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    Home » Politica » Transparency International: Parlamento Ue non fa abbastanza contro conflitti d’interesse

    Transparency International: Parlamento Ue non fa abbastanza contro conflitti d’interesse

    I deputati devono dichiarare solo genericamente che lavoro fanno e quanto guadagnano. La Ong: “Ci vorrebbero controlli efficaci e sanzioni credibili. Sfortunatamente da Strasburgo arrivano solo parole”

    Daria Delnevo</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@De88Da" target="_blank">@De88Da</a> di Daria Delnevo @De88Da
    13 Ottobre 2014
    in Politica
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    Più della metà degli eurodeputati, 398 su 751, continua a svolgere un’attività lavorativa oltre a quella di parlamentare. In aggiunta al salario da parlamentare europeo, tali attività consentono loro di guadagnare una cifra difficilmente quantificabile in maniera precisa ma che dovrebbe essere compresa tra i 5.8 – 18.3 milioni di euro all’anno. Il fatto è che nel registro della trasparenza i politici devono solo scrivere quali soglie di reddito superano, senza però dover specificare quanto guadagnano con esattezza. In 175 hanno dichiarato ad esempio guadagni esterni ‘di almeno 500 euro al mese’, altri 12 superano superano la soglia dei 10mila euro. È il quadro che emerge dallo studio “EU Integrity System” (EUIS), svolto tra il 2013-2014 dalla Ong Transparency International. “Il numero di questi lavori secondari retribuiti dimostra i potenziali conflitti di interesse”, ha evidenziato Carl Dolan in occasione della conferenza di lancio del database online EU Integrity Watch, ideato per monitorare le attività degli europarlamentari.

    Sebbene i deputati abbiano dichiarato un totale di 1210 attività esterne (la sola liberale francese Nathalie Griesbeck ha affermato di averne ben 68), l’attuale legislazione non consente di cogliere situazioni potenziali e reali di conflitto di interesse. “Fiducia nel processo decisionale richiederebbe invece controlli efficaci e sanzioni credibili”, ha evidenziato Dolan. Tuttavia, da questo punto di vista “il parlamento ha fatto solo promesse vuote”, ha attaccato. Un primo problema emerge in relazione alla terminologia vaga che i parlamentari possono utilizzare per descrivere le attività esterne in cui sono coinvolti. Utilizzando il database ci si può imbattere in mansioni come quelle di “consulente”, “freelancer”, e “manager”, ma anche in acronimi di difficile interpretazione, come ad esempio la membership dell’europarlamentare grillina Rosa D’Amato per l’A.S.D.C.A.M. Al contempo, i parlamentari europei che guadagnano più di 10.000 euro al mese non sono attualmente obbligati a fornire ulteriori informazioni in merito alla natura e alla quantità esatta di queste entrate. Per maggiore chiarezza Transparency suggerisce perciò il restringimento delle fasce finanziare presenti nelle dichiarazioni di interessi affinché entrate di questa portata siano rintracciabili.

    In secondo luogo, la dichiarazione di interessi prevista dal Parlamento europeo può essere compilata da ciascun membro nella propria lingua madre, rendendo difficile attuare una rapida valutazione. Transparency International a questo proposito reclama la necessità di tradurre le dichiarazioni dei MPE in tutte le lingue ufficiali dell’Unione affinché i cittadini possano monitorare i propri europarlamentari e nel caso, modificare il proprio comportamento elettorale alle successive elezioni.

    Un terzo problema è dato invece dalla scarsa attenzione prestata alle dichiarazioni pubblicate dai parlamentari. Secondo il rapporto EUIS ad esempio, 7 dichiarazioni sono state lasciate completamente in bianco, senza quindi inserire il resoconto delle entrate derivanti da attività precedenti ed attuali. Di conseguenza, ha commentato il responsabile delle politiche Daniel Freund, “il parlamento europeo dovrebbe migliorare i controlli sulle dichiarazioni alla ricerca di possibili errori, ricordare ai deputati di fornire informazioni aggiornate, accurate ed utili. False dichiarazioni dovrebbero essere sanzionate”. Purtroppo spesso accade che le procedure di sanzione esistenti non vengano attivate.

    “Il parlamento europeo dovrebbe dunque includere la creazione di un corpo etico indipendente con poteri di sanzione vincolanti”, conclude l’indagine di Transparency International.

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