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    Home » Politica » Jobs act, approvata la prima delle riforme promesse da Renzi all’Europa

    Jobs act, approvata la prima delle riforme promesse da Renzi all’Europa

    Ieri il Senato ha licenziato il testo definitivo che assegna al governo le deleghe per riformare il mercato del lavoro. Per il premier è un evento “storico”, ma non mancano malumori anche all’interno del Pd

    Domenico Giovinazzo</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@giopicheco" target="_blank">@giopicheco</a> di Domenico Giovinazzo @giopicheco
    4 Dicembre 2014
    in Politica
    Juncker e Renzi al Consiglio europeo

    Juncker e Renzi al Consiglio europeo

    Il Senato ha approvato ieri, in serata, la legge delega per la riforma del mercato del lavoro, meglio conosciuta come Jobs act. Sul provvedimento, l’esecutivo ha posto la questione di fiducia per la seconda volta – era successo anche nel primo passaggio a Palazzo Madama – incassando 166 sì, 112 no e un astenuto. Si tratta della prima riforma approvata dal Parlamento tra quelle promesse dal presidente del Consiglio Matteo Renzi all’Europa. Un passo concreto, nell’ottica del premier, per dimostrare alla Commissione europea l’impegno riformatore dell’Italia. Un risultato necessario per evitare la bocciatura della legge di stabilità, su cui l’esecutivo dell’Unione ha concesso una sospensione del giudizio per 3 mesi, in attesa di vedere, appunto, come procedono le riforme.

    Renzi ha parlato di “un giorno storico”, perché “l’approvazione del Jobs act segnerà la storia dei prossimi anni”. Il capo del governo considera la riforma del lavoro un tassello fondamentale per creare un “ambiente favorevole agli investimenti” delle imprese, come ha dichiarato più volte in passato, e si aspetta che contribuisca alla ripresa dell’occupazione.

    Perché il Jobs act mostri i suoi effetti, tuttavia, è necessario attendere l’emanazione dei decreti delegati da parte dell’esecutivo. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha assicurato l’impegno a “procedere speditamente alla stesura dei decreti attuativi della delega”, annunciando la volontà di partire da “quelli relativi all’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che vogliamo rendere operativo da gennaio”.

    Oltre alla ridefinizione delle forme contrattuali, con l’obiettivo di ridurre le fattispecie previste, la delega prevede la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che vieta i licenziamenti senza giusta causa. Nel caso di licenziamento per motivi economici sarà previsto un indennizzo al lavoratore, con un peso crescente in base all’anzianità di servizio. Nei casi di licenziamenti discriminatori e per specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato – che saranno indicate nei decreti delegati – il lavoratore avrà diritto al reintegro.

    Il governo è chiamato a intervenire anche sugli ammortizzatori sociali; sulle politiche attive per favorire l’occupazione, razionalizzando i servizi per l’impiego e istituendo una Agenzia nazionale per l’occupazione; sulla semplificazione delle procedure e degli adempimenti burocratici relativi all’instaurazione dei rapporti di lavoro; sul riordino delle tutele previste in caso di maternità, malattia o altre esigenze da conciliate con il lavoro.

    Alla soddisfazione del governo per l’approvazione del Jobs act, fa da contraltare la contestazione che si è registrata fuori e dentro il Parlamento. I senatori di Sel hanno esposto in Aula dei cartelli di protesta, e il leader del loro partito, Nichi Vendola, ha criticato la maggioranza. “Smantellano la civiltà dei diritti del lavoro e lo chiamano Jobs act”, ha dichiarato.

    Dura anche Emanuela Munerato, capogruppo leghista in commissione Lavoro al Senato. La senatrice ha parlato di “delega in bianco al governo”, il quale viene “autorizzato a fare ciò che vuole sulla pelle di chi lavora o, ancora peggio, su chi un lavoro non ce l’ha più”.

    Che sia una “delega in bianco al governo Renzi” è convinto anche Francesco Aracri di Forza Italia, il quale ha definito il provvedimento “una accozzaglia di promesse fumose, generiche e prive dei dettagli e della concretezza necessarie per rilanciare l’occupazione”.

    Il malumore per il Jobs act si è registrato anche all’interno del Pd. Il senatore Corradino Mineo ha votato no alla fiducia, e rischia l’espulsione dal Partito, mentre non hanno partecipato al voto Felice Casson e Lucrezia Ricchiuti. Gli altri senatori della minoranza Pd (sono 27) hanno votato la fiducia solo “per senso di responsabilità”, come ha dichiarato il loro rappresentante Federico Fornaro, annunciando la volontà di “vigilare sui decreti attuativi”.

    Sul fronte sindacale, la segretaria della Cisl Annamaria Furlan attende il confronto che “Renzi e Poletti hanno garantito” per la stesura dei decreti delegati. Rimane invece dura l’opposizione di Cgil e Uil, che avevano già proclamato uno sciopero generale per il 12 dicembre. Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi attende “di vedere i testi definitivi e i regolamenti attuativi”.

    Intanto si è registrata anche la protesta di piazza nei confronti del governo e del Pd. A Roma, nel corso del dibattito sulla fiducia, ci sono stati scontri tra la polizia e i manifestanti (sindacati di base, lavoratori precari e studenti) che avevano indetto una mobilitazione per contestare l’approvazione del Jobs act. A Firenze e a Torino sono state occupate le sedi del Partito democratico.

    Tags: bruxellesJobs Actrenziriformestrutturali

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