Bruxelles – “Il potere richiede che l’Europa passi da una confederazione a una federazione“. Il passaggio cruciale del discorso che Mario Draghi pronuncia all’università di Leuven è qui. Chiede gli Stati Uniti d’Europa, perché di fronte alla disgregazione dell’ordine mondiale “la transizione da questo ordine a quello futuro non sarà facile per l’Europa“, a meno di superare i nazionalismi e i sovranismi. Anticipa quello che verosimilmente dirà il 12 febbraio, in occasione della riunione informale dei capi di Stato e di governo dell’UE a cui è stato invitato, assieme a Enrico Letta, per fare il punto della situazione, che non è delle migliori.
“Ci troviamo di fronte a Stati Uniti che, almeno nella loro posizione attuale, enfatizzano i costi sostenuti ignorando i benefici ottenuti”, lamenta Draghi. Gli USA di Donald Trump “stanno imponendo dazi all’Europa, minacciando i nostri interessi territoriali e chiarendo, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea al servizio dei propri interessi”. Come se non bastasse, ricorda, “ci troviamo di fronte a una Cina che controlla nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali ed è disposta a sfruttare tale influenza: inondando i mercati, trattenendo input essenziali, costringendo altri a sostenere il costo dei propri squilibri”. Ebbene, avverte Draghi, “questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata, contemporaneamente“.
Nessuno pensi di poter premere un interruttore per porre fine a tutto questo. Al contrario, continua l’ex presidente del Consiglio e della Banca centrale europea (BCE), “dovremo affrontare un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno, nonostante l’intensificarsi delle rivalità“. Come Unione europea “restiamo fortemente dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e difesa”, mentre la Cina fornisce “oltre il 90 per cento delle nostre importazioni di terre rare e domina le catene del valore globali dell’energia solare e delle batterie, che sostengono la nostra transizione verde”. Data la situazione, “in questo periodo la strada migliore per l’Europa è quella che sta perseguendo ora: concludere accordi commerciali con partner che condividono gli stessi principi e che offrano diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene di approvvigionamento in cui siamo già cruciali”.
La nuova narrativa di Draghi e von der Leyen: gli Stati membri dell’UE devono diventare adulti
Draghi dunque promuove l’operato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il suo spendersi per chiudere alleanze – ultima della serie quella storica con l’India – quanto mai strategiche. Sottolineatura volta a stroncare polemiche politiche nazionali, italiane e non, e invitare i governi tutti a evitare reazioni controproducenti e miopi. A proposito di commercio: “Laddove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come una potenza e negoziamo come un’unità“, tiene a sottolineare Draghi. Viceversa, “laddove non lo siamo stati – sulla difesa, sulla politica industriale, sulla politica estera – siamo trattati come un’assemblea di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza”.
Da qui, Draghi lancia il suo invito politico per un’Europa ancor più politica, specificando le differenze: “Raggruppare piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente. Questa – sottolinea – è la logica della confederazione, la logica con cui l’Europa opera ancora nella difesa, nella politica estera, in materia fiscale. Questo modello non produce potere”. Non solo: “Un gruppo di Stati che si coordina rimane un gruppo di Stati, ognuno con un diritto di veto, ognuno con un calcolo separato, ognuno vulnerabile a essere eliminato uno per uno“, scandisce. Ne deriva che “il potere richiede che l’Europa passi da una confederazione a una federazione“.
Avanti con gli Stati Uniti d’Europa, dunque. Ma che sia una realtà diversa dal resto degli attori globali. Perché “gli Stati Uniti, nella loro posizione attuale, cercano il predominio insieme al partenariato“, mentre “la Cina sostiene il suo modello di crescita esportandone i costi sugli altri“. L’integrazione europea, invece, “si costruisce in modo diverso: non sulla forza, ma sulla volontà comune; non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso”. Si tratta di “un’integrazione senza subordinazione, di gran lunga preferibile, ma molto più difficile”, dettaglia.
Occorre perciò, in Europa, quello che Draghi definisce ‘federalismo pragmatico’, laddove ‘pragmatico’ implica che “dobbiamo intraprendere i passi attualmente possibili, con i partner che sono attualmente disponibili, nei settori in cui è possibile compiere progressi”. Purché sia federalismo, “perché la destinazione è importante”. Draghi parla alla platea accademica di Leuven, ma in realtà è alla cancellerie di tutta Europa che si rivolge: “L’azione comune e la fiducia reciproca che ne deriva devono alla fine diventare il fondamento per istituzioni dotate di un reale potere decisionale, istituzioni in grado di agire con decisione in ogni circostanza”.
![Mario Draghi alla Patroonsfeest 2026 dell'università di Leuven [Leuven, 2 febbraio 2026]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/02/draghi-leuven1-750x375.png)





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