Al tredicesimo piano del Berlaymont, immagino, nessuno si è stupito e nessuno ha esultato. Il gabinetto della presidente ha letto una lettera che già conosceva a grandi linee e ne ha subito fatto uno scudo. Quelli di Šefčovič hanno stappato, ma in silenzio: il commissario, in missione a Pechino, disporrà così di uno strumento in più; e nuovo. I giuristi del servizio legale hanno aperto il Trattato all’articolo 207 e hanno smesso di sorridere. I commissari liberisti hanno chiesto, a mezza voce, contro chi. La linea ufficiale è quella di Olof Gill, vicecapo-portavoce della Commissione in carriera, un figlio dell’isola di Clare, sulla baia di Clew, cimento per i diportisti della vela e scorci da illustrazioni di tumultuose mareggiate settecentesche: “Con grande favore”, ha dichiarato. Il resto si dice nei corridoi e, nei corridoi, non è tutto a favore.
Due carte intestate affiancate. A sinistra “Le Président de la République”, a destra “Bundesrepublik Deutschland, Der Bundeskanzler”. Sotto, la data: “Berlin, Paris, October 2026”. Il giorno manca. A Bruxelles si sa che i giorni non scritti pesano più di quelli scritti.
La lettera è in inglese. Né francese né tedesco: la lingua di nessuno dei due, l’unica in cui nessuno deve cedere all’altro. Si apre con “Dear Madam President”, si chiude con “the assurances of our highest consideration”, calco dell’assurance de ma haute considération, ma anche del formalissimo Hochachtungsvoll della corrispondenza tedesca d’alto rango. Sopra le firme due saluti a penna. Quello di Macron è una riga in francese che si perde nel tratto di un “Bien cordialement”. Quello di Merz dice “Sehr herzlich!”, con il punto esclamativo, che in un cancelliere tedesco è decisamente un’effusione.
È partita lunedì 5 ottobre con un non-paper franco-tedesco in allegato. L’ha vista la WirtschaftsWoche, l’ha raccontata Giulia Torbidoni su EUnews. Il Consiglio europeo ne discute il 15 e 16 ottobre. Si può leggerla per quello che dichiara, o per quello che tace. La seconda lettura è più utile e più scomoda.
Che cosa c’è scritto. Un ultimatum educato in quattro tempi. La diagnosi: il sistema commerciale aperto è “massively affected” dalla weaponization degli scambi, dalle distorsioni sistematiche, dagli squilibri globali. La cortesia: i due “welcome” il lavoro della Commissione e il suo impegno a usare tutti gli strumenti, dagli antidumping al “bazooka” anticoercizione del 2023, mai impugnato in tre anni. La cerniera: “But this does not suffice any more”. Poi le richieste, “in a lean and non-bureaucratic way”: uno strumento di diversificazione contro le dipendenze, e soprattutto un secondo strumento, nelle mani della Commissione, attivato a maggioranza qualificata inversa, capace di arrivare “fino al taglio immediato dal mercato interno“. La maggioranza qualificata inversa è il meccanismo di voto perl’appunto “inverso” in cui una proposta della Commissione europea viene considerata automaticamente approvata dal Consiglio dell’UE, a meno che il Consiglio stesso non voti a maggioranza qualificata per respingerla. Secondo la lettera, deve essere country-agnostic. Chiude un elenco di lagnanze e magagne da rimediare al più presto: barriere non tariffarie, merci non conformi, cambi sottovalutati, base industriale da rafforzare.
Seguono poi alcuni “impliciti”, i non detti-non, non-scritti, che mette conto non solo elencare, ma anche valutare con attenzione per apprezzare lo scenario complessivo.
La destinataria non è soltanto lei, UvdL. Il testo parla a Pechino, a tre giorni dal viaggio di Šefčovič; a Washington, perché weaponization e agnostic valgono anche per i dazi americani; alle altre venticinque capitali, a cui Parigi e Berlino fanno sapere che la partita la impostano loro. La Commissione ha risposto in poche ore con parole da regia concordata. La lettera porta due firme, ma l’operazione è decisamente a tre.
