La posta in gioco
‘I want my money back’, tuonava l’allora premier britannica Margaret Thatcher nel lontano 1979 perché, con buona pace del principio della solidarietà tra Paesi, i soldi che Londra versava al bilancio dell’allora Cee erano superiori ai finanziamenti europei che riceveva. Sono passati poco meno di 50 anni e il Regno Unito, a furia di chiedere i suoi soldi indietro e perseverare sulla strada degli opting out (primo tra tutti quello sulla moneta unica), è uscito dall’Ue dopo aver seminato per anni zizzania a piene mani nel contesto europeo, mettendo spesso il bastone tra le ruote del processo di integrazione e facendo più gli interessi americani che quelli europei.
Ma il grido di battaglia della Thatcher ha fatto scuola, e quando gli attuali 27 Paesi dell’Unione tornano ciclicamente a parlare del bilancio pluriennale dell’Ue riemergono sempre le stesse problematiche, complesse e profondamente divisive. A partire dall’opposizione dei Paesi più rigidi nella gestione dei conti pubblici (i cosiddetti ‘frugali’: Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia, sostenuti più o meno esplicitamente dalla Germania) a qualsiasi aumento delle dotazioni finanziarie dell’Unione, indipendentemente da quali siano le ragioni alla base delle richieste di andare ben oltre la soglia tabù dell’1 per cento per Reddito nazionale lordo (Rnl) Ue.
Questa volta però è più chiaro che mai che in gioco non ci sono solo questioni economico-finanziarie. Le scelte che nell’ambito del bilancio Ue saranno fatte in materia di difesa, competitività, transizione energetica, clima e immigrazioni avranno un peso determinante sul futuro ruolo geopolitico dell’Unione sulla scena internazionale. Ci sono quindi tanti motivi in più rispetto al passato per guardare con maggiore attenzione e preoccupazione all’esito della difficilissima partita che si è già aperta per definire il prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp). Il bilancio 2028-2034 dell’Unione potrebbe infatti ben essere l’occasione (l’ultima?) per l’Europa di trovare le risorse necessarie e una volontà politica condivisa per lanciare quelle iniziative che l’attuale contesto internazionale richiede con crescente urgenza per poter sostenere il confronto con Usa, Cina e le altre potenze emergenti. L’alternativa rischia di essere quella di una Unione condannata a un lento declino e a svolgere un ruolo marginale, se non irrilevante, a livello globale. Una prospettiva già davanti ai nostri occhi che tanti autorevoli commentatori hanno sottolineato soprattutto da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.
Draghi dixit
Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea e del Consiglio dei ministri, nonché autore del rapporto sulla competitività commissionato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ne è profondamente convinto e lo ha ripetuto in pubblico più volte.
L’Unione non può fermarsi al Trattato di Maastricht del 1992, cioè alla moneta unica e all’Unione economica. Per contare di più deve fare passi avanti anche sul fronte dell’Unione politica (sancita anch’essa da Maastricht ma rimasta praticamente lettera morta) puntando a trasformare l’attuale confederazione in una federazione. E superare lo stallo dei veti incrociati in Consiglio anche a costo di avere, a seconda delle ipotesi, un’Unione con Paesi di serie A e serie B oppure a più velocità o a cerchi concentrici.
Parallelamente, in base al rapporto Draghi, l’Ue dovrebbe investire almeno 800-850 miliardi l’anno – tra fondi pubblici e privati – per recuperare il gap tecnologico con Paesi principali concorrenti (i soliti noti, a cui si possono aggiungere l’India, il Brasile e altri del Far East), accelerare la transizione eco-energetica ed perseguire la strada dell’ autonomia strategica salvaguardando il libero scambio dalle follie trumpiane.
La proposta della Commissione Europea
La Commissione guidata da von der Leyen ha messo sul tavolo del Consiglio e dell’Eurocamera una proposta per i prossimi sette anni che vale – a prezzi correnti – di circa 2.000 miliardi di euro, pari all’1,26 per cento del Rnl. Sottratti i 168 miliardi che dal 2028 serviranno per rimborsare le obbligazioni emesse per raccogliere i 557 miliardi del Fondo per la ripresa e la resilienza (Rrf) lanciato dopo la pandemia Covid nel quadro dell’operazione Next generation Ue, la quota di Rnl destinata al prossimo bilancio, in termini reali, scende però all’ 1,15 per cento, solamente lo 0,02 in più rispetto all’1,13 del bilancio 2021-2027.
Un aumento del tutto marginale ritenuto dal fronte europeista assolutamente insufficiente per fare fronte alle esigenze delineate nel rapporto Draghi e dettate dall’evoluzione dello scenario mondiale. Ma sul quale i Paesi ‘frugali’ hanno già iniziato a fare le barricate.
La proposta della Commissione presenta anche molti altri punti controversi. Tra i principali ci sono sicuramente la riforma del funzionamento dei due capitoli che oggi assorbono circa il 60 per cento del bilancio Ue: la politica dei sussidi all’agricoltura (PAC) e i fondi di coesione destinati alle regioni meno sviluppate, strumento principe della solidarietà tra i Paesi dell’Unione.
Von der Leyen, all’insegna della semplificazione e della flessibilità tanto care a Berlino (ed anche a Roma), vuole modificare radicalmente il loro funzionamento accorpandoli e rafforzando il ruolo delle autorità centrali nazionali nella loro gestione sul modello di quanto fatto con i Piano nazionali di ripresa e resilienza (Pnrr). In molti – in primis le regioni e gli enti locali – temono però che ciò si traduca in una eccessiva discrezionalità riconosciuta ai governi nella gestione di risorse su cui comunque si abbatterà la scure dei tagli determinati dall’esigenza di finanziare iniziative comuni nel campo della difesa, per il recupero di competitività, per la transizione verde e digitale e per la ricostruzione dell’Ucraina.
