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    Home » Difesa e Sicurezza » Difesa, l’ostacolo imprevisto: i giovani che rifiutano di lavorare per l’industria

    Difesa, l’ostacolo imprevisto: i giovani che rifiutano di lavorare per l’industria

    Il ceo di Indra mette in risalto un fenomeno che è un altro nodo per il settore, e che si aggiunge a quelli già esistenti. L'appello al ruolo delle università per invertire la tendenza

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    10 Giugno 2025
    in Difesa e Sicurezza
    European defence and security summit [Bruxelles, 10 giugno 2025. Foto: Emanuele Bonini]

    European defence and security summit [Bruxelles, 10 giugno 2025. Foto: Emanuele Bonini]

    Bruxelles – Frammentazioni, ritardi, scelte politiche, e poi anche resistenza tra i più giovani: gli ostacoli per l’industria della difesa sono tanti, e tutti diversi. Alcuni sono più strutturali, di lungo corso, altri sono tutti nuovi, e su tutti c’è del lavoro da fare per un impegno a trecentosettanta gradi. Ecco il vero grado di difficoltà per lo sviluppo della base industriale europea per la tecnologia della difesa, come messo in luce in occasione dell’edizione 2025 dello European defence and security summit. Un aspetto tutto nuovo è la ‘resistenza’ delle giovani leve.

    “Abbiamo il problema dei talenti”, riconosce José Vicente de los Mozos, presidente e amministratore delegato di Indra. “Molte persone non vogliono lavorare nella difesa. Convincere i giovani è un’impresa titanica“, ammette, sottolineando che la questione non  riguarda solo l’azienda spagnola, bensì è “generalizzata in Europa”. Non è una questione di interessi diversi o di mancanza di voglia. Come spiega a Eunews a margine del summit, “i giovani sono molto motivati a lavorare nel settore tecnologico, ma non tutti sono aperti a lavorare per il mondo della difesa“.

    Anti-militarismo e obiezione di coscienza? Per il numero uno di Indra il problema sta nella non sufficiente conoscenza del mondo industriale della difesa. “Bisogna spiegare in modo più dettagliato cos’è l’industria della difesa, che non c’è solo l’ambito militare” in senso stretto, e per questo “bisognare lavorare con le università“, così che i giovani talenti, terminati gli studi, possano dirigersi verso quel settore divenuto sempre più strategico.

    La questione ‘giovani’ si intreccia poi con il nodo più europeo, quello di essere un’unione di Stati: “In Europa abbiamo 17 tipi diversi di carrarmati, e non possiamo cambiare questo in breve tempo”, ricorda e lamenta de los Mozos, in un chiaro invito a una integrazione della difesa.

    neo-laureati dell’Hec di Parigi [foto: Jebulon/Wikimedia Commnons]
    Sistemi diversi e tempi da dover recuperare, problemi di lunga data messi in risalto anche da Hugues Lavandier, responsabile aerospazio e e difesa di McKinsey: “Ci sono 19 modelli diversi di aerei in Europa, uno solo negli Stati Uniti”, premette. Quindi “ridurre la frammentazione è certamente un ostacolo da superare”. Perché di ostacoli ce ne sono diversi. Un altro è quello della capacità innovativa: “Siamo almeno cinque anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti in termini di tecnologie“. Qui, suggerisce, “servono più appalti, più network, più ricerca”.

    L’invito è chiaramente per la politica, che però fa fatica a pensare europeo, ammette l’europarlamentare François-Xavier Bellamy (Ppe), già relatore per la proposta di regolamento per il programma a favore dell’industria europea della difesa noto come Epid. “Sei mesi fa, quando ai governi nazionali si diceva di investire per il programma Edip in aziende europee è stato un’impresa”, riconosce il deputato europeo. Eppure, riconosce, è “talmente anti-intuitivo” ragionare in modo non-europeo di fronte alle sfide che l’Ue è chiamata ad affrontare, critica.

    Tags: commissione europeadefence and security summitdifesaindraindustriasicurezzaue

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