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    Home » Opinioni » Canadian Dry, l’epocale in cerca di contenuto

    Canadian Dry, l’epocale in cerca di contenuto

    L'Alleanza per il Futuro letta da Québec a Calgary, il quasi silenzio americano a pochi giorni dalle midterm, e il TTIP che non abbiamo fatto

    Roberto Zangrandi di Roberto Zangrandi
    2 Novembre 2026
    in Opinioni, Economia, Politica
    Sorridenti nella conferenza stampa al termine del Summit EU-Canada, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, il premier canadese, Mark Carney. Source: EU Commission

    Sorridenti nella conferenza stampa al termine del Summit EU-Canada, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, il premier canadese, Mark Carney. Source: EU Commission

    Montréal, venerdì 30 ottobre. Mark Carney dal podio: “Oggi ci muoviamo verso l’adesione associata del Canada e lanciamo una nuova alleanza per il futuro”. Accanto a lui Ursula von der Leyen e António Costa, che parla di un Canada “a un passo dalla piena adesione”. Il tono è epocale. I testi, meno. Sul tavolo c’è poco, ma è concreto. Un accordo sul commercio digitale, con pagamenti più semplici per vendere online in Europa. La Bei che può finanziare progetti di materie prime critiche in Canada. Ottawa dentro il prestito europeo per l’Ucraina, 500 milioni di euro iniziali. Supercomputer europei per i ricercatori canadesi. Erasmus+ entro metà 2027, Horizon Europe da membro pieno nel 2028. E, grazie al CETA, il Canada rientra nella preferenza europea per gli appalti pubblici su acciaio, cemento, alluminio, auto e tecnologie a zero emissioni nette. Un TTIP in sedicesimo se la trattativa con gli Usa non fosse fallita nel 2016 e sepolta nel 2016. Mancano, nel resoconto dell’agenzia bilingue (francese e inglese) Canadian Press, la difesa e gas liquefatto. Sul regolamento antideforestazione e sul dazio carbonio i negoziati sono «avanzati» ma irrisolti. Calendario: a marzo i commissari in Canada, a giugno Carney al Consiglio europeo e chiusura dei negoziati.

    Come già riportato da eunews.it, “Ue e Canada si avvicinano il più possibile, per tenere lontano Trump“. Il più utile tra i tanti usciti, perché separa l’etichetta dalla sostanza. «Membro associato» non compare nel comunicato congiunto; compare l’impegno a definire, entro il vertice del 2027, un’associazione più stretta senza piena adesione. Eunews isola poi il contenuto più concreto, la preferenza europea estesa al Canada, e chiude con le incognite giuste: un anno elettorale in Europa, la lite sul bilancio pluriennale che parte nel 2028, l’allargamento. Fra le tante, una cronaca che non si lascia incantare dal podio e dalle foto di von der Leyen e il garrire di bandiere.

    Sarà pure “epocale”, ma Germania, Francia, Italia e Grecia hanno chiesto di chiarire l’espressione prima di avallarla; l’Italia, a quanto pare, ha rilievi sul capitolo competitività e sovranità tecnologica. Il Centre for European Policy Studies ricorda che il «membro associato» nei Trattati non esiste. Bloomberg, alla vigilia del vertice afferma: “più vicini, ma senza membership associata”. Vina Nadjibulla, co-fondatrice e CEO del Centre for Strategic Statecraft di Ottawa dice che: “Il termine non conta, contano i progetti”. La cornice è epocale, ma Il quadro è da riempire.

    Intanto, il canadese francofono legge il vertice dalla sedia. Il governo del Parti Québécois, con Paul St-Pierre Plamondon, accusa Ottawa di averlo imbavagliato; Carney risponde che era invitato alla cena e ha rifiutato (CTV Montréal, 27 ottobre). A settembre l’allora premier Christine Fréchette aveva detto: “Il Québec non può essere un semplice spettatore“. Il Bloc Québécois vuole il voto parlamentare promesso e un negoziato con la provincia. Sotto, il nervo scoperto: la gestione dell’offerta, le quote di latte e formaggi. Yves-François Blanchet ricorda che il formaggio europeo si è già preso scaffali che sarebbero andati ai produttori locali.

    E qualche boomer locale e d’antan, ha udito riecheggiare le parole Vive Montréal! Vive le Québec! Vive le Québec libre! Vive le Canada français! …et: vive la France! pronunciate da Charles De Gaulle sessant’anni fa dal balcone della casa comunale di Montreal nel corso della sua visita alla Expo 67. Allora fu che la polemica sopraffece le Général, che annullò il resto della visita che comprendeva la parte più ufficiale a Ottawa… Questa volta è solo necessaria una presa d’atto fattuale e secolarizzata. E una corretta valutazione dell’accordo; cosa tuttavia, non facile o scontata.

    Il Globe and Mail a Toronto, ha titolato sull’impegno a una ever-closer association, formula presa in prestito dai Trattati europei. Un lettore di The Hub osserva che il CETA, l’acronimo in uso per l’accordo  Comprehensive Economic and Trade Agreement, a dieci anni, manca ancora di dieci ratifiche, e che l’associazione porterà «condizioni» e allineamento normativo. Mentre Bob Rae, ex premier dell’Ontario, commentando dubbi in arrivo da Washington ha ribadito con baldanza che: “Il presidente Trump non controlla la nostra politica“.

    È a Calgary, che il tono cambia. Il Western Standard, testata conservatrice dell’Ovest, ha seguito la lite europea sul termine e la spinta tedesca a toglierlo. Pierre Poilievre tranquillizza il suo elettorato più schizzinoso: il Canada non sarà mai «il ventottesimo Stato dell’Unione europea», niente tasse, leggi e regole Ue sulle frontiere aperte. Un editoriale dei grandi quotidiani di Calgary non risulta. Parla l’assenza: gas liquefatto e difesa, i capitoli cioè che maggiormente interessano l’Alberta, non compaiono nel resoconto. Senza quei due  item, che accordo è? Un CETA reloaded?

