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    Home » Politica Estera » L’Europa importa più dalle colonie israeliane che dalla Palestina

    L’Europa importa più dalle colonie israeliane che dalla Palestina

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    31 Ottobre 2012
    in Politica Estera

    Uno studio evidenzia che gli scambi sono 100 volte superiori
    Esportazioni dagli insediamenti illegali verso l’Ue per 230 milioni di euro l’anno

    A dispetto dei suoi interventi per una soluzione del conflitto israelo-palestinese e delle sue condanne verso le colonie ebraiche in Cisgiordania, l’Unione europea continua a importare prodotti provenienti dagli insediamenti illegali. Anzi, ha un volume di affari con loro 100 volte superiore a quello che ha con i territori palestinesi. È il quadro che emerge da uno studio, molto accurato e dettagliato, promosso da una coalizione di 22 organizzazioni non governative, laiche e cristiane, in collaborazione con un ex commissario europeo, l’olandese Hans van den Broek. “Con decine di dichiarazioni ufficiali l’UE riafferma continuamente l’illegalità degli insediamenti secondo il diritto internazionale e li considera come il maggiore ostacolo alla pace – spiega van den Broek – Ma mentre la costruzione degli insediamenti accelera, noi europei non siamo riusciti a passare dalle parole ai fatti”.

    Nei territori occupati da Israele dopo il 1967 vivono circa 500mila coloni che controllano il 43% dei territori tra Cisgiordania e Gerusalemme est e la maggior parte delle risorse naturali e idriche. Negli ultimi due anni, con il governo di Benjamin Netanyahu, la politica di espansione ha subito una forte accelerazione con l’approvazione di 16mila nuove unità abitative. Nel frattempo le demolizioni di strutture palestinesi – comprese addirittura alcune finanziate dall’Ue – sono in aumento, con più di mille persone cacciate dalle proprie case nel 2011 e quasi il doppio nel 2010.

    Lo studio, intitolato “Trading away Peace”, mostra come, se anche si volesse fare una discussione strettamente economica e non politica, l’importazione di merci dai territori occupati è ingiusta anche dal punto di vista delle regole di mercato. Mentre ai coloni vengono riconosciuti gli stessi diritti dei cittadini israeliani e tutti i sussidi statale ad essi connessi, i palestinesi devono sottostare alla legge militare con le conseguenti, dure, restrizioni: gli spostamenti, l’accesso all’acqua per le coltivazioni, nonché l’accesso alle risorse naturali e al mercato sono fortemente limitati. Questo ha causato perdite annuali stimate a 5,2 miliardi di euro: l’85% del Pil totale palestinese.

    I dati più recenti della Banca mondiale parlano di esportazioni dalle colonie verso l’Ue per 230 milioni l’anno, una cifra 15 volte superiore a quella delle importazioni dalla Palestina. Ma se si pensa che i palestinesi sono più di quattro milioni e i coloni israeliani 500mila, questo significa l’Europa importa oltre 100 volte di più da questi ultimi. Le importazioni principali sono prodotti agricoli: datteri, uva, peperoni, erbe aromatiche, fiori, avocado, agrumi, pomodori, melanzane, cetrioli, patate, tè a base di erbe e vini da aziende come Mehadrin, Arava Export Growers, Hadiklaim, Achdut e Adanim Tea. Ma non solo, anche diversi prodotti industriali provengono da aziende impiantate illegalmente nei territori occupati come ad esempio i cosmetici Ahava, le bevande SodaStream, i mobili Keter Plastic e i tessuti Ofertex.

    Sono diverse le aziende europee che investono nelle colonie israeliane, tra queste la britannico-danese G4S che fornisce sistemi di sicurezza, le francesi Alstom e Veolia che si occupano di trasporti a Gerusalemme est e di rifiuti in una colonia, e l’industria del cemento tedesca Heidelberg Cement. Molte altre aziende, tra cui l’Unilever, spinte dalle proteste dell’opinione pubblica stanno tagliando gradualmente tutti i loro rapporti commerciali con gli insediamenti.

    Secondo lo studio, come se non bastasse, l’Ue non riesce a indirizzare bene la sua cooperazione con lo Stato di Israele e più di una volta i suoi fondi sono finiti anche al supporto degli insediamenti. Lo scorso 23 ottobre il Parlamento europeo ha approvato l’Acaa (Agreement on Conformity Assessment and Acceptance) un accordo tecnico commerciale che riconoscendo a Israele gli stessi standard industriali dell’Ue, facilitando in questo modo gli scambi. Un provvedimento che i critici accusano di non fare le dovute distinzioni tra Stato di Israele e territori occupati. Nella stessa plenaria però l’Aula di Strasburgo ha approvato un aumento da 200 a 300 milioni di euro nel Bilancio 2013 in sostegno al processo di pace in Medio Oriente.

    Il report “Trading away Peace” propone una gamma di 12 proposte operative all’Ue. Tra queste: bandire i prodotti degli insediamenti in Europa o almeno imporre di specificare la loro provenienza sulle etichette come avviene in Danimarca e Gran Bretagna; escludere esplicitamente i prodotti delle colonie da tutti gli accordi bilaterali (come l’Acaa); togliere le detassazioni alle aziende che investono nei territori occupati come avviene in Norvegia. Vedremo se, come suggerito dall’ex commissario van den Broek, l’Europa sarà capace di passare dalle parole ai fatti.

    Alfonso Bianchi

    Per saperne di più:
    – Scarica il rapporto completo Trading away peace

    Tags: colonieisraeleunione europea

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