di Bill Mitchell
A volte è come se dovessi darmi un pizzicotto per capire se quello che sto leggendo è un sogno o la realtà. Un po’ di articoli recentemente mi hanno fatto questo effetto, non ultimo il recente report del Fondo monetario internazionale (FMI) sull’analisi della sostenibilità del debito greco, che prevede che il livello di disoccupazione nel paese ellenico resterà al di sopra del 10 per cento ancora per molti decenni. Gli ultimi dati Eurostat sui flussi del lavoro mostrano ugualmente una situazione fosca, per un paese che è stato deliberatamente distrutto dall’ideologia neoliberista. L’ultimo studio dell’Eurobarometro sulla gioventù europea mostra chiaramente ciò che la prossima generazione di adulti pensa di tutto ciò: si sentono emarginati dalla vita sociale ed economica. La troika e i suoi compari nelle grandi aziende stanno facendo un’eccellente lavoro di distruzione delle prospettive economiche dei figli e dei nipoti europei. Tra qualche secolo le persone ripenseranno a questo periodo storico come a un medioevo in cui pochi maniaci affamati di potere hanno dominato sui popoli, prima che scoppiasse il caos e la rivolta.
I flussi del lavoro in Europa
L’ultima pubblicazione Eurostat sui flussi del lavoro (pubblicata il 20 maggio 2016) mostra che solo il 18 percento delle persone disoccupate nell’UE ha trovato un lavoro – e questo conferma l’evidenza di un mercato del lavoro europeo gravemente sottotono.
I flussi del mercato del lavoro «mostrano gli spostamenti degli individui tra le categorie di occupati, disoccupati ed economicamente inattivi, e include nell’analisi l’osservazione delle variazioni nette tra queste categorie».
L’analisi dei flussi lordi ci permette di capire come i lavoratori si spostano tra le varie categorie presenti nel mercato del lavoro (occupazione, disoccupazione, inattività) di mese in mese. In questo modo possiamo vedere l’entità degli spostamenti in ingresso e in uscita nella forza lavoro e tra le varie categorie. In ogni dato periodo c’è un gran numero di lavoratori che entra ed esce da ciascuna categoria del lavoro: occupazione (“E” [da “employment”, NdT]), disoccupazione (“U” [da “unemployment”, NdT]) e inattività (“N” [da “not in the labour force”, NdT]). La misura di stock ci dice qual è il livello all’interno di ciascuna categoria in un dato momento, mentre i flussi ci dicono come si spostano le persone tra le varie categorie da un periodo all’altro (ad esempio da un mese all’altro).
I cambiamenti netti di mese in mese – tra le misure di stock – sono relativamente ridotti rispetto ai flussi totali in entrata e in uscita rispetto a ciascuna categoria della forza lavoro. Gli statistici misurano questi flussi durante i loro sondaggi periodici sulla forza lavoro – ogni trimestre nel caso dell’Eurostat.
I vari stock e flussi vengono denominati come segue:
E = stock dell’occupazione, con la specifica t = periodo attuale, t+1 = periodo successivo.
U = stock della disoccupazione.
N = stock escluso dalla forza lavoro.
EE = EE flusso dall’occupazione all’occupazione (vale a dire persone che erano occupate nell’ultimo periodo e che lo sono ancora).
UU = flusso dalla disoccupazione alla disoccupazione (vale a dire persone che erano disoccupate nell’ultimo periodo e che lo sono ancora).
NN = flusso di coloro che erano esclusi dalla forza lavoro nell’ultimo periodo e che tuttora lo restano.
EU = flusso dall’occupazione verso la disoccupazione.
EN = flusso dalla disoccupazione verso l’esclusione dalla forza lavoro.
UE = flusso dalla disoccupazione verso l’occupazione.
UN = flusso dalla disoccupazione verso l’esclusione dalla forza lavoro.
NE = flusso dall’esclusione dalla forza lavoro verso l’occupazione.
NE = flusso dall’esclusione dalla forza lavoro verso la disoccupazione.
I vari flussi in entrata e in uscita tra le varie categorie, espressi come numero di persone, possono essere trasformati nelle cosiddette probabilità di transizione, ovvero la probabilità di passare da una categoria all’altra.
