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    Home » Non categorizzato » Il fallimento del neoliberismo

    Il fallimento del neoliberismo

    [di Sergio Farris] L’ordine mondiale che abbiamo conosciuto negli ultimi 25 anni è al tramonto. Eppure i leader occidentali rimangono abbarbicati allo stesso armamentario ideologico che ha provocato la crisi.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    23 Settembre 2016
    in Non categorizzato

    di Sergio Farris 

    La crisi nella gestione dei flussi migratori deriva dal più generale fallimento del neoliberismo. I muri e l’ostruzione delle frontiere in Ungheria, Macedonia e Austria, l’uscita della Gran Bretagna dalla UE e l’intento di edificare un muro allo sbocco del tunnel sotto la Manica, sono il portato non solo dell’incapacità dell’Europa di gestire in modo ordinato gli arrivi dei migranti, ma anche del cedimento della globalizzazione liberista e della sua ideologia, basata sulla libertà di movimento dei capitali, delle merci e delle persone.

    Nel solo 2015, le richieste di asilo ricevute dai paesi aderenti all’OCSE sono state 1,65 milioni, di cui 1,3 nei paesi europei. Purtroppo le (peraltro incolpevoli) persone sono, rispetto ai capitali, l’elemento più facilmente individuabile e più agevolmente additabile quale cagione (in realtà capro espiatorio) dei problemi.

    Il fallimento della globalizzazione neoliberista sta creando mostri e intolleranza. Ovunque avanzano le destre estremiste e xenofobe, ed è persino sorprendente l’abilità di questi movimenti nel farsi portavoce e alfieri dei ceti disagiati (le vittime del liberismo) presentandosi quali protettori di identità nazionali e di posti di lavoro dinanzi alla asserita minaccia di concorrenza portata dai nuovi arrivati o da coloro che chiedono accoglienza, i quali vengono attaccati persino nei loro usi e costumi.

    Donald Trump è candidato alla presidenza negli USA, Marine Le Pen e Norbert Hofer sono in lizza per le elezioni presidenziali rispettivamente in Francia e in Austria. In Germania l’estrema destra di Frauke Petry è ormai insediata in dieci dei sedici parlamenti regionali. Dopo il successo relativo in Meclemburgo-Pomerania con il sorpasso dell’AFD ai danni della CDU della stessa Merkel, il 18 settembre la stessa formazione è entrata nel parlamento regionale di Berlino con un consenso di oltre il 14%. La cancelliera tedesca si è precipitata ai ripari. Ha già detto che l’afflusso di migranti in Germania non sarà più di entità pari a quello avuto nel 2015.

    Se la crepa più evidente del neoliberismo occidentale si concretizza nella reazione all’immigrazione, non meno rilevante è il sintomo della sua decadenza rappresentato dal calo del commercio internazionale, sul quale si va progressivamente innestando una politica protezionistica.

    I paesi emergenti non sembrano più in condizione di compensare il deludente tasso di crescita dei paesi di prima industrializzazione. Le misure protezionistiche sono ormai la norma. È la stessa WTO ad aver rilevato nel primo quadrimestre di quest’anno 150 misure protezionistiche, delle quali oltre l’80% varate da paesi facenti parte del G20.

    Il fallimento del neoliberismo risulta poi particolarmente notevole alla luce della linea politica che i leader politici di tutto il mondo hanno scelto (dimostrando una pervicace ottusità ideologica oltre che cointeressenze più o meno esplicite con i protagonisti della finanza globale) per affrontare la crisi economica del 2008. Essi sono, in sintesi, rimasti abbarbicati agli stessi strumenti e allo stesso armamentario ideologico che avevano dominato la cultura politica nei decenni precedenti la crisi. Il “business as usual”, ovvero continuare a lasciar fare al mercato, non ha funzionato. Nulla è stato fatto per ridurre le scandalose disuguaglianze ereditate dai decenni precedenti, le quali hanno semmai mostrato ovunque un incremento. La politica monetaria ultra espansiva adottata dalle banche centrali (una manna per le borse) si è mostrata insufficiente ai fini del rilancio dell’economia globale. Ha piuttosto innescato una guerra valutaria nella quale ciascun protagonista nazionale, in abbinamento con le sempre raccomandate riforme strutturali (ossia bassi salari), cerca di sottrarre quote di mercato ai concorrenti, il che contribuisce a deprimere la domanda mondiale e, daccapo, ad alimentare tentazioni protezionistiche.

    Il “Washington consensus” sembra giunto al capolinea. Il mondo non è più unipolare. Il doppio deficit (interno e estero) americano, che poggiava sulla fiducia nel biglietto verde, ha a lungo consentito agli USA l’assorbimento delle eccedenze commerciali estere, ma non poteva espandersi indefinitamente. Lo scoppio della connessa bolla finanziaria ha fatto il resto. Gli Stati Uniti non possono più permettersi di svolgere il ruolo di “Minotauro globale” (definizione di Yanis Varoufakis).

    Anche le guerre, dichiaratamente finalizzate all’esportazione della democrazia, erano funzionali al mantenimento del “Washington consensus”, ma hanno finito per risultare destabilizzanti e ampliative del solco con parte del mondo arabo, contribuendo ad alimentare l’emigrazione e il terrorismo.

    Intanto i politici di casa nostra, con i loro intenti fuori tempo massimo, pensano e agiscono come se il mondo fosse tuttora quello di dieci anni fa, come se il “business as usual” avesse funzionato e si potessero riporre le speranze in un armonico sistema concorrenziale, effetto della libera movimentazione di capitali e di flussi finanziari.

    Solo così si spiega la miope visione che determina l’atteggiamento del ministro Calenda, favorevole al TTIP, e l’atteggiamento del presidente del Consiglio Renzi, promotore della riforma costituzionale perché grazie a essa si attirerebbero investimenti. Atteggiamenti anacronistici, ormai sorpassati dagli eventi.

    L’ordine mondiale che abbiamo conosciuto negli ultimi 25 anni è al tramonto. Il caos e l’incertezza regnano sovrani. Quando un nuovo ordine internazionale emetterà i primi vagiti non è dato sapere. La fine della storia, declamata da Francis Fukuyama all’indomani della caduta del muro di Berlino, è ancora molto al di là da venire.

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