Primi anni 80. Il contratto di consulenza era molto interessante. Si trattava di risalire alle origini del malessere e malfunzionamento di Italsider, ma dal punto di vista manageriale. La cultura aziendale seguiva andamenti gaussiani ma ravvicinati. Campagne di miglioramento si susseguivano. Recupero materiali dispersi negli anfratti degli stabilimenti, miglioramento della manutenzione, tentativi di giapponesizzare (o anche scandinavizzare) comportamenti consolidati, efficientare catene di comando, omogeneizzare stili aziendali da Genova a Taranto… Settimane di interventi formativi in aula: capi operai, quadri operativi, colletti bianchi. Insomma, il catalogo completo.
A me, giovane apprendista consulente in licenza dal giornalismo economico attivo, toccò di migliorare la comunicazione e rendere più fluidi i processi di trasmissione delle disposizioni, aiutare a sviluppare linguaggi comuni semplificati per assicurare un “allineamento” più veloce e una rapida discesa delle strategie dai piani alti al floor delle fabbriche, dagli altiforni al “treno lamiere”, che come scoprono ancora oggi molti neofiti, non parte dalla stazione… Interventi formativi lunghi settimane, scoperta del Salento più bello nelle pause, cene a Massafra al ristorante Malavoglia, nel frattempo diventato l’Osteria la Botte, aperto oggigiorno solo i weekend. Cucina tradizionalissima pugliese, un bagno di cultura gastronomica meridionale.
Ero appena tornato da un mese di viaggio di lavoro in Sudafrica, visitando miniere e approfondendo temi di integrazione culturale e sociale. Mi ero innamorato del Fanakalo. È una lingua nata in Sudafrica nell’Ottocento e nota come idioma specifico delle miniere d’oro e diamanti. Un dialetto, un gergo esteso, sviluppato per far comunicare lavoratori di etnie diverse e supervisori, il suo vocabolario è un cocktail: poco meno di tre parti circa di zulu, un quarto di inglese e il resto afrikaans. A un certo punto era parlato da oltre 700 mila persone. Due settimane per impararlo e assicurava che gli ordini venissero capiti dalle diverse etnie operaie prima, e poi, eseguiti. E che la dinamite fosse posta dove doveva e non altrove.
Il nome significa “fallo così”. Oltre alla variante mineraria, esistevano subdialetti agricoli e domestici. Era diveventata lingua franca nell’Africa australe; è progressivamente declinata dopo la fine dell’apartheid a favore dell’inglese; sopravvive ancora oggi in alcuni giacimenti sotterranei di oro e platino. Non ne feci la versione italiana, ma i principi che semplificavano la comprensione dei processi li ho rapinati e utilizzati tutti. Non servì a molto. Comprendere davvero il percorso della miseranda fine dell’accieria che dava le lamiere alle costose auto svedesi, autentici status symbol in quegli anni, andava oltre la semplificazione del linguaggio di fabbrica.
Martedì 3 novembre, la mattina, una ditta chiamata Liz Italia ha cominciato a spegnere i bruciatori che tenevano in caldo i cowpers di Taranto, cioè quegli impianti ausiliari per il recupero del calore e il preriscaldamento dell’aria da immettere alla base dell’altoforno. Un gesto senza rumore, che chiude sessant’anni di acciaio a ciclo integrale. La Cassazione ha respinto il 29 ottobre i ricorsi dei commissari; l’ultima colata di ghisa era uscita l’8 ottobre, a materie prime esaurite; l’altoforno 1 è sotto sequestro dall’incendio del maggio 2025, il 4 è fermo per manutenzione. Entro la settimana cokerie e altiforni saranno freddi, e l’azienda ha chiesto di estendere la cassa integrazione fino a 8.622 lavoratori del gruppo, 6.964 a Taranto.
In termini reali, meno di quanto si pensi nei volumi e molto di più nella sostanza. L’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio nel 2025, seconda in Europa dopo la Germania, quasi tutte da forno elettrico alimentato a rottame. Quello che manca è il laminato piano: il coil per automobili, elettrodomestici, tubi, le lamiere di Fincantieri. Tra il 2012 e il 2023 la produzione di piani è scesa da 14,5 a 9,6 milioni di tonnellate, e nel 2023 abbiamo importato 11 milioni di tonnellate di semilavorati piani su un fabbisogno di 15. Taranto non spegne una produzione, ratifica una dipendenza già compiuta. E lascia le domande che seguono.
