Bruxelles – Destra o sinistra, poco importa. L’Atto sull’edilizia abitativa a prezzi accessibili adottato oggi (9 settembre) dal collegio dei commissari europei – che sarà oggetto del lavoro di Parlamento e Consiglio nell’ambito della procedura legislativa ordinaria – ha sollevato quasi esclusivamente critiche tra gli italiani eletti all’Eurocamera.
Il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, la coordinatrice di ECR in Commissione HOUS dell’Eurocamera – la commissione speciale dedicata all’esame della crisi degli alloggi e del caro affitti nell’Unione Europea -, nonché vice presidente del Parlamento, Antonella Sberna e il deputato Dario Nesci, in una nota hanno ribadito che “con l’attuale impostazione si comprime il diritto di proprietà, si invadono le competenze che spettano agli Stati membri e si mettono i territori uno contro l’altro”. Secondo i tre “il Regolamento misura la tensione abitativa in maniera univoca, senza per altro tenere in considerazione i redditi familiari, cosicché interi territori italiani risulteranno in emergenza mentre altri no”. Dopo aver definito la risposta comunitaria “ideologica e basata sui divieti”, gli eurodeputati hanno chiesto alla vice presidente esecutiva per la Concorrenza, Teresa Ribera, e al commissario europeo per l’energia, Dan Jørgensen, “di cambiare approccio e di aprire un confronto vero con il Parlamento europeo”.
Anche per la destra più moderata, le misure odierne non costituiscono una soluzione ottimale. Il vice capo delegazione di Forza Italia nel Gruppo Ppe e membro della Commissione HOUS, Marco Falcone, ha sottolineato che tutte le indicazioni che il suo gruppo aveva richiesto, come “l’aumento dell’offerta abitativa, la rigenerazione urbana, il recupero del patrimonio esistente, la sinergia fra investimenti pubblici e privati e la detassazione degli investimenti nell’housing, non trovano una risposta adeguata“. A ciò si aggiunge anche “un problema di metodo”: i due commissari avrebbero dovuto tenere del mandato espresso dal Parlamento nel “Rapporto Casa” , ma non l’hanno fatto. Analogamente ai conservatori, Forza Italia esorta l’esecutivo UE a “fermarsi e ritirare, o ripensare radicalmente, la proposta” perché “la crisi abitativa si affronta aumentando l’offerta e gli investimenti, non introducendo nuove restrizioni», ha concluso.
Anche all’altra sponda ideologica si pensa che il testo sia “deludente e imperdonabile”. L’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Gaetano Pedullà ha affermato che “l’unico passo avanti di fronte a un’emergenza abitativa che minaccia milioni di cittadini sono i possibili limiti agli affitti turistici nelle aree sotto stress alloggiativo”. Al contrario, Palazzo Berlaymont si è limitato a impegnare i singoli Paesi, una risposta che rischia di “restare sulla carta”. Nella proposta non sono presenti né “misure certe, veloci ed efficaci per spingere le amministrazioni pubbliche a costruire migliaia di nuovi immobili a prezzo calmierato e nuova edilizia popolare”, né “effettive scorciatoie per abbattere i tempi insostenibili delle autorizzazioni burocratiche e soprattutto non ci sono le risorse finanziarie necessarie per far partire un grande piano europeo con cui abbattere la precarietà e le paure di chi non può accedere a un tetto a condizioni di mercato”, ha osservato. Inoltre, “non c’è nessun obbligo come vanno dicendo politici ‘troppo’ sensibili agli interessi della lobby degli affittacamere e della multinazionale americana Airbnb“, ha precisato.
L‘unica che sembra applaudire è la presidente della Commissione HOUS al Parlamento europeo , Irene Tinagli (S&D). “Da oltre un anno chiediamo alla Commissione di intervenire dando dei criteri comuni per stabilire quando è legittimo intervenire e mettere un freno senza infrangere la direttiva sui servizi”, ha spiegato. Per Tinagli, dunque, il Regolamento non “vieta nulla, ma dà ai sindaci e ai governatori, degli strumenti per poter intervenire, sulla base di alcuni indicatori, quando la situazione è fuori controllo, quando ormai i prezzi delle case sono fuori dalla portata dei cittadini”. Adesso “la palla passa ai governi nazionali e agli amministratori locali: se non intendono fare nulla, ne risponderanno ai propri cittadini”. L’Unione ” non potrà più essere usata come alibi per trascinare in tribunale quei governatori e quei sindaci che provano a far valere i diritti dei cittadini” ha commentato.








