Bruxelles – Riformare il sistema della cooperazione internazionale per renderlo più efficace, meno frammentato e maggiormente orientato alla crescita economica. È questo il messaggio contenuto nella dichiarazione dei leader del G7 sulle “partnership internazionali reciprocamente vantaggiose”, uno dei primi documenti adottati dal summit in corso ad Evian (Francia) dal 15 al 17 giugno.
Nel testo – sostenuto anche da Kenya e Repubblica di Corea in qualità di Paesi partner – i capi di Stato e di governo riconoscono il contributo fornito dall’attuale sistema della finanza per lo sviluppo nel sostenere le popolazioni più vulnerabili. Tuttavia – è la convinzione dei leader – adesso è arrivato il momento di un profondo aggiornamento. “Riconosciamo la necessità di aggiornare l’attuale sistema internazionale di sviluppo per garantire che risponda pienamente alle esigenze delle generazioni future e alle sfide attuali”, si legge nella dichiarazione.
In particolare – secondo il G7 – “le politiche tradizionali di sviluppo hanno avuto un impatto limitato nel ridurre la dipendenza dagli aiuti esterni, rafforzare la capacità decisionale dei Paesi beneficiari e creare incentivi favorevoli alla crescita economica”.
Per questo motivo i leader affermano di essere “uniti nel riformare il sistema della cooperazione allo sviluppo e nel costruire partenariati reciprocamente vantaggiosi”, fondati non solo sulla solidarietà internazionale, ma anche sulla convergenza tra gli interessi strategici dei Paesi donatori e quelli dei partner.
Uno dei concetti chiave della dichiarazione è quello della sovranità economica. Il G7 dichiara di voler sostenere i Paesi partner nella capacità di autofinanziarsi, rafforzando “capacità decisionale, responsabilità, sovranità economica di lungo periodo e resilienza”, nel rispetto delle priorità nazionali di sviluppo. Un approccio che punta a superare una logica puramente assistenziale, favorendo invece una maggiore autonomia finanziaria.
In quest’ottica, il documento dedica ampio spazio alla mobilitazione delle risorse interne. Le sette principali economie del pianeta si impegnano a continuare il sostegno ai Paesi partner attraverso il rafforzamento delle amministrazioni fiscali e della capacità di riscossione delle entrate pubbliche. L’obiettivo è aiutare gli Stati a “generare maggiori entrate, spendere in modo efficace, indebitarsi in maniera sostenibile e gestire adeguatamente i rischi fiscali”: un vero e proprio cambio di paradigma.
Un’altra questione su cui è necessario intervenire è quella del debito pubblico dei Paesi a basso e medio reddito. Il G7 esprime “preoccupazione per le crescenti vulnerabilità finanziarie” che colpiscono questi Stati, rischiando di compromettere gli investimenti necessari per lo sviluppo. Per questo i leader chiedono ulteriori progressi all’interno del G20 verso un approccio condiviso alle ristrutturazioni del debito e sollecitano “un rafforzamento del Common Framework affinché le procedure siano prevedibili, tempestive, ordinate e coordinate”. Il riferimento è al meccanismo istituito dal G20 nel 2020 per coordinare la ristrutturazione del debito dei Paesi più vulnerabili quando questo diventa insostenibile.
Accanto alle risorse pubbliche, la dichiarazione attribuisce un ruolo sempre più importante al capitale privato. Secondo i leader, gli strumenti statali da soli non sono sufficienti a soddisfare le esigenze finanziarie globali. Da qui l’impegno a “sostenere una mobilitazione più efficace del capitale privato per finanziare lo sviluppo a lungo termine e generare impatti su larga scala”.
Come concretamente? L’idea partorita dal summit è quella di utilizzare le istituzioni finanziarie per lo sviluppo dei ‘grandi sette’ e sollecitare le banche multilaterali a fare maggiore ricorso a garanzie, strumenti di condivisione del rischio, finanza mista e meccanismi di cofinanziamento.
Quando si parla di cooperazione internazionale, una delle aree geografiche più interessate è evidentemente l’Africa: una fetta di mondo che in effetti occupa una posizione di rilievo nella visione delineata a Evian. I leader accolgono con favore il sostegno espresso dai partner africani durante l’Africa Forward Summit – il summit di Nairobi (Kenya) organizzato dal presidente keniota William Ruto e dall’omologo francese Emmanuel Macron lo scorso maggio – e richiamano una serie di iniziative già esistenti, dal Piano Mattei per l’Africa elaborato dal governo italiano al Partenariato per le infrastrutture e gli investimenti globali ideato dal G7 come contraltare alla Via della Seta cinese.
Proprio in materia infrastrutturale, i Paesi firmatari puntano a rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento e a promuovere investimenti nei trasporti, nell’energia e nelle infrastrutture digitali. Il documento evidenzia inoltre l’importanza strategica – anche in questo caso il riferimento alla Cina è implicito ma evidente – delle filiere dei minerali critici, considerate sempre più centrali per la crescita economica e la sicurezza industriale. L’obiettivo dichiarato è sviluppare “partenariati reciprocamente vantaggiosi basati su standard elevati, trasparenza e creazione di valore locale”.
La dichiarazione affronta anche il tema della sicurezza alimentare, chiedendo alle istituzioni finanziarie internazionali di monitorare gli effetti delle difficoltà di accesso a fattori produttivi essenziali, come i fertilizzanti, e di coordinare il sostegno ai Paesi maggiormente colpiti.
Infine, i leader hanno inserito nel documento una più generale riflessione sulle criticità dell’architettura della cooperazione internazionale, sottolineando come questa soffra di una crescente frammentazione. Per questo si impegnano a “rafforzare il coordinamento tra tutti gli attori coinvolti, comprese le banche per lo sviluppo e le istituzioni finanziarie analoghe”, dando così la priorità agli strumenti di assistenza già esistenti piuttosto che crearne di nuovi e complicare ulteriormente il quadro.
“Realizzare questa agenda trasformativa richiederà un impegno costante e collettivo, sia all’interno che al di fuori del G7″, è la formula con cui i leader hanno deciso di chiudere la loro dichiarazione congiunta. Una incoraggiante esortazione ad agire, o un preoccupato monito rispetto al rischio che queste restino – per l’ennesima volta – solo parole scritte su un pezzo di carta?



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