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    Home » Politica » Angela, la Dorotea che somiglia a Brezhnev

    Angela, la Dorotea che somiglia a Brezhnev

    Virgilio Chelli di Virgilio Chelli
    3 Agosto 2015
    in Politica
    Leonid Il'ič Brežnev

    Leonid Il'ič Brežnev

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    Dieci anni fa di questi tempi partiva in Germania la campagna elettorale che avrebbe portato Angela Merkel al cancellierato. Una serie di gaffes erosero il vantaggio nei sondaggi della Cdu-Csu e alla fine fu una vittoria di misura che costrinse i due maggiori partiti alla grande coalizione. Il cancelliere uscente Gerhard Schroeder avrebbe potuto mettere insieme una maggioranza se si fosse alleato con Verdi e il PDS di Oskar Lafontaine. Ma in campagna elettorale aveva promesso che non avrebbe mai fatto un governo con il suo ex ministro delle Finanze e mantenne la parola. Nell’Europa del 2005 non si sapeva neanche cosa fossero gli spread, i debiti statali erano considerati l’investimento più sicuro del mondo, i problemi sembravano tutti per l’America, impelagata nelle guerre in Iraq e Afghanistan e alle prese in casa con il devastante uragano Katrina. La Merkel è l’unico leader europeo che governa da 10 anni, in tutti gli altri paesi ci sono stati importanti ricambi. Ed è anche riconosciuta come la protagonista indiscussa delle crisi che hanno scosso l’Europa negli ultimi anni, soprattutto Ucraina e Grecia. Il suo mandato scade nel 2017. Se si ricandida, come sembra intenzionata a fare, arriverà al 2021 battendo i record di 14 anni di Adenauer e Mitterrand. Se si fermasse qui, per cosa verrebbe ricordata? Iain Martin, sul conservatore Daily Telegraph di qualche giorno fa, è impietoso: “I diplomatici e l’intera comunità della politica estera che la adorano non sono in grado di citare un solo importante risultato o decisione da leader in tutta la sua carriera, a parte aver pugnalato alle spalle il suo mentore Helmut Kohl.” Sembra il ritratto di un doroteo, i vecchi democristiani refrattari a qualunque decisione ma specializzati nelle congiure ai danni dei compagni di partito. Forse non è un caso che il secondo nome di Angela è proprio Dorothea.

    Martin esagera? Rivediamo rapidissimamente come ha gestito la crisi greca. Nel 2010 si poteva scegliere, spiegando che unione monetaria non vuol dire garantire il debito dei singoli paesi, e lasciare che i greci se la vedessero con le banche creditrici: probabilmente avrebbero ottenuto una ristrutturazione del debito, in alternativa avrebbero fatto default, in entrambi i casi sarebbero rimasti nell’euro. Ma Merkel temeva il contagio e la catastrofe bancaria, e non si è presa il rischio. Anche perché una crisi bancaria estesa alla Germania la avrebbe fatta scendere nei sondaggi. Meglio lasciar fuori le banche e accusare i greci. Il risultato sono stati una serie di salvataggi estesi parzialmente ad altri paesi del Sud Europa che potrebbero aver indotto i mercati a una conclusione pericolosa soprattutto per la Germania. E cioè che Berlino è il garante del debito di tutta l’Eurozona. Andiamo avanti. Per far accettare alla sua opinione pubblica i salvataggi, ha imposto l’austerity ai paesi del Sud Europa. Il che a sua volta ha reso insostenibile il debito della Grecia e difficile da gestire quello degli altri. Il risultato è che arriva la coppia Tsipras-Varoufakis. La Merkel poteva a questo punto ascoltare il FMI, secondo cui il debito greco andava tagliato. Oppure dar retta al suo ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble e aprire la strada alla Grexit. Da brava dorotea non ha scelto, insistendo sull’austerity, nonostante 5 anni di evidente insuccesso. E ha lasciato alla Bce il lavoro sporco di chiudere i rubinetti della liquidità ad Atene. Risultato: prima del 2010 la Grecia era una stabile democrazia europea, oggi è al collasso esposta a ogni turbolenza socio-politica.

    La Storia si è incaricata di mettere una zeppa in questo meccanismo perverso. La cessione di sovranità della Grecia è un precedente che vale per tutti e potrebbe accelerare l’integrazione anziché frantumare l’unione. Ma questo nonostante la Merkel, non grazie a lei. Angela continua a “fare il rombo” con le mani e a pronunciare la sua parola preferita, alternativlos, che tradotta dal tedesco vuol dire inevitabile. È la parola preferita anche da tutti quelli che lasciano succedere le cose invece di provare a farle succedere. Senza calcolare che in questo modo si corrono rischi maggiori rispetto a quelli che si pensa di evitare. Specialmente se si è dei leader, o presunti tali. I detrattori di Angela, soprattutto in Grecia, la disegnano con i baffetti alla Hitler. Probabilmente ne è l’antitesi. Primo non rischiare. E I tedeschi sembrano rassicurati da tanto apparente buonsenso. Forse nella convinzione che seguire acriticamente un leader specializzato nel non prendere decisioni sia meno pericoloso che seguirne uno che di decisioni sciagurate ne prende troppe.

    Come va a finire? Sul sito Russia Insider (forse un po’ di parte) scrivono che la Merkel è come Brezhnev, che lasciò andare in pezzi un impero per debolezza e avversione al rischio, e prevedono che farà lo stesso con l’Europa a trazione tedesca. Il germanico Spiegel non è più tenero: “Tempi duri richiedono qualità e leadership .. ma per Merkel il successo è quando nessuno può accusarti di aver sbagliato”. Quando hanno costruito l’Europa i padri fondatori pensavano a tre pilastri: prosperità, protezione, pace. Dopo 10 anni di cura Merkel (e, va detto per giustizia, di assenza totale di alternative) il primo mostra crepe vistose, il secondo è meno saldo nella percezione della gente, il terzo tiene ancora. Speriamo non abbia il tempo di finire il lavoro.

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