    Dalla costa sul pacifico e nel grande nord del paese è silenzio. Vancouver guarda a Ovest: il gas di LNG Canada parte per l’Asia, l’Europa è un capitolo, certamente non la narrativa complessiva. Dalla Columbia Britannica non risultano prese di posizione di rilievo. Nel Nord l’Artico è in agenda ma finisce in «ulteriori colloqui» su Artico e frontiere; gli Inuit chiedono da tempo più peso nella difesa della regione. Non vedono una saldatura con le realtà europee.

    Diversa la percezione a Washington e New York. Politico, da Washington, ha dato la chiave: ora o mai più. Il Washington Post, il 29 ottobre, titola sull’alleanza spinta “contro le minacce di Trump”. Newsweek, da New York, riporta l’avvertimento del presidente: se lo giudica ostile, “dazi molto seri o stop agli scambi con l’Europa su molte cose”; la Casa Bianca non ha aggiunto altro. La senatrice democratica Jeanne Shaheen: allontanare il Canada “farà male al New Hampshire”. A Chicago e San Francisco non risultano commenti. La lettura, neppure tanto in filigrana, è solo una: Trump minaccia, gli alleati si organizzano.

    Mercato USA isolato? Non ancora. Gli Stati Uniti assorbono tra il 72 e l’80 per cento dell’export canadese, secondo fonti e anni; l’Europa il 4. Martedì 3 novembre si vota per le midterm. I dati Euroscope che questa testata ha pubblicato il 27 ottobre dicono che gli europei tifano per i democratici. Ma Politico lo ricorda: anche se perdesse il Congresso, Trump conserva i poteri tariffari. E il pennarellone Sharpie per firmarli ostentatamente.

    L’accordo ha una validità intrinseca. Il CETA, che è puramente economico e commerciale, è un accordo che  azzera i dazi su fino al 99 per cento delle merci; dal 2016 al 2025 gli scambi di beni sono saliti del 76 per cento, quelli di servizi del 90. Digitale, minerali, ricerca sono mattoni. Il nuovo quadro è squisitamente e solo politico, ma ha il potere di rinvigorire il CETA, secondo molti osservatori del quartiere europeo di Bruxelles. Compresi alcuni di coloro che stanno nella missione commerciale USA.

    Ora il controfattuale. Se avessimo proseguito sul TTIP, con le cautele dovute su standard alimentari e arbitrato, parleremmo oggi con Washington da un’altra posizione. Le vecchie stime dell’Atlantic Council (2014), lato americano: auto fino a più 650 per cento di export, circa 85 miliardi di dollari; metalli più 125; alimentari trasformati più 102; 198 miliardi di export aggiuntivo in quindici anni; quasi 740 mila posti. Lato europeo, il CEPR (2018): Pil Ue più 1,3 per cento, Usa più 0,7, quasi tutto dalle barriere non tariffarie. Sono proiezioni dell’epoca, non fatti. Ma indicano dove l’interdipendenza sarebbe stata più fitta: auto, metalli, agroalimentare, chimica, meccanica, assicurazioni. Le stesse filiere su cui oggi Washington ci tratta a colpi di dazi.

    Lui il Chief Diplo-qualcosa che sapeva, sa e saprà, dice senza sconforto e con l’ottimismo della diplomazia: “Abbiamo Turnberry; è approvato dal Parlamento europeo con condizioni, vero. È una tregua, non un trattato”. Turnberry, costa scozzese, 27 luglio 2025. Nel resort di golf di proprietà di Donald Trump, il presidente americano e Ursula von der Leyen stringono un patto che serve a una cosa sola: non farsi la guerra dei dazi. Non un mercato comune dell’Atlantico, un armistizio. Poi il lungo cammino europeo, tra Commissione, Parlamento e capitali, con dibattiti accesi; il regolamento è in vigore dal 1 luglio 2026 e scade a fine 2029. Una tregua con la data stampata sopra, che cade dentro lo stesso orizzonte in cui si misurerà il Canada. E per molti, Turnberry rimane l’indelebile Canossa di Ursula…

    Il Canada però non sostituisce l’America; le proporzioni restano quelle. Riapre però la possibilita di accordi a largo raggio. Il Mercosur è in applicazione provvisoria dal 1 maggio 2026, in attesa del parere della Corte di giustizia. Il Canada è avviato. Con gli Stati Uniti non dobbiamo lasciarci sfuggire la prossima occasione, magari con amministrazioni più abbordabili.

    La condizione è distinguere la nazione potenza economica e la nazione politica. Si influenzano, e molto. Ma filiere, capitali e brevetti sopravvivono a un presidente; le sue invettive no. Chi le confonde sbaglia i tempi. Serve chiarezza e una visione a medio periodo, tanto più negli anni di un’economia che accelera. Montréal è un buon primo passo; la strada, per non farla in salita, si decide adesso. Se no ci resteranno in mano solo due lattine: una di ginger ale e l’altra di birra – una Canada Dry, sebbene di proprietà USA…, e una Budweiser.

    _____________________________________
    Risorse di rete sono state utilizzate per validare le sequenze di date, certificare cifre in base a fonti pubbliche, controllare atti e personaggi/aziende, assicurare la correttezza formale e il formato dei contenuti. Il punto di partenza rimane una serie di appunti personali e una narrativa redatta in via originale dall’autore.

     

    Tags: alleanzaCanadaTtipueusa

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