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TTIP: l’accordo commerciale 2.0 che minaccia la sovranità europea

TTIP: l’accordo commerciale 2.0 che minaccia la sovranità europea

Secondo la Commissione europea l'accordo di libero scambio Ue-Usa sarà un Eldorado economico per l'Europa. Ma è veramente così?

di Giorgio Garbasso

Sul nuovo accordo commerciale che l’Unione europea sta negoziando con gli Stati Uniti si è alzato un polverone di polemiche. O meglio, se ne è parlato in Inghilterra, Germania e Francia, a dimostrazione che una sfera pubblica europea non esiste ancora. Il Transtlantic Trade and Investment Partnership, meglio conosciuto con l’acronimo TTIP, è un grande escluso del dibattito pubblico italiano. Niente di più sbagliato. Se gli italiani non s’interessano al TTIP, il TTIP avrà invece un impatto ben reale sulla vita economica di molti italiani.

Ma procediamo in ordine. Prima di tutto, di che cosa di tratta? Qual è la specificità di questo accordo commerciale e perché suscita tante preoccupazioni? Quali sono i costi e i benefici, economici e geostrategici, di una negoziazione tra gli Stati Uniti e l’Unione europea? Degli ultimi cinquanta accordi commerciali che l’Ue ha firmato con altri paesi del mondo e dei dodici in via di negoziazione, nessuno ha riempito le pagine dei giornali. Ma il TTIP non è un accordo come gli altri, è un accordo commerciale di nuova generazione. Siamo passati a un’altra fase, a un upgrade del software. È la versione 2.0 di un classico accordo commerciale. Secondo alcuni commentatori, sarebbe addirittura fuorviante parlare di un accordo commerciale tout court. Il TTIP è molto di più.

Innanzitutto, il volume degli scambi tra Ue e USA è impressionante. Gli accordi commerciali sono generalmente fatti tra paesi di taglia diversa e tendono a escludere i propri competitor diretti. Questo mastodontico accordo unirebbe invece le economie dell’Unione europea e degli Stati Uniti, che insieme rappresentano più del 40% del PIL mondiale e il 30% del volume degli scambi. Tradizionalmente, le negoziazioni commerciali hanno l’obiettivo di ridurre le tariffe doganali tra due paesi. Grazie alla liberalizzazione degli scambi sostenuta prima dal GATT e poi dall’Organizzazione mondiale del commercio, queste tariffe sono state abbassate costantemente. Al momento, pur non esistendo alcun accordo bilaterale tra Stati Uniti e Unione europea, le barriere tariffarie tra le due aree sono praticamente inesistenti.

E allora sorge spontanea la domanda: perché dai due lati dell’Atlantico i negoziatori si incontrano in segreto per discutere un nuovo accordo? Quando le barriere tariffarie sono orami prossime allo zero, altri fattori possono ostacolare il libero scambio internazionale. Vale a dire, quelle che nel gergo sono chiamate barriere non tariffarie. Se un produttore di autovetture vuole esportare i propri modelli in un altro paese, deve rispettare le norme del paese in cui produce ma anche, ovviamente, quelle del paese in cui esporta, che possono essere diverse. E qui si nascondono nuovi costi: duplicazione dei certificati di sicurezza, obbligo di progettare secondo standard diversi eccetera. Da qui l’esigenza di negoziare un accordo che faccia convergere le norme tra i due paesi, per facilitare così lo scambio di merci. Questo è il punto fondamentale e l’originalità del TTIP.

Si può procedere in due modi, a seconda delle circostanze. O si armonizzano le norme, come è possibile solo in certi casi, oppure, qualora si consideri che gli standard sono diversi ma gli obiettivi sono gli stessi, si opera il riconoscimento reciproco degli standard. Un concetto giuridico innovativo, marchio di fabbrica della costruzione del mercato unico europeo. Autovetture, settore tessile e abbigliamento, prodotti farmaceutici, prodotti chimici, protezione dei dati, agroalimentare, prodotti finanziari: al momento niente è formalmente escluso dalle negoziazione (salvo l’industria della cultura, esclusa all’ultimo momento dalla Francia). Ma quando si affronta la questione degli organismi geneticamente modificati (OGM), della carne agli ormoni e delle altre politiche pubbliche che dipendono dalle “preferenze collettive”, la questione della convergenza normativa diventa estremamente delicata. Saranno gli Stati Uniti ad allinearsi agli standard europei, reputati i più alti a livello internazionale, o saranno gli europei a deregolamentare i propri standard? Il dibattito si polarizza su due trincee opposte. Si capisce orami che in ballo non c’è solo la liberalizzazione degli scambi, ma un problema di sovranità democratica e di orgoglio identitario.

Secondo le organizzazioni non governative e le associazioni dei consumatori, non c’è nessuna garanzia che la convergenza delle norme avvenga al livello più alto. È risaputo che negli Stati Uniti le norme a protezione dell’ambiente, della sicurezza e della salute dei consumatori sono meno esigenti rispetto a quelle dell’Unione Europea. Un accordo commerciale di questo tipo significherebbe ingurgitare e dover lentamente digerire il regime normativo americano. In sostanza, sarebbe l’ultimo tentativo di americanizzazione dell’Unione europea, il cinquantunesimo stato degli Stati Uniti. Senza considerare che l’accordo è stato negoziato all’insaputa degli elettori, e che, come Wikileaks ha recentemente svelato, altri accordi commerciali come il TiSA (Trade in Service Agreement) sono in via di negoziazione nella più totale disinformazione dei cittadini. Nell’epoca della comunicazione e della condivisione, della trasparenza e dell’accountability, tenere gelosamente custodito il testo delle negoziazioni appare un raggiro della democrazia.