Dove lo compreremo? Dove lo compriamo già, con la Turchia in testa e gli altri Paesi extra UE a seguire. Ma il mercato è cambiato sotto i piedi. Dal 1° luglio le quote a dazio zero sono scese a 18,3 milioni di tonnellate, il 47 per cento in meno del 2024, e fuori quota si paga il 50 per cento; da gennaio c’è anche il Cbam, il Carbon Border Adjustment Mechanism, che compensa il costo delle emissioni pagate dai produttori UE rispetto ai prezzi che possono praticare i produttori terzi che non devono pagare le emissioni. Compreremo a prezzi più alti, in concorrenza con tutti gli importatori europei per quote più scarse. Il paradosso sta nei tempi: l’Europa alza le mura proprio mentre Taranto si ferma, e per la prima volta da anni un’acciaieria avrebbe, sulla carta, un mercato protetto.
È stata solo colpa dei fattori di produzione? No. L’energia pesa: le acciaierie europee pagano l’elettricità industriale oltre il 50 per cento più delle rivali cinesi e indiane e più del doppio di quelle americane, e il 28 ottobre il gas ha superato i 100 euro al megawattora. Ma lo stesso prezzo grava su Linz, su Salzgitter, su Dunkerque, che non chiudono. Il lavoro conta meno della sua produttività: Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha ricordato che Acciaierie d’Italia teneva circa diecimila dipendenti per produrre cinque milioni di tonnellate, lo stesso organico dei tempi dei dieci milioni. E nel 2024 si è scesi sotto i 2,5 milioni, contro i sei che il piano promette per il 2026.
Le responsabilità sono politiche? Sì, e pesanti: decreti a ripetizione per tenere aperto ciò che i giudici volevano fermare, un governo che dopo la sentenza “prende atto” rilevando che la Cassazione ha disatteso la Procura generale, vendite tentate con Baku Steel, Jindal, Flacks e finite senza un compratore. Fermarsi lì sarebbe comodo. La Corte d’Appello di Milano aveva dato novanta giorni per rimuovere l’amianto ancora presente negli impianti; un altoforno che si ferma per l’incendio di una tubiera, un altro che resta senza minerale, sono errori di gestione, non di legislatore. Chiunque abbia guidato lo stabilimento in questi anni ha consegnato impianti che la Cassazione ha ritenuto fonte di pericoli gravi.
Chi ci rimpiazza corre gli stessi rischi? Ne corre di diversi, e più diffusi. Il produttore turco dipende dal rottame d’importazione e dall’energia; quello asiatico vende in un mondo che nel 2025 ha prodotto 1.803,8 milioni di tonnellate, il 2 per cento in meno, in sovraccapacità cronica, e ha davanti il dazio europeo al 50 per cento fuori quota. Il rischio per noi è dipendere, in un mercato che si chiude, da fornitori che domani possono essere dirottati altrove o lasciati fuori da una quota.
Chi in Europa può ancora produrre, e perché? Chi ha scelto il forno elettrico, la nicchia e uno Stato alle spalle. Feralpi ha chiuso il 2025 con 2,7 milioni di tonnellate (+4,7 per cento), 1,7 miliardi di ricavi e oltre 500 milioni investiti in tre anni. SSAB ha utili in crescita nel terzo trimestre grazie ai prodotti premium; voestalpine prevede un Ebitda tra 1,6 e 1,85 miliardi e porta due forni elettrici a Linz e Donawitz nel 2027, con un regime austriaco di compensazione sul costo dell’elettricità. Nessuno vince per dimensioni: Salzgitter ha chiuso il 2025 con 70 milioni di perdita netta. Vincono specializzazione, rottame, energia assistita e protezione commerciale, tutte insieme.
Riecco l’immagine del mattino del 3, i bruciatori spenti. Un preriscaldo si riaccende; un altoforno raffreddato è molto più difficile e costoso da riportare in marcia, e le offerte vincolanti scadono l’8 novembre con la cordata italiana che guarda soprattutto alla laminazione. L’autopsia dice questo: Taranto non l’ha uccisa il prezzo del gas, ma anni di rinvii in cui ognuno ha lasciato la decisione a un altro. L’acciaio lo compreremo. Resta da stabilire a quali condizioni, e da chi.
Pensandoci, a oltre quarant’anni, viene in mente una frase: Basa futi lo fornes lo kubi, mfowethu! “Riaccendi il maledetto forno, amico!”. In Fanakalo.
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Risorse di rete sono state utilizzate per validare le sequenze di date, certificare cifre in base a fonti pubbliche e aziendali, controllare atti e personaggi/aziende, assicurare la correttezza formale e il formato dell’articolo. Il punto di partenza rimane una serie di appunti personali e una narrativa redatta in via originale dall’autore.










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