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    Home » Editoriali » La grande vittoria del Ppe (e la sconfitta del Pse)

    La grande vittoria del Ppe (e la sconfitta del Pse)

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    9 Settembre 2014
    in Editoriali
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    La grande vittoria del Partito popolare europeo. La schiacciante vittoria dei democristiani. La sconfitta del Pse. Potrebbero essere questi i titoli del dopo elezioni europee che meglio spiegano come sono andate le cose in questa nuova legislatura dell’Unione.

    Obiettivamente è un risultato che lascia sconcertati. Alle ultime elezioni il Ppe ha perso la bellezza di 53 deputati (da 274 a 221), il Pse ne ha persi 5 (da 196 a 191) e i liberali 16 (da 83 a 67). Qui qualche aggiustamento andrebbe fatto perché nella veccia legislatura i parlamentari erano 766 mentre in questa sono solo 751, 15 in meno, ma insomma, l’ordine di grandezza resta quello. Un confronto più preciso arriva con le percentuali: Ppe arriva al 29,4 dal 35,7, un deciso tracollo, i socialisti tengono egregiamente arrivando al 25,4 dal 25,5 precedente. I liberali crollano anche loro e si fermano all’8,9, contro il 10,8.

    Uno che si aspetta? Che il Pse prenda qualche posizione in più rispetto a prima. Non è il primo partito, ma è l’unico, nella maggioranza passata e presente (sempre la stessa) che per lo meno non ha perso, i suoi 5 deputati in meno sono imputabili più o meno al calo del numero dei parlamentari. Invece no, i negoziati dopo le elezioni e per la formazione della nuova Commissione europea segnano una totale sconfitta dei socialisti, a tutto vantaggio dei popolari e dei liberali. Ora, è vero che i commissari li scelgono i governi e non i partiti, ma è anche vero che questi devono essere poi votati dai parlamentari, e che il risultato elettorale va tenuto in conto. Neanche un po’! L’abile team negoziale dei socialisti europei, a quanto pare, torna a casa con poco nel sacco, probabilmente meno di quanto aveva prima.

    I tre top jobs, presidenti di Commissione e Consiglio e Alto rappresentante per la politica estera sono rimasti come prima: i due più importanti ai popolari (maschi) e il terzo a una socialista. Come era prima, anche se molti si aspettavano che il Pse puntasse ad avere almeno la presidenza del Consiglio, dopo aver perso quella della Commissione. Per i posti di commissari il quadro che il presidente eletto Jean-Claude Juncker ha annunciato è il seguente: 14 posti (compreso il suo) ai popolari, 8 ai socialisti, 5 ai liberali e uno ai conservatori britannici. E i socialisti stanno ancora battendosi per avere il posto di commissario agli Affari monetari. Si dirà: ma il Pse ha avuto il presidente del Parlamento! Ma quello è un posto a rotazione tra Pse e Ppe è uno scambio che fa parte del patto di alleanza e, sinceramente, avere il secondo turno, quello che gestisce le elezioni, è molto più utile. Addirittura in Slovenia i socialisti, che stanno per entrare al governo con una grandee nuova maggioranza, si sono fatti soffiare il posto di commissario dall’attuale premier, travolta alle elezioni, che si è auto-candidata e auto confermata.

    Dunque, ancora una volta, onore al merito di Guy Verhofstadt, il capogruppo parlamentare dei liberali,che è entrato a forza in maggioranza, ha dimostrato di essere quasi indispensabile e che con il suo modesto 8 per cento ha solo tre commissari in meno di chi ha il 25 per cento, che, a sua volta ne ha ben sei (oltre il 40 per cento) in meno di chi ha avuto il 29 per cento alle elezioni. Pur tenendo conto di quanto si diceva prima, che i commissari sono indicati dai governi, ma considerando che il Parlamento dovrebbe avere una voce in capitolo (che sembra non voler avere) dire che questa è un’Europa che rappresenta poco i cittadini è un’analisi probabilmente moderata.

    Tags: commissione europeaelezioni europeejunckernomineparlamento europeoppePseschulz

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