L’emiciclo di Strasburgo applaude in piedi un signore di ottantadue anni dai baffi, oggi scolpiti, diventati col tempo un attributo iconografico al pari del basco di Che Guevara. Lech Walesa siede accanto a Jerzy Buzek, l’ex premier polacco che ha presieduto questo Parlamento. Davanti a loro Roberta Metsola legge le motivazioni del primo Ordine europeo al merito, decorazione istituita nel 2025 per il settantacinquesimo della dichiarazione Schuman. Sulla lista dei Distinguished Members, categoria più alta, tre nomi: Walesa, Angela Merkel, Volodymyr Zelensky. Quest’ultimo è assente, trattenuto dal fronte, manda un messaggio video da un ufficio di Kiev con la bandiera ucraina e quella europea alle spalle; gli altri due siedono nello stesso emiciclo, a pochi metri di distanza.
È il 19 maggio 2026, ed è la prima volta che le due biografie si incrociano in una cornice istituzionale dopo quindici anni. Quando Metsola pronuncia il nome di Merkel parte però un coro di fischi. La pattuglia di europarlamentari di PiS (acronimo del concetto in polacco “Legge e Giustizia”, conservatori) e Confederazione abbandona la sala e si schiera in corridoio con cartelli che accusano la cancelliera di aver rovinato l’Unione; Adam Bielan, capodelegazione PiS, le rimprovera di non aver saputo tacere; Mariusz Kaminski parla apertamente di sangue sulle mani. Walesa, interpellato a margine, definisce il boicottaggio una stupidità politica, e aggiunge che non ha bisogno di consiglieri per decidere se accettare o no un premio. È il gesto più generoso che il padre fondatore di Solidarnosc abbia mai compiuto verso la donna venuta dalla Marca di Brandeburgo.
Quando Walesa scavalca il muro del cantiere Lenin di Danzica, nell’agosto del 1980, ha trentasette anni, quattro figli, lavora come elettricista; è stato licenziato e riassunto più volte. Angela Kasner, futura Merkel, ne ha ventisei, è dottoranda in chimica quantistica all’Accademia delle Scienze di Berlino Est, parla un russo notevole, è cresciuta a Templin, settanta chilometri a nord della capitale, nella canonica del padre, pastore luterano di sinistra che era venuto da Amburgo nel 1954, pochi mesi dopo la nascita di Angela, per scelta missionaria. Tra Danzica e Templin ci sono circa settecento chilometri; tra il cantiere e la canonica c’è il sistema sovietico, la stessa cornice di ferro letta però da due punti opposti.
La biografia del polacco non ha nulla di intellettuale: cattolica, operaia, profondamente legata al magistero di Karol Wojtyla, diventato Giovanni Paolo II nel 1978. È il combinato di queste tre dimensioni che ne fa l’uomo del Nobel di Oslo del 5 dicembre 1983, ricevuto in assenza forzata per timore di non poter rientrare, rappresentato sul podio dalla moglie Danuta. La giovane Kasner, in quegli anni, si reca a Varsavia in vacanza di studio (lo ha raccontato più volte) e lì trova un linguaggio politico che il suo ambiente di provincia non poteva offrirle. La Polonia di Walesa, fra il 1980 e il 1981, è l’unico esperimento di pluralismo nel Patto di Varsavia; è il luogo dove il movimento operaio sciopera contro il partito unico, e dove Solidarnosc (all’apice contava più di dieci milioni di iscritti, un quarto della popolazione polacca) costringe il regime al tavolo della trattativa.
C’è anche un dato di sangue, evidenziato da una biografia del 2013 e mai assorbito dalla stampa italiana. Il nonno paterno di Merkel, Ludwik Marian Kazmierczak, era polacco di etnia, nato a Posen nel 1896, figlio illegittimo di un Wojciechowski e di una Kazmierczak, allevato cattolico, mobilitato nell’esercito imperiale tedesco nel 1915 e poi passato all’esercito polacco, la cosiddetta Armata blu, per combattere per l’indipendenza della Polonia ricostituita. Trasferito a Berlino, sposata Margarete Pörschke nel 1925, germanizzò il cognome in Kasner nel 1930, ma continuò a frequentare i parenti di Poznan fino alla guerra. Il padre della cancelliera, Horst Kasner, era nato Horst Kazmierczak. Merkel ha un quarto di sangue polacco, l’ha detto pubblicamente per la prima volta nel 1995 a un’assemblea ecclesiastica di Amburgo, l’ha ribadito nel 2000. Non è genealogia da rotocalco, ma una chiave di lettura: a Templin, sotto il regime, le carte d’identità della famiglia riportavano ancora i timbri della provincia di Posen.