La dottrina del secondo colpo. Zweitschlagswaffe compare nei titoli e nei resoconti e commenti della stampa tedesca, mentre un funzionario di Berlino parla di arma “di seconda battuta”. È lessico nucleare. L’Unione, potenza normativa per vocazione, dichiara che il commercio è ormai terreno di dissuasione. Un’arma lenta non dissuade, e l’anticoercizione richiede mesi di istruttoria e un voto del Consiglio: per questo nessuno l’ha mai usata, e nessuno ne ha mai avuto paura.
Il potere cambia sede. Nello schema franco-tedesco la Commissione propone e le misure passano, salvo che una maggioranza qualificata le fermi. Il peso della prova si rovescia. Francia e Germania pesano insieme un terzo della popolazione: finché non votano contro, la soglia del 65 per cento per bloccare è quasi irraggiungibile. Lo strumento nasce già garantito dai due che lo vogliono. Il paradosso è che deleghino a Bruxelles proprio loro, i difensori storici del primato dei governi: si scioglie guardando chi presiede la Commissione, una tedesca del partito di Merz. C’è anche un vantaggio nascosto, l’anonimato. Dopo i dazi sulle auto elettriche Pechino ha colpito brandy, suino e latticini, cioè filiere di singoli Paesi. Con la procedura inversa nessun governo deve mettere la faccia su un sì.
Berlino ha cambiato religione. Nell’ottobre 2024 la Germania votò contro i dazi sulle auto cinesi. Oggi il cancelliere ne firma l’esclusione dal mercato. Disperazione, più che conversione: l’AfD ha preso il 43,8 per cento in Sassonia-Anhalt il 6 settembre, e due settimane dopo, il 20 la Cdu è finita sotto la soglia minima in Meclemburgo: cristianodemocratici fuori da un Parlamento regionale per la prima volta; un sondaggio (è di Insa-Consulere, un Pagnoncelli tredesco) dà il 14 per cento dei tedeschi che lo vuole ancora cancelliere. La protezione commerciale come argine al populismo, in un Paese che per mezzo secolo ha fatto della “libertà di esportare” la propria dottrina.
Un’arma non sceglie chi la impugna. Le presidenziali francesi sono il 18 aprile e il 2 maggio 2027. Bardella sta fra il 32 e il 36 per cento al primo turno e batterebbe di misura perfino Philippe. Un meccanismo capace di recidere un mercato da 450 milioni di consumatori è l’arma che un nazionalista sogna. Si disegna oggi pensando a Pechino. Fra cinque anni qualcuno lo leggerà pensando a Bruxelles.
Il baratto. A dicembre Merz e von der Leyen tentarono di forzare insieme Mercosur e beni russi congelati; Meloni li fermò. A gennaio il Mercosur passò comunque, nonostante Parigi. La lettera è il punto di caduta: Berlino apre i portoni altrove, Parigi mette i cani alla porta di servizio. “Diversification” accanto a “level playing field” è la clausola dello scambio.
Svolta esplicita o tacita? Tacita nella sostanza, esplicita in una riga: quella sulla maggioranza inversa, che tocca il principio di chi decide quando l’Unione fa male. Il resto è un cambio di attitude, attitudine già in atto: dal Brussels effect a una potenza che si arma. Fra gli Stati la svolta è un direttorio, due governi che concordano il testo e lo consegnano al Consiglio come base di partenza. Il motore di Parigi e Berlino riparte quando entrambi i piloti sono a fine corsa, con uno strumento che li sopravvive. Restano gli ostacoli: la procedura ordinaria con il Parlamento europeo, le eccezioni di sicurezza dell’Omc, il controllo della Corte. Non vedrà la Gazzetta Ufficiale prima del 2027 inoltrato.
Per gli Stati che aderiscono i vantaggi sono concreti. Eccoli. 1) La dissuasione in sé: Šefčovič è un altro negoziatore con quella carta in tasca. 2) La scala: ventisette politiche parallele sono una resa, una sola tiene insieme il mercato. 3) La copertura dalle ritorsioni. La voce con Washington. E la diversificazione, che apre ad acquisti comuni e scorte strategiche.
I costi sono tutti per i consumatori, per le industrie che dipendono da magneti e componenti cinesi, per chi esporta a Pechino, e per la coesione fra chi ospita investimenti cinesi e chi teme i dazi americani.
