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    Home » Non categorizzato » L’eclissi del Ttip?

    L’eclissi del Ttip?

    Ora che la Germania ha preso posizione contro l'Isds, il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e stati, le possibilità che il trattato commerciale tra Europa e Stati Uniti, il Ttip, venga concluso prima della prossima tornata elettorale americana, cioè entro il 2015, sono scarse. E quello che succederà dopo è un'incognita.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    29 Ottobre 2014
    in Non categorizzato

    Jean-Claude Juncker ha ottenuto il supporto del Parlamento europeo per la sua nuova Commissione, ma qualcosa deve essere andato storto nelle audizioni del nuovo commissario al Commercio, la svedese Cecilia Malmström, se all’ultimo minuto è stata privata di autonomia su uno dei temi diventato all’improvviso uno dei più caldi, l’Investor-State-Dispute Settlement o Isds (vedi qui), ora nelle mani del primo vicepresidente della Commissione, il laburista olandese Frans Timmermans.

    Come ha dichiarato Juncker, non ci sarà nessuna clausola Isds se Timmermans non sarà d’accordo. C’è a questo punto chi sostiene che ormai le possibilità che il trattato commerciale tra Europa e Stati Uniti, il Ttip, venga concluso prima della prossima tornata elettorale americana, cioè entro il 2015, siano scarse. D’altra parte, quando il presidente Barack Obama annunciò due anni fa l’inizio della trattativa, sia i burocrati di Bruxelles che quelli di Washington si erano posti l’obiettivo di concludere il nuovo trattato – negoziato e discusso solo strettamente off-the-record, all’insaputa dei cittadini ma non delle potenti business lobby che prosperano in ambedue le capitali – prima che la vecchia Commissione di Barroso, molto favorevole, andasse in scadenza. Cosa succederà dal 2016 in poi con un nuovo presidente americano è difficile da indovinare.

    Juncker, d’altra parte, non fa altro che riflettere la posizione tedesca, ben rappresentata all’interno della Commissione dal suo potente chief of staff, Martin Selmayr. La Germania, nonostante fosse stato il primo paese a introdurre l’Isds in un trattato con il Pakistan, si è molto irrigidito su questo strumento dopo che la Vattenfall, la società energetica svedese, aveva obiettato all’improvvisa decisione della cancelliera Angela Merkel di rinunciare al nucleare dopo il disastro nel 2011 di Fukushima in Giappone. Ora la Germania è diventata critica nei confronti di questo strumento, sostenendo che esso è troppo favorevole alla grandi imprese multinazionali. E se la Germania ha preso questa posizione, l’Italia, che non ha molte grandi multinazionali, dovrebbe appoggiarla.

    Nel frattempo, 14 paesi (tra cui Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Danimarca, Finlandia, Irlanda e Repubblica Ceca) hanno mandato una lettera di protesta alla Commissione sostenendo che l’inclusione dell’Isds nel Ttip faceva parte del mandato dato da tutti i paesi del Consiglio europeo. Il più chiaro di tutti è stato Bruno Maçães, uno dei 14 ministri che ha firmato la lettera, che ha dichiarato al Financial Times: “C’è stato un unanime mandato dal Consiglio europeo. Ora non può essere cambiato a causa delle considerazioni politiche di uno degli stati membri, soprattutto uno che ha numerosi accordi Isds già firmati bilateralmente”.

    Si fa fatica a comprendere la posizione presa da uno stato come il Portogallo, quando è sempre più evidente che l’Isds è molto efficace nei confronti di stati deboli come la Libia (vedi qui) ma inefficace contro stati forti come la Russia di Putin. Coloro che hanno investito nella Yukos, l’azienda petrolifera russa del magnate Michail Borisovič Chodorkovskij, che ne aveva acquistato il controllo pagando nel 1995 una piccola somma (159 milioni di dollari) e che hanno ottenuto un risarcimento di 50 miliardi di dollari, difficilmente riusciranno a farseli pagare.

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