessuna sorpresa rispetto a quanto dichiarato dalla presidente della BCE, Christine Lagarde, al termine della seduta di luglio. Ma dal resoconto emerge il perché di questo rinvio: i membri del consiglio direttivo si sono detti d’accordo sul fatto che “l’andamento dei prezzi dei prodotti alimentari sarebbe stato monitorato da vicino nelle proiezioni di settembre e oltre“.
Il timore che si nutre a Francoforte è che l’aumento dei prezzi dell’energia possa accoppiarsi ad un generale aumento dei prezzi dei generi alimentari, per una spirale inflattiva più forte e più difficile da contenere. Già a luglio è stato visto che per quanto riguarda i prezzi globali dei prodotti alimentari, questi sono rimasti “sensibili ai cambiamenti nell’approvvigionamento energetico, nei fertilizzanti e negli eventi meteorologici“. E’ qui, in quest’ultimo passaggio, che si può capire meglio la scelta di non toccare i tassi: per quanto calda fosse già l’Europa il 23 luglio, gli effetti del caldo erano comunque parziali.
La BCE: “Caro energia in estate e inflazione sopra obiettivi fino a metà 2027”
Ad ogni modo, per effetto del caro-energia prodotto dalla guerra degli Stati Uniti in Iran, i prezzi dei prodotti alimentari risultavano “aumentati fortemente dalla riunione di giugno, trainati da sotto-componenti come caffè e cacao”. In questo contesto, si legge nel resoconto di seduta di luglio, “guardando al medio termine, diverse forze potrebbero far salire di nuovo l’inflazione dei prezzi alimentari, tra cui l’impatto dello shock energetico che passa ai costi di input agricoli, compresi i costi di trasporto, nonché gli effetti legati al tempo delle recenti ondate di calore e la materializzazione di El Niño”.
In estrema sintesi: quello che non è stato capace di produrre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con la guerra in Iran in cui si è impantanato rischiano seriamente di produrlo i cambiamenti climatici. Il legame tra clima e cibo è preso in considerazione a Francoforte almeno per un paio di motivi. In primo luogo, “potrebbero essere un indicatore degli effetti indiretti dello shock energetico, anche se è stato accolto con favore che, per il momento, l’inflazione energetica e l’inflazione alimentare non stavano andando nella stessa direzione”.
In secondo luogo, rileva il consiglio direttivo della BCE, i costi di vivande e bevande risultano “altamente visibili ai consumatori” e per questo i prezzi dei generi alimentari svolgono “un ruolo importante nel plasmare le percezioni e le aspettative dell’inflazione e potevano esercitare una certa pressione sulle rivendicazioni salariali”.
Quello di cui un po’ tutti, attorno al tavolo del consiglio direttivo della Banca centrale europea, sembrano essere d’accordo è che “gli eventi meteorologici estremi e le crisi climatiche e naturali in corso più in generale, potrebbero far salire i prezzi dei prodotti alimentari di oltre il previsto“. Una sottolineatura, quest’ultima, risalente a fine luglio. Settembre sarà dunque il momento per aggiornare la situazione da un punto di vista non solo di guerra in Iran ma soprattutto di impatto climatico sulla produzione agricola. Un eventuale, e atteso, aumento dei tassi di interesse passa da qui.
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