Bruxelles – “Le persone vengono isolate dalla propria famiglia e dalla propria libertà per essere vendute all’asta come uno schiavo, come un animale, come una merce. Sono qui davanti a voi per poter urlare affinché fermiate tutto ciò che le donne subiscono nelle prigioni: vengono violentate, altre muoiono per negligenza medica e ci sono bambini che soffrono la fame”. Sono le parole di Rose Chabatsuchi-Toua, sopravvissuta ai centri di detenzione libici, che hanno aperto oggi (22 aprile) la presentazione del rapporto ‘Women State Trafficking: Gendered Violence at the Tunisia-Libya Border’ al il Parlamento europeo di Bruxelles. L’evento, organizzato dagli eurodeputati Ilaria Salis (Alleanza Verdi Sinistra nel gruppo europeo di La Sinistra), Cecilia Strada (eurodeputata PD, gruppo S&D) e Leoluca Orlando (indipendente nel gruppo Verdi/ALE), ha portato all’attenzione delle istituzioni europee una nuova indagine sulla sistematica violazione dei diritti umani delle persone migranti lungo la rotta tunisino-libica.
Il documento costituisce il seguito di una prima ricerca pubblicata nel gennaio 2025 e conferma l’esistenza di una vera e propria ‘tratta di Stato’. Al centro dell’indagine vi è la filiera logistica gestita da apparati di sicurezza tunisini che intercettano, arrestano e successivamente vendono migranti e rifugiati a gruppi armati e autorità libiche in cambio di denaro, carburante o droga. Più nel dettaglio, attraverso le testimonianze delle vittime, il rapporto esplora le 5 fasi di una catena logistica che si è integrata e perfezionata, anche a seguito degli accordi tra l’UE e la Tunisia: l’arresto dei migranti; il loro trasporto al confine tunisino-libico; il ruolo dei campi di detenzione gestiti dal corpo militare tunisino; il trasferimento forzato e la vendita dei migranti alle forze armate e alle milizie libiche; la detenzione dei migranti nelle carceri libiche fino al pagamento di un riscatto e al loro rilascio.
Il rapporto è il frutto del lavoro del gruppo di ricerca internazionale RR[X], che ha scelto di operare in forma anonima per tutelare l’incolumità dei propri ricercatori e collaboratori locali in contesti repressivi, con il supporto di ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), l’agenzia di rioerca sulla violenza alle frontiere, Border Forensics, e lo spazio di ricerca e analisi, On Borders. L’indagine si basa su 33 nuove interviste raccolte tra dicembre 2024 e febbraio 2026, che si aggiungono alle 30 già documentate nel precedente rapporto. Racconti che hanno permesso di stimare che, tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone siano state vittime di questa tratta, una cifra considerata sottostimata poiché riferita solo alle operazioni documentate direttamente. Il rapporto individua snodi cruciali come la caserma tunisina di El Meguissem, utilizzata come hub per la vendita, e le prigioni libiche di Al Assah e Characharah, dove le vittime subiscono estorsioni e schiavitù. Per le donne, il destino è spesso quello della prostituzione forzata, utilizzata come unico strumento per “estinguere il debito” contratto con i trafficanti.
L’appello alle Istituzioni europee
“Occorre sottolineare – si legge nel rapporto – come tale catena logistica di fornitura di uomini e donne trafficate, di esportazione/importazione di schiave e schiavi, sia anche il prodotto dell’enorme massa di risorse riversata dalle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere negli apparati statali in Tunisia e in Libia, innescando una nuova economia della migrazione centrata non più sul binomio corruzione e laissez-passer, ma sul blocco, flessibile ed eventualmente reversibile, delle partenze”. Il rapporto, dunque, solleva la questione cruciale della responsabilità politica e finanziaria dell’Unione Europea: viene evidenziato come il Memorandum d’intesa del 2023 abbia incentivato pratiche di intercettazione e arresti arbitrari che fungono da fase iniziale per la successiva compravendita di esseri umani. Infine, il documento critica duramente la recente decisione del Parlamento europeo di inserire la Tunisia nell’elenco dei “Paesi di origine sicuri”, definendola una “responsabilità dell’Unione Europea e dei singoli stati membri nell’esposizione alla morte e alla schiavitù delle persone in viaggio”.
La voce degli europarlamentari: “Un fallimento dei principi europei”
Per Ilaria Salis, “ciò che emerge non è una serie di incidenti isolati, ma un sistema di traffico di esseri umani, una catena organizzata di cattura, espulsione e vestizione di esseri umani oltre il confine tra Tunisia e Libia, che colpisce in particolare le donne, esponendo la loro violenza sistematica, il loro stupro e sfruttamento”. Per l’eurodeputata, il rapporto segna un punto di non ritorno: “Dopo la sua pubblicazione, nessuno potrà dire ‘non lo sapevo'”. Salis ha poi concluso con un monito severo: “Non fatene una questione di migrazione, ma un fallimento dei principi basilari dell’umanità e della giustizia“.
L’affondo sulle responsabilità economiche è arrivato da Cecilia Strada, che ha richiamato l’Europa al dovere di trasparenza verso i propri contribuenti: “È tempo che l’Europa guardi negli occhi i cittadini, i cittadini europei, e dica loro: ‘Sì, stiamo usando le vostre tasse per sostenere questo tipo di atrocità‘”. Secondo Strada, se l’Unione Europea accetta di diventare una mera zona di scambio di ‘pacchetti’ ignorando i diritti fondamentali, smette semplicemente di essere l’UE.
Infine, Leoluca Orlando ha puntato il dito contro la complicità del silenzio e la genesi politica di quello che sta accadendo, identificando nell’esternalizzazione delle frontiere “la base per produrre crimini”. Il suo è stato un appello all’azione immediata: “Dobbiamo dire chiaramente che ora è impossibile accettare il silenzio dell’Unione e degli Stati membri. Penso sia necessaria una reazione: non è possibile andare avanti con questo accordo con la Tunisia e con la Libia”. Orlando ha poi concluso con un allarme simile a quello di Strada sul destino del progetto comunitario: “Penso che stiamo distruggendo l’idea europea dei diritti”.
Il rapporto si conclude con raccomandazioni urgenti inviate alla Commissione Europea, tra cui l’istituzione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei testimoni ancora in pericolo, la sospensione immediata dei finanziamenti alle guardie di frontiera coinvolte e l’avvio di un’indagine internazionale indipendente per individuare le fosse comuni segnalate dai sopravvissuti lungo il confine.
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