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    Home » Non categorizzato » La chiave per una de-escalation in Ucraina? Nelle mani di François, piuttosto che di Angela

    La chiave per una de-escalation in Ucraina? Nelle mani di François, piuttosto che di Angela

    Adamo di Adamo
    9 Febbraio 2015
    in Non categorizzato
    Putin Merkel Hollande
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    Mentre il mondo assiste, parte indifferente parte impotente, ad un pericoloso innalzamento di qualità e intensità del conflitto che insanguina l’Ucraina orientale, le diplomazie sono al lavoro alla disperata ricerca di una soluzione che quantomeno attenui le tensioni. La frase è un po’ banale ma rispecchia abbastanza la realtà di una situazione che, smentendo l’aforisma caro a Ennio Flaiano (che del resto quando l’aveva coniato pensava agl’italiani, e non certo agli slavi), è non solo grave ma drammaticamente seria.

    Il rischio che il livello dello scontro s’innalzi ulteriormente è elevato e ad oggi la causa del pessimismo è sorretta da argomentazioni più solide e persuasive di quella di chi ritiene che una soluzione sia a portata di mano. Tuttavia, anche gli ottimisti qualche carta da spendere possono invocarla. Proviamo a guardarle più da vicino.

    In primo luogo, c’è da salutare positivamente il ruolo dell’Europa, finalmente capace di assumersi la responsabilità di un’iniziativa politica con la ‘shuttle diplomacy’ condotta in queste ore frenetiche dal duo Merkel-Hollande.

    Certo, i puristi dell’ortodossia istituzionale storceranno il naso nel vedere l’Europa rappresentata da due leader autoproclamatisi sul campo come rappresentativi dell’intera Unione, mentre i veri rappresentanti delle istituzioni comunitarie restano al palo. Ma in tempi di emergenza – e quella che viviamo è un’emergenza in piena regola – non c’è molto da andare per il sottile. Per parafrasare un grande leader (non europeo) del recente passato, il padre della Cina contemporanea Deng Xiaoping, non importa se il gatto sia bianco o nero ma se sia in grado di acchiappare i topi; e se i gatti comunitari sono paralizzati dai veti incrociati (o da una retorica militante, come quella di chi evoca a ogni pie’ sospinto i fantasmi dell’appeasement, che ne squalifica in partenza eventuali compiti di mediazione), ben vengano – per restare in una metafora faunistica – il gatto e la volpe franco-tedeschi, se sono in grado di spuntare gli artigli dell’orso russo – e magari di ricondurre a consigli un po’ più ragionevoli l’intemperante orsetto ucraino.

    In quest’ottica, va visto paradossalmente come un segnale positivo lo stesso malcontento verso l’iniziativa europea manifestato abbastanza apertamente da parte americana. Certo, le dissonanze di queste ore rischiano d’incrinare l’unità del fronte transatlantico, la cui compattezza è giustamente avvertita come cruciale a fronte del riemergere della minaccia di aggressione russa. Se però si ritiene che l’aggressività russa sia in una certa misura la reazione alla percezione di un’aggressione più o meno strisciante di un fronte occidentale a guida statunitense – di cui il cambio di regime di un anno fa a Kiev sarebbe stata la manifestazione più evidente – , ecco che un’iniziativa europea, per di più vista con sfavore se non avversata dagli USA, potrebbe servire quanto meno a lenire certe paranoie russe, ponendo le condizioni per un dialogo più produttivo di quello intavolato finora con Mosca.

    Eccoci dunque al terzo elemento che autorizza un sia pur cauto ottimismo: il dialogo con Mosca, e per essere precisi con l’inquilino del Cremlino, è adesso condotto non più dalla sola Angela Merkel, alla quale sì è affiancato il Presidente francese Hollande. Paradossi della storia (che del resto non finisce mai di riservare imprevisti e sorprese): il Presidente più impopolare nella storia della Francia repubblicana, già beneficiario del rimbalzo emotivo seguito alle stragi parigine di inizio gennaio, e messo alla berlina per una recente visita in Kazakistan (intervallata da un significativo stopover a Mosca) con foto in tenuta da cosacco che suggeriva reminiscenze cinematografiche di Totò e Peppino a Milano, ha adesso l’opportunità di proporsi come ‘peace-maker’, riuscendo dove la sua collega tedesca aveva fallito malgrado le lunghe ore da lei trascorse in colloquio con l’imperscrutabile Putin – ‘lei sì che sa come trattare con Putin’ secondo la vulgata ricorrente, e forse fallace.

    Oltre ad essere una notizia ovviamente eccellente per chi ha a cuore le sorti della pace e della sicurezza del nostro continente, l’eventuale successo della mediazione-Hollande sarebbe la rivincita dell’esprit de finesse sulle geometrie in cui è maestra ineguagliata la docente di chimica dei quanti assurta alla Cancelleria tedesca. E sarebbe anche la dimostrazione dei limiti di una certa deriva moralistica, di matrice anch’essa tedesca, alla più recente politica europea – tanto estera quanto economica – che ha indotto a impartire premi o reprimende in funzione della buona condotta di Paesi o leader – sanzionando di conseguenza i russi perché ‘Putin è un bugiardo’ o i greci perché ‘Atene ha truccato i conti’ – sostituendo così, per usare la lingua più familiare alla Merkel, la logica del Sollen (‘dover essere’) a quella del Sein (‘essere’) ovvero, per dirla con l’insegnamento sempre attuale di un padre del pensiero politico contemporaneo, perdendo di vista ‘la verità effettuale’ a beneficio dell’immaginazione di essa’.

    Tags: Angela MerkelhollanderussiaukraineVladimir Putin

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