Bruxelles – In Danimarca più di otto donne su dieci hanno effettuato una mammografia nell’ambito dei programmi organizzati di screening nei due anni precedenti. In Ungheria, appena poco più di una su quattro. Nel mezzo, oltre cinquanta punti percentuali di distanza: è questa la fotografia delle disuguaglianze europee nella prevenzione del tumore al seno, secondo gli ultimi dati Eurostat relativi al 2024. Svezia e Finlandia superano l’81 per cento, mentre la quota ungherese si ferma al 27,2 per cento. Numeri che raccontano quanto l’accesso alla prevenzione sia ancora lontano dall’essere uniforme nell’Unione europea.
Ma il cancro non si misura soltanto in percentuali, diagnosi precoci e programmi di screening. C’è un momento in cui i numeri finiscono e comincia il corpo: quello che cambia, che porta i segni degli interventi e delle terapie, che a volte diventa difficile persino da riconoscere. Sia per sé stessi che per i propri cari. C’è la femminilità che si confronta con la perdita dei capelli, con le cicatrici, con le trasformazioni imposte dalle cure. E c’è la necessità, spesso lasciata ai margini del racconto della malattia, di ritrovare un modo per guardarsi.
È da qui che parte “Cleopatra (m)Alata”, la mostra fotografica itinerante ideata da Miriam Bruni insieme al fotografo Roberto Cerè. Nei ritratti, Bruni si mostra con la testa rasata, adorna di gioielli, senza nascondere i segni della malattia. Non cerca di rendere il cancro bello, né di suggerire che l’arte possa sconfiggerlo. Fa qualcosa di diverso: si riprende il diritto di raccontare il proprio corpo, prima che siano la diagnosi e le cure a definirlo interamente.
“Non avendo mai pensato che essere colpiti dal cancro fosse una cosa di cui vergognarsi, ho semplicemente portato avanti” una ricerca fotografica su se stessa, racconta Bruni in un’intervista a Eunews. L’incontro con Cerè e la passione condivisa per l’arte hanno trasformato quel percorso personale in un progetto pubblico: mostrare un corpo “messo duramente alla prova ma ancora capace di dialogo, dolcezza, creatività e spirito di comunione”.
Il titolo contiene già una dichiarazione d’intenti. Dentro “malata”, Bruni ha trovato “alata”: basta togliere una lettera per aprire una prospettiva diversa. Non è una formula magica, non cancella il dolore e non addolcisce la realtà delle terapie. È un modo per cercare, dentro una parola che sembra contenere soltanto una condizione, la possibilità di non coincidere interamente con essa. “Accorgermi che dentro l’aggettivo “malata” c’era il termine “alata” mi parve un ottimo inizio, e indizio, su cui lavorare”, spiega.
La sua non è una storia di malattia raccontata a posteriori, con la rassicurazione di un lieto fine. Bruni aveva meno di 35 anni quando le è stato diagnosticato il primo carcinoma mammario, prima dell’età prevista per lo screening di routine. In seguito ha scoperto di essere portatrice della mutazione genetica BRCA1. Oggi è nuovamente in chemioterapia e affronta il cancro per la terza volta in dodici anni.
È un’esperienza che restituisce un significato concreto anche al dibattito europeo sulla prevenzione, pur senza ridurre la sua vicenda a una questione di screening: le strategie rivolte alla popolazione e i percorsi di sorveglianza individuale non sono la stessa cosa, soprattutto quando entrano in gioco fattori genetici. L’obiettivo fissato dal piano europeo di lotta contro il cancro è offrire screening per il tumore al seno, al collo dell’utero e al colon-retto al 90 per cento della popolazione dell’Unione che ne ha diritto. Le differenze tra gli Stati mostrano quanto la strada sia ancora lunga.
Eppure, anche quando la prevenzione arriva tardi o la malattia ritorna, resta una parte dell’esperienza che nessun indicatore statistico può restituire: il rapporto con il corpo dopo gli interventi, il peso emotivo delle terapie, le trasformazioni dell’identità. Bruni non prova a riassumere tutto in un messaggio di coraggio. Non pretende di parlare a nome di tutte le pazienti e non offre consigli che, oggi, non sente di poter dare.
“Non ho le forze, ora, per dare consigli. Offro la mia testimonianza di paziente oncologica, quello sì, e la mia opera poetico/fotografica”, dice. E sulle conseguenze fisiche ed emotive delle cure aggiunge: “Ci sarebbe tanto, troppo da dire. Forse per questo ho preso la strada silenziosa del Ritratto artistico”.
È proprio quel silenzio a rendere le immagini così eloquenti. I gioielli richiamano anche il calore umano ricevuto durante e dopo il ricovero: segni di una vicinanza che convive con la durezza della malattia. Il corpo non viene nascosto, ma neppure trasformato in una prova di coraggio da esibire. Diventa un linguaggio, un modo per continuare a stare nel mondo anche quando la malattia ne cambia i contorni. “Soffrire senza smettere di offrirsi”, recita la locandina della mostra. Non significa negare il dolore, né pretendere di ricavarne per forza una lezione. Significa provare ad attraversarlo senza rinunciare alla propria capacità di creare, incontrare gli altri e riconoscersi ancora nella vita.
Dal 2023, quando la mostra ha iniziato il suo viaggio, Bruni racconta di aver trovato nella condivisione una nuova spinta, come se le sue risorse interiori avessero ricevuto “nuova linfa”. Non significa che la sofferenza sia diventata più leggera. Significa che può essere raccontata senza lasciare che occupi tutto lo spazio.
Mentre l’Europa cerca di colmare le distanze nell’accesso alla prevenzione, “Cleopatra (m)Alata” porta il discorso oltre le statistiche. Ricorda che la diagnosi non esaurisce una vita e che un corpo ferito non smette per questo di essere un corpo capace di esprimersi, creare e incontrare gli altri. La malattia resta, con tutta la sua durezza. Ma non è obbligata ad avere l’ultima parola.
Frida Khalo disse che l’arte più potente della vita è fare del dolore un talismano che cura.
Io il dolore lo conosco bene, non soltanto a causa del cancro; per questo non posso esimermi dal cercarvi un risvolto di senso, per me e per gli altri. Accorgermi che dentro l’aggettivo “malata” c’era il termine “alata” mi parve un ottimo inizio, e indizio, su cui lavorare…














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