Ma si tratta di una duplice autocandidatura? Macron non verrà giubilato da nessuna elezione: esce per limite costituzionale il 14 maggio 2027. Merz non vota fino al 2029, ma ha già perso le regionali ed è dentro una Kanzlerkrise. Arrivano all’uscita da strade diverse.
Per Macron il calendario è un invito. Il mandato di Costa al Consiglio europeo scade il 31 maggio 2027, diciassette giorni dopo il suo. Ad aprile a Nicosia ha detto che dopo l’Eliseo non farà politica: “Non l’ho fatta prima, non ne farò dopo”. Chi lo segue sa che la smentita di un’ambizione è spesso il suo preludio. Per Merz l’ipotesi è fragile: nel 2029 avrebbe settantatré anni, la Germania ha già avuto due presidenti della Commissione in sessantotto anni, e oggi circola un Kanzlertausch, ricambio. Una caduta produce pensionamenti, non candidature.
La lettura più credibile è un’altra: mettere il proprio nome sul processo di rinnovamento, sull’architettura prima di uscire di scena. Se l’arma funziona la paternità è loro; se no, il fallimento sarà di chi la userà. Per Macron è un testamento con le firme già apposte. Per Merz è un’assicurazione: arrivare al redde rationem interno con un primo successo comune e non soltanto con la fotografia di un’Europa che in patria non lo vota più. Il 2027 è l’anno delle nomine: gennaio il Parlamento, maggio il Consiglio europeo, poi la Bce. Chi tiene il testo sul commercio tiene anche la parte rilevante del banco dei posti.
Il dibattito, e Roma. Quattro fratture e una quinta. Liberisti contro protezionisti, con Olanda, Nordici e Irlanda poco entusiasti. Grandi contro piccoli: la parola direttorio nessuno la pronuncia volentieri. Commissione contro Consiglio, sull’equilibrio dei Trattati. Imprese contro imprese, auto e chimica da una parte, acciaio e solare dall’altra. La quinta è Cina contro Washington, e la lettera la nasconde con l’aggettivo agnostic. Non reggerà: alla prima discussione concreta qualcuno chiederà: “Contro chi?”.
L’Italia non ha firmato, ma la maggioranza qualificata del 2027 passa da lei. Aderirà al principio e combatterà sui dettagli, perché un governo che ha fatto del rapporto con Washington la propria carta europea non vuole un’arma che possa essere puntata anche lì. Putin a Valdai, sul suo splendido, letterario lago e una decina di hotel a 5 stelle, ha detto di considerare l’Italia un partner eurasiatico. I cunei si piantano così, uno alla volta.
Basta per la Russia e per l’Ucraina? No. La lettera non nomina Mosca, né la difesa, né le munizioni. Sul terreno i negoziati americani sono fermi, Washington ha l’Iran e Hormuz, Putin definisce “difficili” le proposte di Trump e chiede la neutralità di Kiev mentre i raid continuano. Merz è andato a Kiev il 4 ottobre con la ministra dell’Economia, non col ministro della Difesa: un segnale su ricostruzione e industria. Gli ucraini sanno che la Bundesrepublik, una certa esperienza di ripartenze e ricostruzioni l’ha già sperimentata: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia.
Il legame con Mosca, poi, esiste, ma è indiretto. La Russia dipende dalla Cina più di quanto ammetta; Putin è stato a Pechino a maggio e ha invitato Xi per il 2027. Uno strumento commerciale a maggioranza qualificata aggira, per via traversa, il veto di Budapest o di Bratislava sulle sanzioni, come già accaduto coi dazi sui fertilizzanti russi. Un giorno potrebbe colpire le imprese cinesi che riforniscono la guerra. I veti si superano cambiando la base giuridica, non convincendo i veti stessi.
Un’arma economica non ferma però una guerra di logoramento in dodici mesi, la risposta cinese è prevedibile (le terre rare del 2025 insegnano) e Putin guarda all’Europa meglio di quanto l’Europa legga se stessa. Gli bastano le urne: Rassemblement national in testa in Francia, un cancelliere che non governa più davvero. Servono denaro comune, armi su scala industriale, una deterrenza che non dipenda dall’umore di Washington. La frase finale della lettera, “politica industriale, semplificazione, investimenti pubblici e privati”, è il rapporto Draghi in una riga. Manca il verbo: finanziare. Nessun debito comune. La linea rossa tedesca sugli eurobond regge ancora.