Apparentemente, una distanza incolmabile. Walesa è cattolico romano, devoto alla Madonna nera di Czestochowa, esibisce sulla giacca, dagli anni Ottanta, una spilla mariana che non ha mai tolto; pratica la confessione, parla del rosario come di un “compagno politico”. Merkel è figlia di pastore, ha frequentato la Junge Gemeinde, la comunità dei giovani, nella canonica paterna, mantiene un rapporto sobrio, anti-retorico, con la fede. Le rare volte in cui ne parla cita Dietrich Bonhoeffer e l’etica protestante della responsabilità. Sotto la superficie religiosa, però, le sovrapposizioni sono profonde: entrambi appartengono alla famiglia della democrazia cristiana europea (intesa nel senso ampio di Adenauer, Schuman, De Gasperi), entrambi diffidano dell’ideologia, entrambi hanno costruito la loro carriera su una pazienza che i più giovani hanno spesso scambiato per opportunismo. E soprattutto: entrambi sono usciti dal comunismo senza accumuli d’odio, ma con una conoscenza ed esperienza che i loro coetanei occidentali non hanno mai potuto acquisire. È questo, più della genealogia di Posen, il vero ponte fra loro.
Il ponte, la Bösebrücke, collega, nella vecchia Berlino ante-1989 anno della Wiedervereinigung, riunificazione tedesca, l’ex settore orientale di Prenzlauer Berg a quello occidentale di Wedding/Gesundbrunnen. Lo attraversano insieme una sola volta. Il 9 novembre 2009, sotto la pioggia, alle cinque del pomeriggio: Merkel, ombrello, cappotto blu, percorre il varco di Bornholmer Straße, che comprende il ponte, con Michail Gorbačëv alla sua sinistra e Walesa alla sua destra. Qui, la sera del 9 novembre 1989, fu aperto per primo il confine tra Berlino Est e Berlino Ovest. Un monumento di fronte alla stazione del quartiere, con i suoi caratteri gotici, lo ricorda.
La folla preme e scandisce «Gorby, Gorby». Vent’anni esatti prima la guardia di frontiera Harald Jäger, di fronte a una folla impossibile da contenere, aveva preso autonomamente la decisione di aprire la sbarra; quella sera la giovane Angela Kasner era passata, andata in un pub di Berlino Ovest a bere una birra con la sorella, e poi tornata a casa a Templin perché l’indomani aveva sauna alle quattro del pomeriggio. Il dettaglio della sauna lo avrebbe ripetuto in molte interviste, come un piccolo blasone della normalità tedesco orientale. Sul ponte, vent’anni dopo, la cancelliera ringrazia Gorbačëv per aver «coraggiosamente lasciato che le cose accadessero» e ringrazia Walesa e Solidarnosc per aver aperto la strada al 1989 tedesco. Il polacco, nel suo discorso serale alla Brandenburger Tor, ribalta l’asse: è stato Giovanni Paolo II, dice, il vero stratega della caduta; il fronte si era aperto nove anni prima a Danzica, non a Berlino. Merkel non lo contraddice. Anzi: nel passaggio centrale del suo intervento citerà espressamente «i vicini dell’Est», formula calcolata per non separare i polacchi dagli ungheresi e dai cechi. A una cena successiva al Kanzleramt, Casa Merkel, nel febbraio del 2010, Walesa ha ironizzato sul numero ridotto di donne nella delegazione polacca, e Merkel, di rimando, ha ricordato che nel 1990, ai cortei pacifisti di Berlino Est, le donne erano molto più numerose degli uomini, in un’atmosfera di confidenzialità e informalità. Pensavo fosse un’indiscrezione, ma l’ho ritrovata stampata nei materiali d’archivio…
