Bruxelles – Il bilancio pluriennale dell’Unione europea, così come proposto, non va bene. Non è un mistero che l’impianto per il prossimo budget settennale (MFF 2028-2034) non piace agli Stati membri dell’UE, ma adesso la fronda si rinnova, e si compatta. Sedici Paesi membri su 27 (Bulgaria, Croazia, Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Ungheria), serrano i ranghi con una dichiarazione congiunta che è una vera e propria mozione di sfiducia nei confronti della Commissione europea. Sono i cosiddetti ‘amici della coesione’, che non tollerano i tagli ai fondi per le politiche a sostegno dei territori e dell’agricoltura.
“Nella proposta della Commissione, la politica di coesione e la politica agricola comune (PAC) sono le uniche politiche che rischiano di subire riduzioni in termini reali, nonostante l’aumento complessivo delle dimensioni del nuovo quadro finanziario pluriennale”, lamentano i sedici Paesi, che chiedono “un aumento nella allocazione per gli Stati membri” nei due programmi, visto che coesione e PAC “sono le politiche europee più visibili per i cittadini”. Un elemento rimarcato dal ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione, Tommaso Foti, secondo cui “il prossimo Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea dovrà garantire risorse adeguate alle politiche fondate sui Trattati, a partire dalla politica di coesione e dalla Politica agricola comune, che rappresentano strumenti essenziali per la crescita, la convergenza e la sicurezza alimentare dell’Europa”. In questo contesto, “non è accettabile che coesione, PAC e pesca siano le uniche politiche a registrare una riduzione reale delle risorse, nonostante l’aumento complessivo del bilancio europeo” ed è necessario “preservare il principio della gestione condivisa e il ruolo degli Stati membri nella programmazione dei fondi europei, evitando automatismi che limitino le specificità territoriali”.
La Corte dei Conti UE contro il bilancio 2028-2034: “Rischi per la sana gestione delle risorse”
La critica sulle risorse dei fondi strutturali è di fatto un atto di censura nei confronti di Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo responsabile proprio per la Coesione, che si trova, con la firma dell’Italia alla lettera, a essere ‘scaricato’ dal suo Paese e dal suo governo di nomina. A Fitto si contesta la riforma della politica di coesione, che non piace: “La politica di coesione non dovrebbe essere trasformata in uno strumento sistematico di gestione delle crisi, sostituendo altri strumenti dell’UE a tale scopo”. In tal senso, chiedono i 16 Paesi, la riserva del 10 per cento proposta per le crisi dovrebbe essere ridotta”, e la riprogrammazione delle misure in corso nel piano “dovrebbe rimanere un’opzione volontaria” per gli Stati.
Ma la lettera contiene anche altri elementi di frizione: gli ‘amici della coesione’ vanno all’attacco dei cosiddetti ‘frugali’, Stati membri che vogliono mettere meno risorse possibile e gli stessi a chiedere che si mantenga anche oltre il 2027 il ‘rebate’, il rimborso per il contributo nazionale al budget UE. Si tratta di Austria, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svezia, con cui si era già registrato un attrito a livello di leader in sede di vertice del Consiglio europeo, e ora si torna all’attacco: “L’abolizione degli sconti legati alle risorse proprie basate sul reddito nazionale lordo è imprescindibile“, secondo il gruppo dei 16 Paesi firmatari della dichiarazione congiunta. Per loro “non esiste alcuna giustificazione politica o economica per reintrodurli sul lato delle entrate del bilancio dell’UE”.
La Commissione europea ottiene comunque la disponibilità dei 16 Paesi a lavorare sulla proposta di risorse proprie, entrate per le casse dell’esecutivo comunitario diverse dai contributi nazionali, in cambio di più risorse per coesione e agricoltura, ma pure in cambio di nuovi meccanismi simili a quelli avuti per rispondere alla crisi post-pandemica. Gli amici della coesione sostengono che “un piano di rimborso più graduale del programma Next Generation EU e nuovi prestiti comuni a sostegno degli investimenti (come Catalyst Europe) dovrebbero essere considerati come opzioni per finanziare gli investimenti e i beni pubblici europei essenziali per l’autonomia strategica a lungo termine”.

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