Economia, finanza, moneta. La Bce ha alzato i tassi il 10 settembre portando i depositi al 2,50 per cento, secondo rialzo dopo quello dell’11 giugno. Inflazione di agosto al 3,3, energia al 14,3, crescita sotto l’uno, gli swap prezzano un terzo rialzo entro fine anno; si decide il 29 ottobre. Dentro questo quadro un’ironia: il Bollettino di giugno segnalava che il calo dei prezzi all’export cinese, meno 3,3 per cento, aveva fatto da cuscinetto all’inflazione dei beni industriali. La disinflazione importata dalla Cina è stata una sovvenzione silenziosa ai consumatori europei. Chiudere quel mercato spegne l’ultimo ammortizzatore mentre il resto brucia. Si può decidere che valga il prezzo, ma va detto.
Poi il cambio. La lettera denuncia la sottovalutazione dei tassi reali altrui: per la prima volta, che io ricordi, due capi di governo dell’euro lo scrivono in un documento rivolto alla Commissione e non alla Bce. L’articolo 219 del Trattato consente al Consiglio orientamenti sul cambio, senza pregiudizio per la stabilità dei prezzi; non è mai successo. A Francoforte non piacerà, e ancora meno la contraddizione: chiedere agli altri di rivalutare mentre la propria banca centrale alza i tassi e rafforza l’euro.
Lagarde scade a ottobre 2027 e non esclude di lasciare “alcuni mesi” prima; il suo libro di memorie esce a fine gennaio e il World Economic Forum la corteggia. La squadra si svuota: Boris Vujčić il noto economista e banchiere croato che ricopre la carica di Vicepresidente della Banca Centrale Europea, ruolo assunto il 1° giugno succedendo a Luis de Guindos. Schnabel va al Fondo monetario e libera il posto da gennaio; Philip Lane, capo economista e membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea esce nel 2027. Per la presidenza girano i nomi di Pablo Hernández de Cos, il direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali (BRI) ed ex governatore della Banca di Spagna, Klaas Knot, ex governatore della banca centrale olandese e già membro del Consiglio direttivo della BCE; al contrario, Joachim Nagel, presidente della Bundesbank (la banca centrale tedesca) e membro del Consiglio direttivo della BCE sembra scivolare, con Berlino che usa il proprio peso per un accordo.
A febbraio il Financial Times scriveva che l’uscita anticipata avrebbe permesso a Macron e Merz di scegliere il successore. Lettera e Bce hanno gli stessi giocatori, lo stesso tavolo, quasi lo stesso calendario. Se a maggio Bardella vince e a Francoforte si cambia presidente, il banco di prova è lo strumento di protezione della trasmissione, creato nel 2022 per gli spread ingiustificati. Nessuno vuole farlo con una banca centrale in transizione.
Il capitolo assente è il denaro. Niente unione dei mercati dei capitali, niente euro digitale, niente ruolo internazionale della moneta. Una potenza che si arma ha bisogno di una moneta che regga la pressione. Sul commercio si decide in mesi, sulla moneta in decenni. La lettera tratta il primo dossier e dimentica il secondo, quello su cui la loro credibilità si misurerà.
Ma torniamo all’inizio: due intestazioni affiancate, in fondo due firme. Una lettera scritta da due uomini il cui orologio politico sta per fermarsi, indirizzata a una donna il cui orologio corre fino al 2029, e destinata a chi verrà dopo. Sulla carta è la richiesta di un’arma. Sotto la carta è un passaggio di consegne. L’inchiostro blu di Merz appartiene a un cancelliere che oggi resta per ostinazione. Quello nero di Macron a un presidente che a maggio non ci sarà più. A restare, se Bruxelles lo vorrà, saranno le righe più esplicite, testimoni di un’indicazione di cambiamento e di un’idea propulsiva da mettere alla prova.
* Risorse di rete sono state utilizzate per validare le sequenze di date, certificare cifre in base a fonti pubbliche e aziendali, controllare atti e personaggi/aziende, assicurare la correttezza formale e il formato del testo. Il punto di partenza e’ una serie di appunti personali e una narrativa redatta in via originale dal ed esclusiva dall’autore.

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