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    Home » Politica » Tutto il 2015 di Renzi in Europa

    Tutto il 2015 di Renzi in Europa

    Le (semi)conquiste sulla flessibilità e l’immigrazione, le partite sul Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Ucraina, gli attriti sulle banche e sulle sanzioni contro la Russia, gli interessi energetici e l’uso ‘elettorale’ della dialettica con Bruxelles

    Domenico Giovinazzo</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@giopicheco" target="_blank">@giopicheco</a> di Domenico Giovinazzo @giopicheco
    31 Dicembre 2015
    in Politica

    Roma – Il 2015 è stato un anno di svolta per i rapporti del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, con l’Unione europea. Dalla battaglia sulla flessibilità di bilancio a quella sulla gestione comune dei flussi migratori, passando per le relazioni con la Russia di Vladimir Putin e l’attenzione dell’Ue al Mediterraneo, il premier ha tentato con insistenza di “cambiare verso” all’Europa. Vediamo, punto per punto, se ci è riuscito.

    L’Ue per consenso elettorale – Per avere una corretta chiave di lettura delle principali questioni che hanno animato il 2015 europeo di Renzi, è necessario fare la ‘tara elettorale’ agli attacchi che periodicamente il premier rivolge a Bruxelles. Infatti, non sfugge agli osservatori più attenti che, con l’avvicinarsi delle elezioni, la dialettica del premier sull’Europa si accende sempre un po’. È successo prima delle regionali del maggio scorso, con ben sette Regioni chiamate alle urne mentre il premier incalzava i “grigi burocrati” dell’Ue, e la storia si ripete adesso che la distanza dalle amministrative della prossima primavera si assottiglia – si vota in città importanti come Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna per un totale di quasi 1.300 comuni – e la necessità di rimanere sulla ‘cresta dell’urna’ è alta. È anche con questa lente che bisogna interpretare le polemiche con l’Ue sul decreto ‘salva banche’ o sull’abolizione delle tasse per la prima casa, la mossa elettorale per eccellenza in un Paese in cui circa l’80% delle famiglie possiede la propria abitazione.

    Flessibilità vs rigore – Nell’incessante disputa tra flessibilità e rigore di bilancio, Renzi ha messo a segno un punto a inizio anno, quando la Commissione europea, dopo la chiusura del semestre italiano di presidenza dell’Ue, ha adottato la comunicazione sui criteri per la valutazione dei conti pubblici degli Stati membri, riconoscendo margini di flessibilità per l’attuazione delle riforme strutturali e per gli investimenti. Non si tratta certo degli eurobond, che l’Italia vorrebbe per dare una garanzia europea alla spesa pubblica dei 28 (o almeno dei 19 che condividono la moneta unica), e neppure dello scorporo di tutti gli investimenti dal Patto di stabilità e crescita. Ma per Renzi è un inizio, una presa di coscienza che “con una politica economica di sola austerità si muore”.

    Grecia – Un banco di prova per l’atteggiamento anti-rigorista di Renzi è stato quello della crisi greca. Il presidente del Consiglio si è proposto come “cerniera” tra Atene e Bruxelles ed ha accolto il suo omologo Alexis Tsipras, a Roma, garantendogli il proprio sostegno, salvo poi regalargli una cravatta – che nell’immaginario romano richiama gli strozzini, definiti ‘cravattari’ – e ricordargli che “le regole si rispettano”. Come sia andata a finire è ormai storia, con il leader greco che, dopo aver ottenuto una vittoria al referendum sul memorandum imposto dall’Ue è stato costretto a nuove elezioni e alla formazione di un nuovo governo che adesso sta attuando più o meno quello stesso accordo.

    Legge di Stabilità – L’apertura della Commissione sulla flessibilità è stata sfruttata subito dall’Italia per la Legge di stabilità. La clausola per le riforme è stata utilizzata già per avere l’ok alla manovra dello scorso anno. Per quella di quest’anno, il governo ha fatto ricorso sia ai margini concessi per le riforme che a quelli per gli investimenti. Inoltre, ha chiesto un ulteriore spazio per le spese straordinarie sostenute per la gestione dei migranti. Bisognerà attendere la primavera, quando la Commissione esprimerà il suo giudizio definitivo, per sapere se le richieste verranno accolte. Il premier è fiducioso, ma l’innalzamento del rapporto deficit/Pil al 2,4% rispetto al 2,2% preventivato, e soprattutto i forti dubbi espressi da Bruxelles verso alcune delle misure, non consentono di dare per scontato l’ok alla finanziaria.

    Imu e Tasi – Le perplessità più forti espresse dall’esecutivo comunitario riguardano l’abolizione delle imposte sulla prima casa. Per diverse settimane, sin dall’annuncio del provvedimento, da Palazzo Berlaymont sono trapelate prima indiscrezioni sulla contrarietà, poi la presa di posizione ufficiale del vicepresidente Valdis Dombrovskis, il quale ha ricordato che ridurre le tasse sui patrimoni non va nella direzione indicata dall’Ue. Renzi non ha voluto sentire ragioni e ha proseguito per la sua strada, arrivando addirittura a minacciare di ripresentare la manovra “tale e quale” anche in caso di bocciatura. Il disco rosso dalla Commissione non è arrivato con il parere espresso a novembre, dove pure sono state confermate le critiche, ma per sapere come si chiuderà la vicenda bisogna attendere ancora qualche mese. Secondo molti analisti politici, tuttavia, il via libera alla manovra alla fine arriverà, perché a Bruxelles c’è la convinzione che Renzi sia l’unico in grado di garantire in Italia (oltre che un governo apperentemente stabile) un argine all’antieuropeismo del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord. Pur di non vedere queste forze al governo, dunque, ci sarebbe la disponibilità a valutare con un occhio di riguardo i conti presentati dall’esecutivo a guida Pd.

