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    Home » Politica » Stiglitz: “Il costo per salvare l’euro supera quello per smantellarlo”

    Stiglitz: “Il costo per salvare l’euro supera quello per smantellarlo”

    Intervista a Europp: "E' la struttura della Zona euro in sé alla radice del problema. Anche le migliori menti economiche del mondo non sarebbero state in grado di far funzionare l'euro". "Il Ttip veicolo per agende corporative"

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    7 Settembre 2016
    in Politica
    euro, intervista

    Joseph Stiglitz

    Bruxelles – Pubblichiamo, tradotta in italiano a cura del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, un’intervista al premio Nobel Joseph Stiglitz originariamente apparsa su Europp, il sito di affari europei della London School of Economics.

    Il suo nuovo libro, “The Euro: And its Threat to Europe”, delinea i problemi al cuore dell’Euro e dei loro effetti sulle economie europee. L’Euro può essere salvato?
    “La tesi fondamentale del libro è che è la struttura della Zona euro in sé, non le azioni dei singoli paesi, è alla radice del problema. Un sacco di persone dicono che ci sono stati errori politici – e ci sono stati -, ma anche le migliori menti economiche del mondo non sarebbero state in grado di far funzionare l’euro. È fondamentalmente un problema strutturale.

    Quindi, ci sono riforme che potrebbero far funzionare l’euro? Sì, penso che ci siano e nel mio libro parlo di quali sarebbero queste riforme. Non sono così complicate economicamente, dopo tutto gli Stati Uniti sono composti da 50 Stati diversi che usano la stessa valuta, quindi sappiamo che si può fare un lavoro di unione monetaria. Ma la domanda è: c’è la volontà politica e c’è abbastanza solidarietà per farla funzionare?”.

    Alcuni dicono che, anche se l’euro è stato un errore, i costi della rottura potrebbero essere così gravi che varrebbe la pena spingere per un euro riformato, piuttosto che perseguire in quello che si chiama un “divorzio amichevole”. I vantaggi di un euro funzionante sono migliori dell’uscita?
    “La domanda ‘se riformare l’Unione’ è diversa dalla domanda ‘se la si vuole disgregare’: la storia conta. Penso che sia abbastanza chiaro ora che è stato un errore coniare l’euro in quel momento, con queste istituzioni. Ci sarà un costo per la rottura, ma in qualunque modo la si guardi, nel corso degli ultimi 8 anni l’euro ha generato costi enormi per l’Europa. E penso che si possa gestire il costo della rottura con l’attuale corso; il costo per tenere assieme la Zona euro probabilmente supera quello impiegato per il suo smantellamento”.

    Se accettiamo che l’euro è stato un fallimento, parliamo di un fallimento politico o economico?
    “È chiaramente un fallimento politico. Non c’era alcun imperativo economico per creare l’euro. È stato motivato dalla politica, ma i politici non erano abbastanza forti per finire il lavoro. Esso si basa su una visione per portare avanti il progetto europeo e il processo d’integrazione. Ma la gente non ha capito che non si può semplicemente dire quello che si vuole, si deve prestare attenzione alle leggi e alle forze economiche.

    E io, in realtà, credo che avessero le migliori intenzioni. Penso che davvero credessero che l’euro avrebbe portato alla prosperità e che questa prosperità avrebbe portato a una maggiore solidarietà. Ma hanno ignorato le realtà economiche di quello che stavano proponendo e il risultato finale è quello che vediamo ora in Europa”.

    Naturalmente l’Ue sta anche fronteggiando le sfide post Brexit. Alcune figure della politica e del mondo accademico hanno suggerito che la migliore risposta dell’Ue sarebbe quella di fare del Regno Unito un esempio, per evitare che altri Stati decidano di lasciare. Pensa che questo rischi di essere controproducente?
    “Penso di si, il fatto che alcuni ci stiano pensando è il simbolo dei problemi in Europa e nell’Ue. I valori di ‘essere nella Ue’ dovrebbero essere la ragioni per cui la gente vorrebbe rimanere. Se diciamo che l’unica ragione per rimanere nell’Ue è perché se lasci sarai punito, questo non è un argomento molto convincente per l’Europa. E non è certo un’argomentazione in grado di generare la solidarietà. Questa situazione è più simile a un gruppo di detenuti che condividono una prigione, piuttosto che avere una vera solidarietà.

    Il problema è che alcuni dei principali leader in Europa, come Juncker, hanno tenuto questo atteggiamento, e il fatto che sia uno dei leader leader principali è ovviamente fastidioso. Questo è particolarmente vero se si considera il ruolo di Juncker come l’architetto di uno dei maggiori problemi affrontati in Europa, l’evasione fiscale, quando era primo ministro del Lussemburgo. Si suppone che la globalizzazione funziona per tutti i paesi, ma Juncker ha dimostrato una forma di globalizzazione che funziona per un piccolo Paese a scapito di tutto il resto. Chiaramente, non capisce ciò che la globalizzazione dovrebbe essere”.

    Una delle spiegazioni che è stata presentata per la Brexit (e per la popolarità di politici come Donald Trump) è che i governi di tutto il mondo hanno in gran parte mancato di rispondere alle preoccupazioni di coloro che sono rimasti fuori dalla globalizzazione. Mentre la globalizzazione potrebbe beneficiare i paesi a livello aggregato, alcuni individui e gruppi possono rimanere fuori dal processo. Pensa che la globalizzazione possa funzionare per tutti?
    “Sì, se la gente crede che ci siano notevoli benefici per la società, allora quei benefici dovrebbero essere condivisi. Si possono avere le imposte progressive, si possono avere modi di catturare quei benefici per redistribuirli a chi è rimasto indietro. Se si pensa che ci siano benefici per la società, allora bisogna trovare il modo di ridurre le perdite.

    Parte del problema è che negli accordi commerciali più recenti, per esempio, i benefici sociali sono bassi o addirittura negativi. Sto parlando di offerte come la Trans-Pacific Partnership (TPP) e la proposta di scambio e di partenariato transatlantico per gli investimenti (TTIP) tra l’UE e gli Stati Uniti. Questi accordi sono in gran parte veicoli per agende corporative. Non parlano di ristrutturazione delle regole globali del gioco per far stare tutti meglio, ma solo di alterare le regole per renderle più favorevoli per le aziende”.

    Infine, proprio come i paesi della Zona euro, il governo britannico sostenne una forma di austerity nel Regno Unito a seguito della crisi finanziaria. Dato che il Regno Unito non era soggetto agli stessi problemi strutturali dei Paesi che utilizzano l’Euro, cosa pensa di come l’Uk ha gestito la crisi?
    “Questo dimostra un principio generale: uscire dalla Ue non rende immuni da politiche negative. Puoi avere politiche negative tanto nella Ue quanto al di fuori di essa. Io credo fermamente che l’austerità non funzioni e che la sola ragione per la quale la Gran Bretagna ha avuto buone performance è che non ha avuto tutta quella austerità che George Osborne dichiara. C’è stato un sacco di fumo negli occhi, ma a proposito dell’austerità c’è stata molta più retorica che effettiva implementazione – per la fortuna della Gran Bretagna”.

    Tags: euroEuroppintervistaStoglitzTtip

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