Bruxelles – “Indirizzare i fondi pubblici europei verso le fabbriche europee”. Un’urgenza che il ministro dell’Industria francese, Sébastien Martin, intende affrontare assieme agli altri 26 ministri dell’Unione. Arrivato oggi (24 settembre) a Bruxelles per il Consiglio Competitività, Martin ha ribadito che la “forte concorrenza, in particolare da parte dell’Asia, sta avendo un impatto sul mercato europeo” e bisogna “concordare al più presto l’Industrial Accelerator Act (IAA)” per dare finalmente “all’Europa la capacità di agire in materia industriale”.
Secondo il francese, la questione è una: “Quando sono disponibili fondi pubblici, vogliamo indirizzarli verso fabbriche e lavoratori europei” o “extraeuropei”? Martin ha osservato che per “alcuni settori industriali”, e in particolare “l’industria automobilistica”, l’Europa ha già a disposizione “una catena del valore integrata in grado di produrre automobili”, mentre “per altri settori, la catena del valore può essere più aperta” e, di conseguenza, “dobbiamo rimanere aperti al mondo”. Tuttavia, “la produzione deve avvenire in Europa per poter beneficiare degli incentivi pubblici”, ha sottolineato. Dunque, “il denaro pubblico europeo deve andare ai lavoratori e alle fabbriche europee”.
L’IAA è una proposta di legge presentata dalla Commissione europea con l’obiettivo di rafforzare la competitività, la resilienza e la decarbonizzazione dell’industria UE. Introduce il concetto di ‘Made in Europe’, cioè la preferenza europea, che prevede vincoli stringenti alle filiere produttive per poter accedere ad appalti pubblici UE. Il testo include anche la possibilità che prodotti provenienti da circa 40 Paesi terzi al di fuori dell’UE possono essere parificati al ‘Made in Europe’ ed essere ammessi agli appalti europei.
Alcuni Paesi UE sostengono che bisogna aprirsi maggiormente agli scambi. Ad esempio, la ministra tedesca dell’Economia, Katherina Reiche, ha dichiarato che “il quadro normativo che, a nostro avviso, deve seguire il principio ‘Made with Europe’, ovvero produrre in Europa, ma con i nostri partner commerciali come Norvegia, Svizzera e Canada”. Analogamente, il ministro spagnolo dell’Industria, Jordi Hereu I Boher, ha evidenziato che il suo Paese promuove “un’autonomia strategica aperta, in cooperazione e collaborazione con altre regioni del mondo e altri Paesi”. La Spagna affronta la questione definendo “tre aree geografiche di base”: il “nucleo”, cioè i Ventisette; lo “Spazio economico europeo” e “altri Paesi affidabili con cui abbiamo reciprocità dal punto di vista giuridico ed effettivo” e, infine, “il resto del mondo”. Cioè “Paesi terzi con i quali abbiamo accordi commerciali e altri trattati che, a seconda del settore, possiamo sfruttare appieno nella definizione della nostra strategia”, ha chiarito Boher.
A metà tra una posizione “protezionista” e una più “volta all’apertura”, si è collocato il ministro italiano dell’Industria e del Made in Italy, Adolfo Urso. In un punto stampa a margine del Consiglio il ministro ha affermato che “questo Made in Europe deve essere efficace ed equilibrato”. Ciò significa che da un lato deve “garantire la competitività delle nostre filiere industriali”, dall’altro “integrare quei partner strategici con cui condividiamo valori e anche filiere industriali, al fine di garantire le linee di approvvigionamento che sono fondamentali per la crescita, la resilienza e la sicurezza del nostro continente”, ha precisato. Tra i partner strategici, Urso ha menzionato “Gran Bretagna, Norvegia, il Canada, e Giappone”. Più nel dettaglio, sull’Industrial Accelerator Act e il principio di Made in Europe, “riteniamo che si debba partire dalla base industriale dei 27, con una visione inclusiva ed equilibrata, sia per garantire le filiere industriali e quindi l’approvvigionamento, sia per includere nella nostra strategia di politica industriale i partner strategici del continente”, ha specificato. “Non dobbiamo essere velleitari”, ha aggiunto, “dobbiamo essere pragmatici e responsabili” perché “è il momento di costruire l’autonomia strategica del nostro continente” e “non abbiamo altro tempo”, ha concluso il ministro.