Da quel ponte in poi, però, i contatti diventano più cerimoniali e i rapporti politici peggiorano. Negli anni del primo governo Tusk, Gazeta Wyborcza era arrivata a definire Merkel la cancelliera più favorevole alla Polonia mai vista a Berlino. Il 1º maggio 2011 la Germania aveva aperto il mercato del lavoro ai cittadini polacchi, e il 28 novembre dello stesso anno il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski aveva tenuto a Berlino un discorso in cui dichiarava di temere meno il potere tedesco che la sua inazione. Poi due fratture: Nord Stream 2, deciso nel 2015 fra Gazprom e cinque partner occidentali, blindato dalla cancelliera anche dopo l’avvelenamento di Aleksej Navalnyj nell’agosto del 2020. Merkel premette il grande tasto rosso a fungo che simboleggiava il rilascio della valvola che apriva il flusso del gas, dopo avere celiato sul fatto che di molecole se ne intendeva davvero… Poi, il governo PiS, insediato il 16 novembre 2015, con cui il dialogo divenne immediatamente difficile per via delle riforme alla magistratura e ai media pubblici. Merkel scelse in entrambi i casi una linea di gestione paziente: non rompere mai con Varsavia ma non smettere mai di sollevare, sotto forma di critica gentile, la questione dello Stato di diritto. È quello che fece il 7 febbraio 2017 nella sua prima visita a Varsavia dell’era PiS, quando di fronte a Beata Szydlo rievocò l’ispirazione che Solidarnosc aveva dato alla sua generazione e parlò della necessità del pluralismo dei media. Una citazione chiara ma dalle maniere inappuntabili.
Il prezzo, in Polonia, fu pesante. Da Varsavia, la Germania apparve per anni come il paese che predicava i valori e finanziava la fonte avversaria. Quando a ottobre del 2025 Merkel, in un’intervista al canale ungherese Partizan, ha sostenuto di aver proposto nel giugno del 2021 un nuovo formato di dialogo diretto UE-Russia affossato da Polonia e Paesi baltici, la risposta di Varsavia è stata immediata. Sikorski, tornato ministro degli Esteri nel governo Tusk, ha replicato che la cancelliera aveva dimenticato come il suo stesso governo avesse trattato le obiezioni polacche del 2007. Katarzyna Pelczynska-Nalecz, ex ambasciatrice a Mosca e oggi ministra dello Sviluppo regionale, ha parlato di carburante per la propaganda russa. Mariusz Blaszczak, capogruppo PiS, ha chiesto a Tusk di “prendere le distanze dall’amica di un tempo”. L’eredità polacca di Merkel ha cominciato a essere riscritta, e la cancelliera, di norma così attenta al tono, ha avuto un raro inciampo retorico.
Qui entra in campo il terzo nome del trio strasburghese. Il 3 marzo 2025, otto giorni dopo la pietosa scena e sceneggiata dello Studio Ovale fra Trump, Vance e Zelensky (quella in cui il presidente americano rimproverava al collega ucraino di non avere «carte in mano»), Walesa pubblicava sulla sua pagina Facebook una lettera firmata anche da Adam Michnik, Bogdan Lis, Wladyslaw Frasyniuk, Seweryn Blumsztajn, e da altri trentaquattro ex prigionieri politici della Polonia popolare. Allegata, una foto del 2010 in cui lo stesso Walesa stringeva la mano a Trump a Mar a Lago. La lettera parlava di «orrore e disgusto» e descriveva l’atmosfera del colloquio nello Studio Ovale come “un riflesso delle interrogazioni della Sluzba Bezpieczeństwa” La polizia segreta di Varsavia degli anni Settanta: i giudici e i procuratori, scriveva Walesa, gli ripetevano la stessa frase che Trump aveva rivolto a Zelensky. Era un documento europeo travestito da lettera polacca; la Süddeutsche Zeitung lo riportò in prima pagina il 5 marzo, riconoscendone implicitamente la statura morale.
