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    Home » Politica » Juncker dopo Moscovici, la sortita della Commissione contro Renzi

    Juncker dopo Moscovici, la sortita della Commissione contro Renzi

    La sostituzione dell'ambasciatore Sannino ha fatto tracimare il vaso

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    15 Gennaio 2016
    in Politica
    Juncker, Renzi, flessibilità, polemica

    Jean-Claude Juncker

    Bruxelles – Non è un fulmine a ciel sereno quello che ha colpito oggi Palazzo Chigi. I nervi della Commissione europea sono scoperti da qualche tempo quando si parla di Matteo Renzi. Da qualche mese il presidente del Consiglio ha intensificato i suoi attacchi contro Bruxelles, da quando è terminato il semestre di presidenza italiana dell’Unione, nel dicembre 2014, la strategia di Roma è stata un crescendo di polemiche con l’esecutivo comunitario e con altri Stati, come la Germania.

    Qualche giorno fa, il 12 gennaio, Renzi durante un’intervista concessa a RepubblicaTv aveva detto che “sulla flessibilità non decide Dombrovskis (Valdis, uno dei vice presidenti della Commissione che aveva lamentato le pressioni italiane, ndr) ma il collegio dei commissari”,  affondando il colpo indicando che per lui “il modello è Obama, non Dombrovskis”. Pochi giorni prima un altro ammonimento a “non esagerare” era arrivato dal presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, che ora è anche presidente di turno dell’Ecofin. “L’Italia ha chiesto varie flessibilità, per le riforme strutturali, per gli investimenti, per i migranti. Sono decisioni che dipendono dalla Commissione Ue. L’unica cosa che posso dire è: non spingiamo. La flessibilità è un margine, si può usare una volta sola. Non si può esagerare”,  disse Dijsselbloem.

    La risposta di Renzi e la battuta su Obama (capo di stato rispettato e stimato a Bruxelles, ma appartenete a un paese non dell’Unione) in particolare hanno proprio fatto arrabbiare la Commissione. Ieri una prima risposta diretta è arrivata dal commissario francese Pierre Moscovici, socialista come Renzi, quindi nessun dubbio di partigianeria politica. “Non comprendo perché – diceva Moscovici nel commentare l’atteggiamento duro di Roma – … Vede, noi sappiamo che l’Italia non è il paese che beneficia di meno dell’aiuto dell’Europa. Può ottenere la clausola sugli investimenti o delle riforme strutturali e, nonostante tutto, critica. E dice ‘non abbiamo abbastanza’ quando hanno più di chiunque altro. Va bene dal punto di vista della retorica, non della realtà”.

    Anche nella conferenza stampa di fine anno, a Roma, Renzi polemizzò fortemente con Bruxelles:  “Non ho dichiarato guerra all’Europa, chiedo solo di far rispettare tutte le regole a tutti”, disse, negando poi che Roma avesse usato “tutta la flessibilità possibile” nel preparare la sua legge di bilancio.

    Insomma, da Bruxelles una risposta si imponeva, e il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è uno al quale piace rispondere e polemizzare. E che ha anche qualche altarino da nascondere, come quello di aver costretto l’unico italiano del suo gabinetto a dare le dimissioni dopo avergli posto un inglese come coordinatore del suo settore settore, il giuridico. La partita è stata gestita forse con troppo nervosismo da ambedue le parti, per lo meno con scarsissima diplomazia da parte del gabinetto di Juncker e anche l’attacco forte, pubblico, portato dal governo italiano non ha di certo aiutato il ricomponimento della questione.  Forse un italiano potrà tornare in quegli uffici, ma la questione continuerà ad essere un brutto neo nella storia delle relazioni tra Roma e Bruxelles, dove ci sono probabilmente anche difficoltà di comunicazione.

    Quel che, secondo alcuni, ha fatto tracimare il vaso  Bruxelles è stata la decisione di Renzi di sostituire l’ambasciatore presso l’Ue Stefano Sannino. Questo diplomatico, che da vent’anni lavora nella capitale dell’Unione, che è stato anche a lungo direttore generale nell’esecutivo comunitario, è molto stimato, è un negoziatore, uno che sa come muoversi. La sua rimozione è stata vista da Bruxelles come il lancio di un guanto di sfida, un messaggio da Roma che si vuole qualcuno più “aggressivo”, che batta i pugni sul tavolo. La questione della flessibilità a Juncker non va giù perché è assolutamente vero che l’Italia ha “molto, molto” insistito, ma la linea di Renzi non sarebbe mai passata se la Commissione non l’avesse appoggiata, e il lussemburghese lo ha detto: “Abbiamo introdotto una flessibilità accresciuta contro la volontà di alcuni Stati membri”, leggi “Germania”.

    E’ vero che l’Unione europea ha concesso molto all’Italia, le ha dato fiducia, ha creduto nel processo riformatore. Da Roma si risponde che sì, ci sarà anche stata fiducia, ma le riforme promesse sono arrivate, alcune già sono in portafoglio, altre sono in dirittura d’arrivo, quindi nessun regalo è arrivato dall’Unione, perché l’Italia ha fatto quanto si era impegnata a fare.

    E’ però anche vero che l’Unione ha forti debiti con l’Italia. Li ha sul fronte immigrazione, dove il fallimento europeo è evidente, come Juncker stesso ha ammesso oggi, sul quale Roma ha bisogno di un aiuto che dall’Unione non arriva, ma la colpa, qui, non è della Commissione bensì degli Stati. Anzi, si chiedono soldi da dare alla Turchia, ma come ha chiarito il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ieri da Bruxelles dove era per la riunione con i colleghi dei 28, Roma vuole veder bene come e perché questi soldi vengono spesi, e vorrebbe anche che quelle centinaia di milioni che l’Italia dovrebbe versare come sua quota dei tre miliardi vengano scomputate dal defict come spese straordinarie.

    Li ha anche sul fronte economico, non riuscendo, o non volendo, intervenire su una Germania che approfitta della sua forza economica facendone pagare il prezzo ad altri partner, e i grandi Paesi esportatori, come l’Italia, sono tra quelli che pagano un prezzo maggiore per questa “tolleranza”.

    La Commissione ha anche altre partite pendenti, sulle quali ci si domanda quanti sia realmente disposta a impegnarsi, come quella sui diritti fondamentali messi in discussione in Polonia (da dove arrivano a Bruxelles accuse di “stupidità”, nazismo, partigianeria politica che restano senza risposte) e in Ungheria, o come quella sulla concessione alla Cina dello status di economia di mercato, sulla quale ha premo tempo e ancora non si esprime.

    Renzi ha una sua strategia, probabilmente troppo brusca, certamente riflettuta ma che alle volte sembra sconsiderata. Forse mostrarsi un antagonista dell’Ue è anche una scelta in vista dei prossimi appuntamenti elettorali nazionali. A Bruxelles d’altra parte forse fa comodo spostare l’attenzione e trovarsi un nemico che sta lì e si offre alla polemica, ma con il quale è evidente che si riesce a ragionare.

    Tags: flessibilitàjunckerRnzi

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