Di diverso parere è la Commissione Europea, secondo la quale quando due regolatori si mettono intorno a un tavolo per negoziare misure di convergenza normativa, queste si fanno sempre e solo sul più alto denominatore comune. Insomma, l’ipotesi di una “corsa al ribasso” (race to the bottom) sarebbe scartata fin dall’inizio. Nella costruzione del mercato unico europeo per facilitare la mobilità di beni, capitali e persone abbiamo assistito all’armonizzazione delle norme di ciascun paese a quelle dei paesi più esigenti in fatto di regole. Nel caso di un accordo commerciale con gli Stati Uniti, assicurano le fonti ufficiali, non ci sarà nessuna deregolamentazione: l’Unione europea continuerà a proibire gli OGM, la carne agli ormoni e salvaguarderà la propria cultura amministrativa e normativa, basata sul principio di precauzione. Ogni accordo commerciale ha sempre richiesto un certo grado di segretezza ma, assicurano i vertici europei, il mandato è trasparente. Chi ha ragione? La questione resta aperta. Non abbiamo in mano esempi passati, stiamo piuttosto creando un precedente.

Un secondo punto di polemica è l’aspetto economico. Il TTIP, riducendo i costi occulti – le barriere non tariffarie – è pensato ovviamente per rilanciare la crescita economica, oggi ferma in Europa. La commissione europea pubblica un bel rapporto del Centre for Economic Policy Research pieno di dati e proiezioni. Grazie alla diminuzione delle barriere tariffarie e all’eliminazione dei costi occulti i produttori potranno aumentare le loro economie di scala. Il beneficio ricadrebbe in fin dei conti anche sui consumatori europei in forma di diminuzione del costo dei beni e dei servizi. Grazie al TTIP ogni famiglia avrà in tasca un risparmio annuo di €545. Un aumento del PIL dello 0.48% per l’Ue e dello 0.39% per gli Stati Uniti. All’orizzonte dunque c’è l’Eldorado. La verità è che i benefici economici sono intangibili e queste proiezioni somigliano a fantascienza econometrica. Sono difficili da calcolare perché è ancora incerto cosa sarà messo sul tavolo delle negoziazioni e cosa non lo sarà, e quindi quali saranno i benefici economici. In ogni accordo commerciale esistono dei perdenti e dei vincenti, e la somma non è mai facile da calcolare se non a posteriori e sul lungo termine, quando oramai i giochi sono fatti.

Per il momento, i benefici economici che prevede la Commissione sembrano essere soprattutto comodi strumenti di comunicazione istituzionale. In tempi di crisi e di crescita economica moscia, la tentazione di cercare la crescita con una nuova forma di mercantilismo sul modello della Germania (e della sua sorprendente bilancia commerciale) è forte. Ma il TTIP potrebbe distogliere l’attenzione degli alti responsabili europei da altre urgenti riforme in grado di favorire la crescita a livello della domanda interna, come una riforma della politica monetaria europea, o la possibilità per la Banca centrale europea di investire come una vera e propria banca centrale nazionale.

Limitare il TTIP agli aspetti puramente economici significa trascurare il ruolo del commercio come strumento di politica estera, non tener conto degli aspetti geopolitici. Gli Stati Uniti di Obama dal 2009 stanno vivendo la loro più importante riorganizzazione strategica dall’11 settembre. L’America, che ha guadagnato una virtuale indipendenza energetica grazie al gas di scisto, si disinteressa sempre più dell’area meridionale e si riorganizza verso i mercati dove l’espansione economica continuerà negli anni a venire: l’Asia. Meno interventista di Bush, Obama difende certamente l’aspirazione de gli Stati Uniti di mantenere il ruolo di leader mondiale ma preferisce ridurre al massimo gli interventi diretti (vedi Siria e Libia) e riadattare la politica americana a strumenti strategici meno invasivi e più affini al soft power. Tra i quali vi è, al primo posto, la politica commerciale.

La strategia commerciale odierna degli Stati Uniti, intesa come politica estera, è duplice. Sul versante del Pacifico negozia un mega-accordo regionale, il TransPacific Partnership (TPP), che include undici paesi ma esclude per il momento la Cina, e sul versante atlantico il TTIP, che riaccende la storia di amore e odio, mai sopita, tra europei e americani. Ratificare accordi commerciali permette agli Stati Uniti di trarre vantaggio dall’espansione economica dei paesi asiatici e ridurre il volume dei flussi commerciali di questi paesi verso i propri competitor, primo tra tutti la Cina. In questo risiede la strategia della politica estera americana del containment (“arginamento”): assicurare la propria presenza in una zona strategica fondamentale come il Pacifico e penetrare il più possibile il mercato asiatico per erodere lo sviluppo della Cina.

È giusto emulare gli interessi strategici degli Stati Uniti senza rivendicare una propria specificità? Qual è la strategia commerciale dell’Unione europea? Qual è l’interesse dell’Europa e quello dell’Italia ad allearsi in una sorta di NATO economica con gli Stati Uniti, mettendoci la faccia di fronte agli altri partner diplomatici? E la strategia commerciale dell’Ue in Cina? Gli europei si ostinano a guardare verso l’America mentre l’America guarda altrove. Le ragioni risiedono certamente nella storia dell’Europa di cui l’eredità psicologica e strategica resta di una pesantezza tenace. Ma non sono forse gli Stati Uniti l’ultima illusione politica dell’Europa?