E così possiamo porci domande come questa: qual è la probabilità che una persona che è disoccupata adesso diventi occupata nel prossimo periodo?
Dunque, se la probabilità di transizione del passaggio dall’occupazione alla disoccupazione è, diciamo, del 5 per cento, allora un lavoratore che attualmente è occupato ha il 5 percento di probabilità di trovarsi disoccupato il prossimo mese. Se questa probabilità scende all’1 per cento, allora si può dire che il mercato del lavoro è in condizioni di miglioramento.
Dunque, le tre categorie di forza lavoro presentate sopra ci forniscono nove probabilità di transizione, riferite ai flussi in entrata e uscita da ciascuna categoria verso la stessa o le altre, in tutte le combinazioni.
Analizzare i cambiamenti di queste probabilità nel corso del tempo ci permette di capire come sta andando il mercato del lavoro.
Ho personalmente compilato la tabella con le probabilità di transizione sulla base degli ultimi dati riferiti all’UE a 28 paesi nell’insieme e poi riferiti solamente alla Grecia.
Il confronto tra l’UE a 28 e la Grecia è abbastanza eloquente, come potrete immaginare. Una persona disoccupata nell’Unione europea ha il 64 per cento di probabilità di rimanervi anche nel periodo successivo (i dati sono riferiti alla fine del 2015). La stessa persona in Grecia ha invece il 95 per cento di probabilità di restare disoccupata nel periodo successivo.
Quella stessa persona, nell’UE a 28 paesi ha il 18 per cento di probabilità di trovare lavoro nel mese successivo, mentre in Grecia la stessa probabilità è appena al 4 per cento (praticamente inesistente).
La probabilità che un giovane che entra nel mercato del lavoro ora trovi un lavoro nel prossimo periodo è del 3 per cento nell’UE a 28 paesi (una probabilità molto bassa). La stessa persona in Grecia ha appena lo 0,5 per cento di probabilità di trovare un lavoro – praticamente non ha speranze.
I flussi mostrano che nell’UE a 28 paesi c’è un po’ di mobilità tra le varie categorie della forza lavoro, mentre in Grecia praticamente non c’è.
Il Grecia il mercato del lavoro è bloccato!
Il report dell’FMI sulla Grecia
L’analisi sulla sostenibilità del debito greco, compilata dall’FMI, è uno di quei documenti di fronte ai quali dovete trarre un profondo respiro prima di rendervi conto che stanno parlando sul serio.
Il report riguarda soprattutto l’idea dell’FMI secondo cui la Grecia non sarà in grado di raggiungere un surplus primario del 3,5 percento come richiesto dalle condizioni di salvataggio. Il Fondo scrive che:
Anche se la Grecia, attraverso uno sforzo eroico, riuscisse temporaneamente a raggiungere un surplus vicino al 3.5 per cento del PIL pochi paesi in passato sono risusciti a mantenere avanzi primari così elevati per un decennio intero, ed è altamente improbabile che la Grecia ci possa riuscire… Le proiezioni suggeriscono che la disoccupazione resterà a doppia cifra per molti decenni.
Conclusione generale: le proiezioni di crescita a lungo termine sono scarse e la ristrutturazione del debito è necessaria. In altre parole, la Grecia non sarà in grado di soddisfare le richieste di rimborso del debito, stabilità bancaria, ecc., poste dalla troika.
Uno non deve essere laureato in scienze missilistiche per capirlo – o per averlo capito già nel 2010, quando la troika entrò in scena.
Lo scopo dei salvataggi era quello di trasformare il debito privato in debito pubblico – non è mai stato quello di aiutare l’economia greca a riprendersi.
Ma a proposito delle proiezioni sulla disoccupazione, a pagina 13 ci viene presentato il box n. 2. Cosa guiderà la crescita greca nel lungo periodo? Questo box analizza le tre componenti guidano la crescita dell’economia.
- Sviluppo della forza lavoro (crescita della popolazione, crescita del tasso di disoccupazione alla forza lavoro, tassi di utilizzo).
- Accumulazione di capitale (investimenti in capacità produttive).
- Produttività totale dei fattori (TFP) – quanto prodotto si può ricavare dai fattori produttivi di un’economia se questi vengono utilizzati.
