Bruxelles – Alla fine del 2026 la guerra in Iran con le sue ripercussioni su forniture e listini d’energia costerà all’eurozona un terzo di punto di PIL. La Banca centrale europea, nel suo bollettino economico, inizia a fare i conti col conflitto scatenato dagli Stati Uniti e Israele, confermando i timori già espressi dalla Commissione europea: Bruxelles temeva crescita ridotta dello 0,4 per cento, mentre adesso Francoforte mette nero su bianco -0,3 per cento.
La guerra in Medio Oriente, premette la BCE, causa “turbative nei mercati delle materie prime e grava sui redditi reali e sul clima di fiducia”. Ciò ha determinato una “revisione verso il basso” dei consumi e degli investimenti nello scenario di base delle proiezioni, in particolare per il 2026. Tale scenario prevede una crescita annua del PIL in termini reali dello 0,9 per cento nel 2026, dell’1,3 nel 2027 e dell’1,4 nel 2028. “Rispetto alle proiezioni dello scorso dicembre, l’espansione del PIL è stata rivista al ribasso di 0,3 punti percentuali per il 2026 e di 0,1 per il 2027, a causa dell’intensificarsi del conflitto in Medio Oriente, mentre per il 2028 rimane invariata”.
Ecco dunque che inizia a delinearsi la situazione economica alla luce del conflitto in Iran destinato a riscrivere anche il costo della vita. “Il rialzo dei prezzi dei beni energetici causato dalla guerra in Medio Oriente spingerà l’inflazione al di sopra del 2 per cento nel breve periodo”, come peraltro già dimostrato da Eurostat nei dati preliminari per marzo (+0,6 per cento rispetti a febbraio). In questa traiettoria, avverte la BCE, “si prevede che l’inflazione registri un brusco rialzo al 3,1 per cento nel secondo trimestre del 2026, sospinta dall’impennata dei prezzi dei beni energetici conseguente al conflitto, cui farebbe seguito un calo al 2,8 per cento nel terzo trimestre a seguito della flessione delle quotazioni delle materie prime energetiche implicita nei prezzi dei contratti futuri”.
In questo contesto la Banca centrale europea inizia a monitorare lo stato delle finanze pubbliche. Aumento dei costi e perdita di crescita si traduce in più spesa pubblica. Che si tratti di stimolo o di sostegno, il rapporto tra debito pubblico e PIL dell’area dell’euro segue un andamento crescente, passando dall’87,5 all’89,5 per cento tra il 2025 e il 2028. Un dato anche in questo caso “corretto al rialzo, per motivi principalmente riconducibili ai maggiori disavanzi primari cumulati e ai differenziali fra tasso di interesse e crescita meno favorevoli”.
Con la guerra in Iran che si mangia la crescita e impone nuove spese, diventa ancor più imperativo tenere sotto controllo la spesa. “Nell’attuale contesto geopolitico i governi dovrebbero dare priorità alla sostenibilità dei conti pubblici, agli investimenti strategici e a riforme strutturali che favoriscano la crescita, mentre resta fondamentale sfruttare appieno il potenziale del mercato unico”, recita il bollettino della BCE. In quest’ottica “qualsiasi manovra di bilancio in risposta allo shock sui prezzi dell’energia causato dalla guerra in Medio Oriente dovrebbe essere temporanea, mirata e modulata”. Una sottolineatura, quest’ultima, che suona da avvertimento per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il suo governo, intenzionati a prorogare fino al 30 aprile il taglio delle accise sui carburanti già in vigore.
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