La domanda è se il parallelo tra Polonia e Ucraina regga anche oltre la cronaca. Regge in più punti. Entrambi i paesi di confine, schiacciati storicamente fra Russia e Germania, hanno fatto da scintilla al processo di allargamento dell’Europa: la Polonia, con Solidarnosc nel 1980, ha aperto la prima crepa del Patto di Varsavia; l’Ucraina, con il Maidan nel 2014, la Rivoluzione della dignità, ha aperto la frattura strutturale con Mosca. Entrambi sono stati guidati, nei momenti cruciali, da figure non protocollari che hanno messo in difficoltà le diplomazie occidentali: un elettricista baffuto che firmava i decreti con la penna dell’operaio del cantiere; un ex attore comico in T-shirt verde militare che parla via Zoom ai parlamenti del mondo. Entrambi hanno subito, da parte tedesca, la stessa attitudine: prudenza, gradualismo, fiducia eccessiva nella mediazione, sospetto di provincialismo nei confronti delle proprie ragioni. Negli anni Ottanta, da Bonn, si invitava Solidarnosc a non strappare; oggi, da Berlino, si invita Kiev a essere realista sui Taurus e sugli asset russi congelati. Lo schema è lo stesso, e Walesa l’ha riconosciuto per primo.

Con una differenza che pesa, ovviamente. La Polonia di Walesa non era in guerra calda; era sotto legge marziale, e per quanto la repressione potesse essere brutale, non c’erano droni iraniani sui tetti di Danzica né missili balistici sopra Lublino. L’Ucraina di Zelensky combatte una guerra di logoramento sul proprio territorio, con perdite umane e materiali che la riduzione al parallelo storico rischia di banalizzare. C’è anche un’asimmetria simbolica: Walesa aveva la Chiesa polacca e Giovanni Paolo II come scudo morale; Zelensky ha la NATO come scudo militare, ma uno scudo che si è fatto improvvisamente più sottile dopo il 20 gennaio 2025. Tenere conto di queste differenze è dovuto. Resta che la curva di lettura tedesca è sovrapponibile, e che la cancelliera che a Strasburgo applaude Zelensky in video è la stessa che, nel 2014, secondo il libro dell’ex capo delle forze armate lituane, Jonas Vytautas Zukas, avrebbe chiesto a Kiev di non opporre resistenza in Crimea (la notizia è stata ripresa dalla stampa baltica e polacca fra l’ottobre 2025 e il novembre 2025, e Merkel non l’ha mai esplicitamente smentita).
Tornando a Strasburgo, il 19 maggio 2026: Walesa ha ricevuto l’Ordine in piedi, con giacca grigia e spilla mariana sul bavero, dicendo poche parole in polacco, traducendole lui stesso a metà. Ha ripreso una formula di Metsola sull’Europa che non ci è stata data ma costruita trattato dopo trattato; ha aggiunto che gli interessa il successo dell’Unione e della «generazione post Solidarnosc», e che vorrebbe contribuire finché può. Merkel, di rimando, ha pronunciato un discorso più lungo. Ha lamentato apertamente la distanza fra le promesse fondative dell’Unione (pace, prosperità, democrazia) e la situazione attuale. «Per essere onesti, siamo molto lontani da quelle promesse», ha detto fra gli applausi tiepidi di una sala che, in larga parte, ne contestava il lascito. Ha parlato della minaccia che la disinformazione sui social media rappresenta per i fondamenti dell’illuminismo. Ursula von der Leyen, due posti più in là, applaudiva con due dita.
Zelensky non c’era. Ha mandato una clip video. Ha ringraziato il Parlamento europeo per il riconoscimento, ha detto che lo riceveva non per sé ma per i soldati al fronte, ha ricordato che la sicurezza dell’Europa si decide oggi in Ucraina. Era un’immagine girata a Kiev, in un ufficio anonimo, con una bandiera europea e una bandiera ucraina alle spalle; aveva, a guardarlo bene, lo stesso fondale che aveva usato il 28 febbraio 2025 nello Studio Ovale. Forse coincidenza, forse memento calcolato. Fra il Ponte di Bornholmer e Strasburgo, fra Danzica e Kiev, fra il 1980 polacco e il 2022 ucraino, la linea è esile ma c’è: la guida l’uomo del cantiere che applaude la cancelliera nonostante tutto, e che nei prossimi mesi saprà dirci, da Danzica, se l’Europa ha finalmente imparato a smettere di chiedere ai paesi di confine di moderare le proprie ragioni. Ne sapremo qualcosa, forse, già prima dell’autunno.













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