L’FMI dice che i primi due fattori ostacoleranno la crescita – «un declino della popolazione in età lavorativa» e «tassi di investimento che non ritorneranno agli insostenibili livelli pre-crisi». L’attuale rapporto di investimento (come percentuale del PIL) è sceso all’11 per cento. Nel 2008 era il 20 per cento. C’è stato un rallentamento enorme nella crescita della capacità produttiva.
Il rapporto è ben al di sotto quello di altri paesi avanzati, e implica che la depressione economia continua a causa delle deliberate politiche promosse e volute dalla troika e messe in atto da tutti i governi greci – governi che dovrebbero seriamente essere portati a processo per tradimento contro il proprio popolo.
L’FMI afferma che la crescita verrà solo da una crescita della produttività, che, essi dicono, sarà «guidata dalle riforme strutturali». È il solito vecchio mantra.
Vale a dire: radete al suolo l’economia con tagli alla spesa, deregolamentazioni, privatizzazioni, tagli alle pensioni, disoccupazione – e il gioco è fatto, tornerà la crescita economica. Purtroppo la storia non la pensa proprio così su questa strategia.
L’FMI ritiene che il motivo per il quale la Grecia è ancora in depressione è che non è stata bruciata terra a sufficienza. Il mondo che ragiona ha abbandonato questa forma di terapia shock dopo che Sachs e i suoi scagnozzi hanno devastato i paesi dell’Est Europa.
Eppure l’FMI afferma che per far ritornare la Grecia alla crescita «bisogna continuare con le riforme strutturali più di quanto sia stato fatto fino ad ora». Vale a dire, si incolpa il popolo greco e i suoi governi per non aver essersi piegati alla troika fino in fondo.
Non importa che queste politiche abbiano portato ad contrazione economica che rasenta il 30 per cento del PIL e che ancora non se ne intravede la fine.
L’FMI è un’organizzazione che ha smesso di essere di qualche utilità da decenni. Dovrebbe diventare il bersaglio dell’austerità da parte dei governi che lo finanziano, ed essere chiuso!
I suoi commenti e le sue prospettive sul mercato del lavoro in Grecia si possono definire solo ipnagogiche: un brutto sogno e basta. Queste sono le parole del FMI:
Al tempo stesso, la Grecia continuerà a patire un elevato tasso di disoccupazione per decenni e decenni. Il suo tasso di disoccupazione attuale è attorno al 25 per cento ed è il più alto dei paesi OCSE. Dopo sette anni di recessione, la componente strutturale della disoccupazione è stimata attorno al 20 per cento. Di conseguenza ci vorrà ancora molto tempo perché la disoccupazione scenda. Gli autori del report ritengono che essa scenderà al 18 per cento nel 2022, al 12 per cento nel 2040 e al 6 per cento solamente nel 2060.
Notate in particolare l’affermazione secondo cui l’80 per cento del tasso di disoccupazione [cioè 20 su 25 per cento, NdT] è “strutturale”, e dunque non suscettibile di essere affrontata con politiche che possano aumentare l’occupazione tramite la spesa.
Questa è una delle truffe che il mainstream usa per evitare di affrontare il problema. L’OCSE l’ha fatto nel 2013 quando ha affermato gran parte della disoccupazione spagnola era “strutturale”. Aveva affermato che il tasso di disoccupazione naturale spagnolo aveva raggiunto il 23 per cento nel 2013 dopo aver stimato nel 2010 che sarebbe stato dell’8 per cento. Qualsiasi interpretazione ragionevole del drammatico aumento del tasso di disoccupazione spagnolo, in conseguenza del drammatico crollo della produzione reale, avrebbe portato alla conclusione che il periodo post-2007 era stato un evento ciclico.
Gli eventi strutturali di solito cambiano lentamente. Un paese non perde all’improvviso la sua capacità produttiva (a meno che non ci sia un evento straordinario come uno tsunami, un terremoto o una guerra). La forza lavoro non cambia le sue preferenze all’improvviso, non decide tutta all’improvviso di andare in pensione precocemente, di lavorare meno o di “godersi il tempo libero”.
La forza lavoro non diventa indolente tutta ad un tratto. Quando questi cambi di atteggiamento avvengono, impiegano tempo e non si possono comprendere dall’andamento mese per mese.
