Strasburgo, dall’inviata – Strasburgo chiude l’ultima sessione plenaria mettendo al centro del dibattito il futuro della zootecnia europea. La discussione del 30 aprile, incentrata sulla relazione dell’eurodeputato Carlo Fidanza (ECR), ha delineato un settore agricolo in profonda crisi economica e strutturale. Sebbene il documento solleciti un rafforzamento della Politica Agricola Comune (PAC) e la difesa dei pagamenti diretti per contrastare l’impennata dei costi di produzione, le opposizioni hanno sollevato aspre critiche sul modello produttivo proposto, evidenziandone i limiti etici, ambientali e sociali.
Un settore sotto pressione
La relazione presentata in aula dal deputato dei Conservatori inquadra il comparto zootecnico in un contesto di crisi: dal 2014 al 2024 l’Europa ha perso quasi il 9 per cento dei capi bovini e dei suini, con il 37 per cento degli agricoltori che ha abbandonato l’attività nell’ultimo ventennio e il reddito agricolo per ettaro è diminuito del 12 per cento. Fidanza in aula sottolinea che a pesare sono soprattutto i costi di produzione, esplosi a causa delle tensioni geopolitiche con un aumento del 46 per cento per i fertilizzanti e del 66 per cento per l’energia negli ultimi 4 anni.
“Oggi produrre in Europa costa di più”, ha dichiarato Fidanza, sottolineando che senza stabilità economica nessuna transizione ecologica è possibile. La relazione chiede quindi di rafforzare la PAC, difendendo i pagamenti diretti e potenziando gli strumenti di gestione delle crisi. “Non ci deve essere nessuna riduzione forzata degli allevamenti. Rifiutiamo approcci ideologici che ignorano la realtà dei territori. Ridurre gli allevamenti in modo generalizzato significherebbe abbandono rurale, perdita di occupazione, perdita di presidio del territorio e maggiore fragilità ambientale”
Nel corso del dibattito, i deputati conservatori hanno acceso i riflettori sulle criticità economiche della zootecnia, omettendo tuttavia di affrontare il nodo dell’impatto ambientale: gli allevamenti vengono presentati come una componente essenziale nella gestione dei territori rurali. Essi respingono fermamente la colpevolizzazione del settore, definendola frutto di un “approccio ideologico” che ignora la realtà produttiva. Queste dichiarazioni non sembrano prendere in considerazione gli ultimi dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) che invece portano alla luce l’impatto negativo della zootecnia. Nel report di novembre 2025, l’autorità europea denuncia che i prodotti della digestione animale causano il 49 per cento delle emissioni agricole UE e la gestione del letame il 17 per cento. Insieme, rappresentano circa i due terzi delle emissioni agricole. Nonostante il calo del 7 per cento dal 2005, l’EEA avverte che per rispettare la legislazione ambientale europea serviranno “tagli agricoli più drastici o riduzioni severe in trasporti e rifiuti”.
I punti critici della relazione
Uno dei temi cruciali è il rinnovo generazionale. Solo il 12 per cento delle aziende gestite da under 40 : “senza ricambio generazionale non c’è futuro per il settore” continua il relatore. Il Commissario all’Agricoltura, Christophe Hansen, intervenuto in aula, ha confermato che la strategia europea sull’allevamento, attesa prima dell’estate, metterà i giovani al centro, cercando di rendere la professione più redditizia e meno burocratizzata.
Sul fronte sanitario, il rapporto invoca “un cambio di paradigma” nella gestione delle malattie animali come la peste suina e l’aviaria: meno abbattimenti di massa e più prevenzione e vaccinazione e la creazione di una categoria sanitaria di “indennità con vaccinazione” per facilitare il commercio internazionale di animali vaccinati. L’Italia, dove la diffusione della peste suina africana sta assumendo proporzioni critiche, è particolarmente interessata dalle problematiche del settore zootecnico. I dati sui focolai nella Penisola, così come recentemente riportati dall’associazione ambientalista Greenpeace, sono significativi: dal 2022 si contano 48 focolai negli allevamenti nazionali e solo nel 2024 sono stati abbattuti oltre 100 mila capi per tentare di arginare il contagio.
Il Parlamento ha sollevato il tema della concorrenza sleale. Il rapporto chiede l’inserimento di “clausole specchio” negli accordi commerciali: i prodotti importati da paesi extra-UE devono rispettare gli stessi rigorosi standard ambientali e di benessere animale imposti agli allevatori europei. È stata inoltre ribadita, anche dagli eurodeputati delle file di ESN, la necessità di un’etichettatura d’origine obbligatoria per tutti i prodotti a base di carne, inclusi quelli trasformati, e la protezione delle denominazioni della carne rispetto ai cibi sintetici o a base vegetale per non “erodere la fiducia dei consumatori”.
Un dibattito acceso
Non sono mancate le voci critiche. I Verdi hanno ha espresso un giudizio severo sul documento di Fidanza, accusandolo di ignorare le dinamiche di potere che schiacciano i produttori. “Il settore zootecnico è in crisi e questo rapporto non si concentra sulle vere cause profonde, menzionando mezze verità e cercando capri espiatori”, denuncia il francese David Cormand. Secondo l’eurodeputato, la relazione tace di fronte al comportamento delle multinazionali che abbandonano i produttori locali per inseguire il profitto, o davanti ai margini dei supermercati che pagano sempre meno chi produce. “É necessario cambiare gli equilibri di potere e distinguere tra l’allevamento estensivo, che crea occupazione, e il modello agro-industriale promosso dalle multinazionali, che invece danneggerebbe il tessuto rurale”. Inoltre, il collega spagnolo, Vincent Mariza Ibañez, propone l’inserimento di un indice di remunerazione per consentire al consumatore di sapere quanto del prezzo pagato andrà direttamente agli allevatori. La Sinistra ha spostato l’attenzione sulla dimensione umana e sociale del lavoro negli allevamenti industriali: “Questo sistema è anche un luogo di sofferenza per gli esseri umani. Dove gli animali vengono uccisi brutalmente, togliamo dignità anche a coloro che devono farlo”, denuncia il tedesco Sebastian Everding.
Con 426 voti a favore, 119 voti contrari e 40 astensioni, l’Assemblea ha dunque dato il via libera a questo atto che, di per sé non ha alcun valore vincolante, ma punta a spingere la Commissione a prendere provvedimenti.










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