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    Home » Editoriali » G7, sogno di una notte di mezz’estate

    G7, sogno di una notte di mezz’estate

    Virgilio Chelli di Virgilio Chelli
    8 Giugno 2015
    in Editoriali
    G7

    Heinrich Fussli: Sogno di una notte di mezza estate. (1790)

    Il G7 di Elmau in Baviera non è una notizia di prima pagina per molti giornali in giro per il mondo. Il Gruppo è tornato ad essere quello dei Sette paesi economicamente più avanzati del mondo dopo la sospensione l’anno scorso della Russia, causa crisi ucraina. Anche l’Unione Europea ha un posto a tavola ma non conta come nazione. Negli ultimi anni il G7 e il G8 sono andati in prima pagina più per le proteste inscenate dai vari black block, ai quali il summit offre un palcoscenico globale, che per decisioni importanti prese. Come molte altre cose, anche il G7 non è più quello di una volta, mentre negli anni 80 e ancora nei primi anni 90 decideva in qualche modo i destini del mondo, almeno dal punto di vista economico e finanziario. Era al G7 dei ministri delle finanze accompagnati dai governatori delle banche centrali che si stabilivano dopo estenuanti trattative i livelli di riferimento per dollaro, yen e marco tedesco, patti che venivano poi formalizzati dai capi di governo in un comunicato finale che diventava la bibbia per gli operatori in cambi di tutto il mondo. Oggi l’agenda è importante ma solo sulla carta: Ucraina, Medio Oriente, economia mondiale e riscaldamento globale, Africa, e per finire un bel documento comune sul terrorismo. Ma nessuno si aspetta che dalla riunione esca qualche soluzione. La formula sta ogni anno che passa svuotandosi di significato, forse è più importante il summit dei Brics che Putin presiederà esattamente tra un mese in Russia.

    E’ un vuoto di leadership che fa parte della nuova normalità globalizzata, quello che il G7 di oggi esprime. Eppure c’è stato un momento storico che ha visto i leader dei Sette Grandi prendere in mano la storia, ma solo per farsela scivolare dalle dita pochi mesi dopo. Per chi c’è stato e se lo ricorda, il G7 di Londra del 1991 sembrava il primo atto di una nuova era che si apriva nella storia del mondo, invece era l’ultimo di una vecchia era che si chiudeva. Il muro di Berlino era caduto neanche da due anni e solo 4 mesi prima Bush padre aveva stravinto la prima guerra del Golfo. La novità del summit era l’invito a partecipare inviato dall’allora primo ministro John Mayor, appena succeduto alla Thatcher, al presidente russo, anzi sovietico, Michail Gorbaciov. L’idea era che l’Occidente guidato da Reagan avesse vinto la guerra fredda e ora un nuovo ordine globale a trazione economico-militare americana potesse accompagnare l’Unione Sovietica verso il mercato e la democrazia. Il Medio Oriente era sistemato, il Kuwait liberato e i talebani erano ancora degli alleati che avevano dato una mano a cacciare i sovietici dall’Afghanistan. L’illusione cominciò a infrangersi solo un mese e mezzo dopo, a mezza estate, con il tentato colpo di Stato di Mosca che di fatto estromise Gorbaciov e aprì la strada a Eltsin. A dicembre l’Unione Sovietica collassava. E i leader occidentali pensarono bene di girare la testa dall’altra parte, per occuparsi di cose più concrete che non il nuovo ordine mondiale. L’America di Clinton per dedicarsi alla creazione di benessere grazie anche alle nuove tecnologie, l’Europa per costruire la moneta unica che avrebbe visto la luce alla fine del decennio.

    Da allora i G7-G8 hanno perso progressivamente importanza e c’è da chiedersi se servano ancora a qualcosa. Nel mondo destrutturato e globalizzato sembra che contino molto di più le relazioni bilaterali rispetto alle sedi collegiali, a meno che a capotavola non ci sia un leader indiscusso. Ma non è questo il caso. E il motto scelto per il summit di quest’anno — Think Ahead, Act Together – riflette con involontaria ironia questo senso di inutilità più che di impotenza. Come ha notato più di un osservatore, il problema per Angela Merkel e gli altri sei leader è che la soluzione dei temi chiave in agenda è abbondantemente al di fuori della loro sfera di controllo. Il caso più eclatante è quello del cambiamento climatico. Come si fa soltanto a iniziare a parlarne se al tavolo non c’è la Cina? E l’Ucraina? Che senso ha metterla in agenda e allo stesso tempo mandare in castigo fuori dalla porta l’unico con cui avrebbe senso discuterne? Perfino la piccola Grecia sull’orlo del default sembra un problema troppo grande per il G7. Era stato inventato per far conoscere reciprocamente i leader dei paesi più avanzati, aiutarli a familiarizzare. Poi era diventato un vero centro di potere globale. E ora torna alle origini, una specie di club dove passare un weekend a parlare di massimi sistemi tra vecchi amici per poi tornare ciascuno a casa propria al duro lavoro del lunedì

    Tags: ChelliG7

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