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    Home » Editoriali » La nuova narrativa di Draghi e von der Leyen: gli Stati membri dell’UE devono diventare adulti

    La nuova narrativa di Draghi e von der Leyen: gli Stati membri dell’UE devono diventare adulti

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    16 Settembre 2025
    in Editoriali
    Mario Draghi e Ursula von der Leyen, 16 settembre 2025 (Immagine: Commissione europea)

    Mario Draghi e Ursula von der Leyen, 16 settembre 2025 (Immagine: Commissione europea)

    C’è un filo rosso, anche abbastanza robusto, che collega il Discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato il 10 settembre a Strasburgo da Ursula von der Leyen e quello pronunciato oggi, a Bruxelles, da Mario Draghi.

    E’ un filo teso anche in tanti commenti che in tanti scriviamo e pronunciamo da anni, ma che ora, preso in mano da von der Leyen e Draghi può diventare un “filo a piombo” che cade in tutte le cancellerie dell’Unione. Un filo che, come un pendolo leggermente oscilla, e scrive sulla polvere di un modo di pensare e di agire che ha coperto le scrivanie dei primi ministri una frase netta: è ora che diventiate adulti.

    Un appello simile lo fece Christine Lagarde, nel 2015, nel pieno della crisi del debito della Grecia, quando lei era a capo del Fondo monetario internazionale, per richiamare tutti ad affrontare il tema con urgenza.

    Il problema si ripropone, perché in realtà è sempre rimasto sul tavolo, dieci anni dopo, Ed è il cancro dell’Unione, come ha detto, con più eleganza, Mario Draghi questa mattina.

    La questione è che però ora le istituzioni europee (e l’ex capo della Bce di fatto lo è anche lui) stanno tentando di scuotere gli stati dal loro sonno egoistico e nazionalista, di minuscole nazioni in un piccolo continente, che è ancora abbastanza ricco (grazie al Mercato Unico) ma che sta rapidamente perdendo posizioni in classifica, lavoro, popolazione, giovani, futuro.

    L’Europa affronta una momento di lotta, disse von der Leyen a Strasburgo, e si domandava, anzi, domandava ai partner se l’Unione “ha lo stomaco per questa lotta? Abbiamo l’unità e il senso di urgenza? La volontà politica e la capacità politica di scendere a compromessi? Oppure vogliamo solo combattere tra di noi? Essere paralizzati dalle nostre divisioni”.

    Oggi Draghi, commentava il quasi nulla di fatto ad un anno dalla presentazione del suo rapporto, spiegando che quando si descrive l’elefantiaco processo decisionale dell’Unione “troppo spesso si trovano scuse per giustificare questa lentezza. Si dice che è semplicemente così che è strutturata l’UE. Che bisogna rispettare un processo complesso che coinvolge molti attori. A volte l’inerzia viene persino presentata come rispetto dello Stato di diritto”. E accusava esplicitamente che “questa è compiacenza. I concorrenti negli Stati Uniti e in Cina sono molto meno vincolati, anche quando agiscono nel rispetto della legge. Continuare come al solito significa rassegnarsi a rimanere indietro”.

    E’ stato anche più esplicito Draghi: “I cittadini e le imprese europei apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i piani d’azione. Ma esprimono anche una crescente frustrazione. Sono delusi dalla lentezza con cui si muove l’UE. Ritengono che non riusciamo a stare al passo con la velocità dei cambiamenti che avvengono altrove. Sono pronti ad agire, ma temono che i governi non abbiano compreso la gravità del momento”.

    L’attacco ai governi è chiaro, esplicito, argomentato e, soprattutto, giusto. Giusto proprio nell’analisi dei fatti, non serve un giudizio politico per condividerlo. L’UE riesce a impantanarsi sulle sanzioni alla Russia, ma anche sulle regole della pesca di un qualsiasi animaletto marginale, sulle regole per le banche, sulle norme di sicurezza sul lavoro, sulla tutela dei tirocinanti, sulle norme per la fatturazione.

    Questi atteggiamenti nazionalisti, che difendono a breve interessi particolari (pensiamo a come l’Italia è schiava di una piccola categoria come i balneari) di fatto sono enormi colate di cemento versate nello zaino della crescita, realizzate da parte di governi che in realtà, se non fossero all’interno dell’UE e del Mercato Unico, guiderebbero Paesi del tutto insignificanti a livello globale e regionale, che sarebbero tra i Paesi meno ricchi del globo (altro che partecipare, per chi ci sta, a quella pietosa finzione che è il G7).

    La questione si aggraverà a breve, quando altri Paesi, giustamente, entreranno nell’Unione e saremo 35, poi 40 Paesi: cosa ne sarà di noi se, a turno, la piccola visione dei leader locali zavorrerà la capacità del blocco complessivo di avanzare?

    Ma è possibile che si ammetta, perché è vero, che il mercato più ricco del mondo ha un sistema di difesa ridicolo, che non è in grado di proteggere i suoi cittadini, poiché è concepito sulla base di industrie nazionali che armano eserciti a malapena in grado di difendere le loro caserme, e neanche per tanto tempo? Siamo quasi tutti membri della NATO, ma sappiamo, ed è chiaro dai fatti, che la NATO non esiste senza gli USA. Che possa indebolirsi senza l’alleato d’oltre oceano ci sta, ma che senza Washington non sia neanche in grado di organizzare una parata è eccessivo.

    Questo hanno detto Draghi e von der Leyen, ed è il massimo appello, ma anche l’ultimo appello. Un appello autorevole, dimostrato dai fatti nella sua realisticità, un appello al quale se i governi sono sordi devono rispondere i cittadini, come ha rilevato Draghi, facendosi sentire, pretendendo di non essere abbandonati a sé stessi per misere beghe di potere.

    Tags: adultidraghiue

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