Bruxelles – La Commissione europea ha presentato oggi (4 marzo), dopo settimane di discussioni, modifiche e revisioni, il tanto atteso Industrial Accelerator Act, il regolamento con cui Bruxelles punta ad accelerare (e proteggere) il percorso di decarbonizzazione dell’industria europea. “Più di un semplice cambio di modus operandi, è un cambiamento di dottrina“, ha annunciato il vicepresidente esecutivo responsabile per l’Industria, Stéphane Séjourné, rivendicandone immediatamente l’impianto protezionista: “Oggi il ‘made in Europe’ fa il suo grande ingresso nella legge europea”.
Al centro del ‘Clean Industrial Deal’, la nuova bussola dell’UE per coniugare competitività e decarbonizzazione, l’Industrial Accelerator Act si pone il duplice obiettivo di “aumentare la domanda di tecnologie e prodotti europei a basse emissioni di carbonio” e di “stimolare la produzione, favorire la crescita delle imprese e creare posti di lavoro nell’UE”. Lo fa, precisa un alto funzionario, “con misure mirate su settori industriali chiave, senza ripercussioni sull’intera economia”.
Acciaio, cemento, alluminio, automotive, tecnologie a zero emissioni nette (batterie, energia solare, eolica, pompe di calore e nucleare): la Commissione parte da qui, “istituendo al contempo un quadro che potrà essere esteso, se del caso, ad altri settori ad alta intensità energetica come quello chimico”. L’imperativo è rinforzare i settori strategici e scongiurare dipendenze pericolose, altrimenti – si è chiesto Séjourné – “come possiamo spiegare ai nostri cittadini che la decarbonizzazione è un’opportunità se il 100 per cento delle nostre batterie è fatto in Cina?”
Le linee di intervento sono sostanzialmente tre: la semplificazione di autorizzazioni e procedure per accelerare i progetti industriali, l’introduzione di requisiti “mirati e proporzionati” di ‘Made in Europe’ per appalti pubblici e regimi di sostegno pubblico, una stretta sui requisiti per gli investimenti esteri nei settori strategici.
Per quanto riguarda il primo punto, l’Industrial Accelerator Act include l’obbligo per gli Stati membri di istituire un unico processo di autorizzazione digitale per accelerare e semplificare i progetti di produzione e introduce il principio dell’approvazione tacita nelle fasi intermedie del processo di concessione delle autorizzazioni per i progetti di decarbonizzazione ad alta intensità energetica. Ma il cuore del regolamento, e la vera novità rivendicata da Séjourné e su cui ha insistito più di tutti la Francia, è un’altra.
“Quando sono in gioco i soldi pubblici, imporremo la preferenza europea“, ha affermato il vicepresidente esecutivo UE ed ex ministro degli Affari esteri francese. Per individuare i Paesi terzi a cui concedere un accesso paritario ad appalti pubblici, aste e schemi di sostegno nazionali nei settori strategici, Bruxelles parte da un concetto assai banale: la reciprocità.
“Tanti dei nostri partner applicano preferenze nazionali nei loro Paesi”, ha sottolineato Séjourné. L’idea è “semplice”, ha insistito: “I nostri partner di fiducia, cioè coloro con cui abbiamo impegni commerciali, saranno integrati nel dispositivo se rispetteranno i loro impegni in termini di reciprocità“.
Si parte, in linea di principio, dai 22 Paesi (più i 27 UE) aderenti al GPA, accordo siglato in sede WTO che garantisce condizioni “eque, trasparenti e non discriminatorie” per la concorrenza internazionale negli appalti pubblici. Ci sono i tre partner dello Spazio Economico Europeo (Islanda, Norvegia e Lichtenstein), ma anche Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Canada, Giappone, Corea del Sud, Australia, Israele, Nuova Zelanda. In realtà la lista è più lunga: sono 40 i Paesi con cui l’UE ha accordi sugli appalti pubblici, ha precisato un alto funzionario. Attraverso atti delegati, la Commissione potrà depennare, “in tutto o in parte”, i Paesi “che non rispettano le regole del gioco o che rappresentano un rischio per la nostra sicurezza economica”, ha spiegato ancora Séjourné.
Nella proposta della Commissione, il principio del ‘Made in Europe’ per partecipare ad appalti e schemi di sostegno pubblici si applica trasversalmente, ma con quote differenti, a tutti i settori strategici. Ad esempio, per quanto riguarda l’automotive, Bruxelles vuole che tutte le auto elettriche (a batteria, plug-in, full-hybrid) siano assemblate nell’Unione europea, e che almeno tre dei componenti delle batterie (comprese le celle) e almeno il 70 per cento dei componenti non-batterie siano prodotti in UE. Senza questi requisiti, si resta esclusi dalle gare.
C’è poi il capitolo degli investimenti esteri. “Vogliamo evitare una corsa al ribasso tra i nostri Stati membri”, ha affermato una fonte. L’Industrial Accelerator Act stringe le condizioni per autorizzare gli investimenti esteri in settori strategici che superano i 100 milioni di euro, in cui un singolo paese terzo controlla più del 40 per cento della capacità produttiva globale. I requisiti includono la partecipazione azionaria maggioritaria europea, il trasferimento di tecnologia, l’integrazione nelle catene del valore dell’UE e la creazione di posti di lavoro, garantendo un livello minimo del 50 per cento di occupazione a cittadini europei.
Il testo, su cui Séjourné ha ammesso che ci sono stati lunghi negoziati all’interno della stessa Commissione, passa ora in mano al Consiglio dell’UE e al Parlamento europeo. È soprattutto al Consiglio che si preannuncia battaglia, e da cui il regolamento rischia di uscire stravolto. Il ‘Made in Europe’ non piace a tutti: diversi Paesi membri sono preoccupati che si trasformi in un boomerang, che scoraggi gli investimenti e danneggi in definitiva la competitività dell’UE.




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