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    Home » Economia » Italia, nel 2020 non riscossi 26,2 miliardi di Iva. Ma pesa il lockdown

    Italia, nel 2020 non riscossi 26,2 miliardi di Iva. Ma pesa il lockdown

    Il rapporto della Commissione europea sull'imposta del valore aggiunto mostra i limiti di un sistema che giustifica pagamenti e fatturazioni elettroniche tra Paesi. Gentiloni: "Incoraggiarli anche nei singoli Stati"

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    9 Dicembre 2022
    in Economia
    Iva, nel 2020 l'Italia l'ha riscossa per 26,2 miliardi in meno alle aspettative [foto: imagoeconomica]

    Iva, nel 2020 l'Italia l'ha riscossa per 26,2 miliardi in meno alle aspettative [foto: imagoeconomica]

    Bruxelles – L’Italia è il Paese con il tasso più alto di Iva non riscossa nell’Ue. Nel 2020, in termini nominali, i divari maggiori tra il gettito atteso e le riscossioni effettuali sono stati registrati in Italia (26,2 miliardi di euro), Francia (14 miliardi di euro) e Germania (11,1 miliardi di euro). La relazione della Commissione europea, accende le luci di riflettori su uno dei problemi dell’Unione, relativo alle difficoltà a far pagare l’imposta sul valore aggiunto. Attenzione, però, perché i dati si riferiscono ad un anno particolare, quello dei lockdown e di esercizi commerciali fermi a causa della pandemia di Covid.

    Nell’Ue c’è certamente un problema legato a frodi ed elusioni, ma nel caso specifico incidono i mancati acquisti causa confinamento. Lo stesso documento dell’esecutivo comunitario specifica che nel 2020 la componente principale della base, vale a dire il consumo finale, è diminuito di circa il 3,6 per cento nell’Unione europea, con contrazioni osservate in 21 Stati membri, Italia compresa. Oltretutto lo Stivale è, dopo la Spagna (-7,9 per cento), il Paese membro con la contrazione maggiore (-7,5 per cento). 

     “Un calo della base imponibile ha un impatto economico diretto sul gettito Iva“, riconosce la relazione. Allo stesso tempo “potrebbe anche incidere indirettamente sulle aliquote medie ponderate”, poiché in periodi di congiuntura economica difficile i consumatori spesso riducono il loro consumo di beni tassati principalmente alle aliquote normali.

    Ecco dunque spiegato, almeno in parte, il perché di una minora riscossione dell’Iva e i mancati 26,2 miliardi per l’Italia. Ad ogni modo lo studio è servito come base per presentare le proposte di modifica alla direttiva Iva e le proposte di modifica al regolamento sulla cooperazione amministrativa.

    Ci sono tre diversi categorie di transazioni: tra impresa e consumatore (B2C), tra impresa e impresa (B2B), tra impresa e amministrazione (B2G). Soprattutto per il secondo tipo, quando avviene tra Paesi, si vuole introdurre dunque il regime di fatturazione elettronica basata sulle transazioni. Le proposte dell’esecutivo comunitario implicano che per ogni transazione intra-UE di beni tra imprese dovrà essere accompagnata da una fattura elettronica, presentata alle autorità nazionali attraverso una banca dati a livello di Ue. Un cambiamento dettato da dichiarazioni fiscali troppo lente, e informazioni che a volte arrivano anche “mesi dopo” una transazione.

    Per quanto riguarda le transazioni nazionali, inclusi i pagamenti al bar o in tabaccheria, invece, è tempo di superare quella frammentazione che vede Paesi con soluzioni di segnalazione digitale in tempo reale degli acquisti e altri che invece ancora frenano. Questa mancanza di uniformità si traduce in un onere medio di 4 miliardi di euro all’anno per le imprese.

    “Per noi fatturazione elettronica e lotta all’evasione restano una priorità”, sottolinea Paolo Gentiloni, commissario per l’Economia e la fiscalità. “Le proposte riguardano principalmente le transazioni transfrontaliere, ma bisogna incoraggiare di far funzionare meglio la fatturazione elettronica anche nei singoli paesi“.

    Tags: fiscoitaliaivalockdownpandemiaPaolo Gentilonitasse

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