Sarebbe dunque difficile considerare in termini strutturali l’improvviso aumento della disoccupazione in Spagna, che è passata dal 10 per cento nel periodo 2000-2007 (8,7 per cento nel periodo 2005-2007) al 16 per cento nel 2009 e poi ancora al 26 per cento nel 2012.
Stesso discorso per la Grecia.
Se il governo greco annunciasse oggi di essere pronto ad offrire lavoro in cambio di un salario minimo decente a chiunque abbia voglia lavorare nello sviluppo comunitario, nella cura ambientale, nella cura della persona, ecc. – cioè desse una garanzia di lavoro – quanti degli attuali disoccupati si presenterebbero? Solo 5 su 25 per cento? Immagino che il governo sarebbe inondato di potenziali lavoratori disposti a lavorare per ottenere un minimo di sicurezza di reddito.
In altre parole, un aumento della spesa assorbirebbe gran parte della disoccupazione greca nel giro di pochi mesi – il che significa che la disoccupazione non è strutturale ed è invece potenzialmente influenzata dagli aumenti di spesa.
Ma a parte questo, abbiamo un paese che è stato distrutto da un’ideologia economia che si rifiuta di ammettere che ciò di cui ha bisogno l’economia è un aumento della spesa.
I salvataggi, che vanno in gran parte alle banche estere e alle rispettive élite, non contribuiscono affatto alla spesa nell’economia greca.
Il futuro dei nostri nipoti è a rischio
Tra gli economisti mainstream si continua a fare un gran parlare di come il deficit fiscale ed il debito pubblico che ne consegue (dato che i governi, senza che ce ne sia bisogno, continuano a elargire sussidi alle imprese in forma di emissione di debito) mettano a rischio di futuro dei nostri figli.
L’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro – Gioventù europea nel 2016 – fornisce un’indicazione molto chiara su come le politiche mainstream di austerità stiano mettendo a rischio il futuro dei giovani.
Dovreste collegare questa indicazione con i risultati del sondaggio che ho riportato nel post “I soldi dei salvataggi greci vanno a banche e grandi aziende: chi lo avrebbe mai detto?”, che mostrava come una crescente percentuale della popolazione greca sia contro l’euro e pensi che sarebbe meglio avere una propria moneta.
Gli ultimi risultati dell’Eurobarometro ci dicono che:
- Più della metà dei giovani europei hanno l’impressione che, nel proprio paese, i giovani siano emarginati ed esclusi dalla vita sociale ed economica come conseguenza della crisi (57 per cento).
- La maggioranza assoluta degli intervistati in 20 paesi sente di essere esclusa [dalla vita sociale ed economica] sebbene ci siano ampie differenze e divergenze tra paesi, fino a 66 punti percentuali. Non sorprende che le percentuali siano molto alte nei paesi più colpiti dalla crisi e dove c’è maggiore disoccupazione giovanile.
Ecco qui il grafico che riassume i risultati della domanda su “Giovani e lavoro”. Il 93 per cento dei giovani greci sente che la crisi li ha emarginati, cioè esclusi «dalla vita economica e sociale». La percentuale è dell’86 per cento in Portogallo, del 79 per cento in Spagna e del 78 per cento in Italia… e così via.
Questo è lo splendido risultato del lavoro della Commissione europea e dell’FMI. È davvero inconcepibile che dopo otto anni di crisi le élite dominanti siano ancora dominanti.
Quello che vediamo è che l’instabilità politica inizia a riflettersi in una crescente instabilità sociale. Le élite possono solo cercare di reprimere il popolo il più a lungo possibile.
Il “progetto europeo” sta lentamente ma inesorabilmente implodendo. Con alcuni paesi che hanno un’intera generazione di giovani alienati dalla narrazione mainstream, è solo questione di tempo prima che avvenga qualche grosso cambiamento a livello politico.
Il timore è che siano i partiti di destra a prendersi carico di queste generazioni di giovani. La sinistra continua a pavoneggiarsi nel delirio della sua grande visione di un’Europa unita, del ripristino della democrazia e altre cose. Tutte chimere!
Pubblicato sul blog dell’autore il 26 maggio 2016. Traduzione di Voci dall’Estero rivista da Thomas Fazi.




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