Il tesoretto dell’Italia

In base al progetto di bilancio Ue l’Italia beneficerà poi di un’altra consistente fetta di finanziamenti provenienti dal nuovo Fondo per la competitività e la sicurezza. Questo Fondo, in cui saranno accorparti 14 degli attuali programmi Ue, avrà una dotazione complessiva di 409,3 miliardi di euro, di molto superiore ai fondi destinati all’agricoltura (293,7 miliardi) e seconda solo a quella della coesione (452,9 miliardi).
Secondo le valutazioni fatte dagli esperti della Camera, a bocce ferme l’Italia potrà ricevere dalle casse dell’Unione nel periodo 2028-2034 circa 86,6 miliardi di euro piazzandosi al quarto posto tra i Paesi beneficiari alle spalle di Polonia (123,3 miliardi), Francia (90,1), e Spagna (88,1) e davanti alla Germania (68,4 miliardi)
Stop agli sconti nazionali, servono nuove fonti di finanziamento
Ci sono poi almeno altri due fronti su cui ci sarà sicuramente battaglia tra i 27. Il primo è quello degli sconti che, sulla scia di quanto ottenuto dal Regno Unito all’epoca, sono stati concessi ripetutamente negli anni passati a Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia per ridurre il deficit tra quanto versato all’Ue e quanto ricevuto attraverso i vari programmi europei. La Commissione propone la loro eliminazione, i Paesi beneficiari ovviamente si oppongono.
L’altro dossier al centro del confronto è quello dei nuovi strumenti (le cosiddette risorse proprie) complementari alle quote del Rnl versate dai singoli Paesi al fine di reperire fondi aggiuntivi per finanziare il bilancio Ue e il rimborso dei debiti fatti per il Rrf. In sostanza si tratterebbe di nuove tasse che, come oggi è per parte delle entrate Iva e doganali, confluirebbero direttamente nelle casse dell’Unione.
Un sistema pratico ma inviso a molti leader poiché politicamente e potenzialmente esplosivo in presenza di politiche nazionali sovraniste orientate ad attribuire a Bruxelles tutti i mali di questo mondo senza mai riconoscere né le loro responsabilità né che ormai sono i governi a dettare la linea e non la Commissione e il Parlamento.
Del resto anche l’ipotesi di eurobond o altre forme di debito comune, sebbene auspicata da personaggi come Draghi, Macron, Prodi e molti leader dei Paesi del Sud Europa, non piace né alla Germania né al gruppo dei Paesi frugali. Con l’assai probabile risultato che resterà nel cassetto del Consiglio europeo.
Il dibattito tra i 27, avviato senza risultati fin dal 2020 nel post Covid lungo una strada che appare tutta in salita, è quindi destinato a concentrarsi sulle nuove risorse proprie. Sacrificata sull’altare dei rapporti assai difficili tra Usa e Ue la web tax, la Commissione ha proposto di puntare alle entrate che potrebbero arrivare dai sistemi Ets e Cbam legati alle emissioni inquinanti, da una imposta sui rifiuti elettronici, da nuove accise sul tabacco e su una minimum tax sulle grandi imprese. In alternativa – secondo la posizione espressa dall’Europarlamento nel chiedere maggiori risorse per il prossimo Qfp rispetto a quanto delineato da von der Leyen – si potrebbe ricorrere a nuove imposte sui servizi digitali, sulle scommesse online e sulle plusvalenze realizzate attraverso crypto-asset
Le critiche della Corte dei Conti Ue
A tutte le criticità finora citate si aggiungono poi quelle messe in luce dalla Corte dei Conti europea rispetto al sistema messo in piedi da Bruxelles per l’implementazione del Rrf attraverso i Pnrr nazionali, ovvero il modello che la Commissione propone ora di applicare anche per l’erogazione dei fondi provenienti dal prossimo bilancio dell’Unione. La magistratura contabile ha puntato il dito soprattutto contro la poca trasparenza sui beneficiari finali dei fondi e sulle difficoltà riscontrate nel valutare l’impatto delle iniziative realizzate.
Le prossime tappe
Nei prossimi mesi, soprattutto da settembre, il confronto tra i 27 sul Qfp 2028-2034 entrerà nel vivo poiché la prossima presidenza di turno del Consiglio dell’Unione – quella che sarà gestita dall’Irlanda dal prossimo luglio fino a dicembre – punta a trovare un’intesa entro fine anno. Ma a Bruxelles e nelle capitali sono in pochi a crederci, soprattutto in considerazione dei tantissimi nodi che ancora restano da sciogliere.
Il bilancio Ue deve essere approvato all’unanimità dal Consiglio e ottenere la luce verde dell’Europarlamento. Staremo quindi a vedere quali frutti produrrà la ricerca di un difficile equilibrio tra obiettivi e la possibilità di raggiungere il necessario consenso.
Volendo dare prova di ottimismo la speranza è che, sotto l’incalzare degli eventi internazionali, i singoli Paesi riescano a superare una miope logica di difesa degli interessi nazionali e si assumano la responsabilità di scelte comuni che ormai appaiono urgenti e indispensabili.
‘L’inazione minaccia la competitività e la sovranità dell’Ue’, è stato il monito lanciato recentemente da Draghi. Quale migliore occasione del bilancio 2028-2034 per ridare slancio al progetto e al ruolo dell’Ue?. Prima che sia troppo tardi.

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