    Immigrazione – Un altro terreno di confronto serrato con l’Unione europea, nel 2015, ha riguardato la gestione comune dei flussi migratori. È il campo sul quale Renzi ha ottenuto forse i risultati migliori. Se non si può parlare di vittoria completa del premier, però, è più per le resistenze di alcuni Stati in seno al Consiglio che per l’operato della Commissione. L’Agenda europea per le migrazioni messa a punto dall’esecutivo Juncker, infatti, recepisce quasi tutte le richieste italiane. La redistribuzione dei rifugiati tra i Paesi membri, gli hotspot con personale dell’Ue per l’identificazione dei profughi, i rimpatri degli irregolari a carico dell’Unione, ma anche l’operazione militare contro gli scafisti nel Mediterraneo e la recente proposta di una guardia di frontiera europea vanno in direzione di “considerare le frontiere esterne come frontiere del’Unione europea”, come più volte ha chiesto il governo. Tuttavia, lo stesso premier si ritiene soddisfatto “del risultato politico ma non di quello pratico”. Infatti, l’Agenda europea per le migrazioni è stata approvata dai 28 con un iter molto travagliato e ancor più difficile appare la sua applicazione, con le relocation dall’Italia che al momento si attestano allo 0,2% dei 40mila rifugiati da ridistribuire in 2 anni. Non solo, contro il nostro Paese è stata aperta una procedura di infrazione per la carente identificazione dei migranti, anche se lo stesso commissario per le Migrazioni, Dimitris Avramopoulos, in visita a Roma, ha poi dichiarato che il nostro Paese non va sanzionato.

    Banche – il livello di scontro tra l’esecutivo italiano e quello europeo ha raggiunto i livelli più alti sul cosiddetto ‘decreto salva banche’, il provvedimento – poi inserito in Legge di stabilità – con il quale il Consiglio dei ministri ha scongiurato il fallimento di Banca Etruria, Banca Marche e delle Casse di risparmio di Chieti e Ferrara. Dopo lunghe trattative con Bruxelles, l’Italia è stata costretta a varare una norma che ha ‘bruciato’ i risparmi non solo degli azionisti degli istituti di credito coinvolti, ma anche degli obbligazionisti subordinati. La vicenda ha messo seriamente in crisi l’immagine del governo, tanto che, per declinare le proprie responsabilità, secondo alcuni organi di stampa Palazzo Chigi sarebbe stato pronto allo strappo istituzionale, pubblicando la lettera riservata con cui i commissari Hill e Vestager bocciavano la soluzione che avrebbe messo al riparo i risparmiatori. La lettera è stata poi pubblicata dall’agenzia Reuters, e il duro scontro con Bruxelles si è ricomposto con Renzi che, nella conferenza stampa di fine anno, ha accollato ai propri predecessori la colpa di non aver agito per tempo. “Se quando si poteva avessero fatto un ventesimo di ciò che ha fatto Merkel per le banche tedesche”, ha sostenuto, “la situazione adesso sarebbe sicuramente migliore”.

    Politica estera ­– Sulla politica estera dell’Ue, dopo aver ottenuto la nomina dell’ex ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ad alto rappresentante dell’Ue per la Pesc, lo scorso anno, Renzi è riuscito a spostare l’attenzione di Bruxelles, a suo avviso troppo orientata a Est, verso il Mediterraneo. Prova ne è la missione contro i trafficanti di esseri umani davanti alle coste libiche, che dovrebbe spingersi alle acque territoriali e al suolo libico se arriverà una richiesta formale da parte del costituendo governo di unità nazionale. Certo, sulla Siria si procede invece in ordine sparso, con l’iper-attivismo francese che fa da contraltare alla cautela italiana, ma il punto è che c’è la Russia di mezzo e Renzi, in Europa, è il leader più aperto verso il Cremlino. tanto da aver bloccato il rinnovo automatico delle sanzioni contro Mosca per le ingerenze nella guerra civile in Ucraina. Le sanzioni sono state poi rinnovate, ma l’inquilino di Palazzo Chigi rimane convinto che l’Ue rivedrà la decisione nei prossimi mesi, anche se per Angela Merkel la questione non è all’ordine del giorno.

    Screzi con Merkel – I dissapori con il capo dell’esecutivo tedesco sono emersi nel corso dell’ultimo vertice europeo. In quella occasione, il presidente del Consiglio ha posto la questione del rispetto del Patto di stabilità anche riguardo ai limiti imposti al surplus commerciale degli Stati membri, sforato da Berlino, appunto. Poi ha chiesto che l’ampliamento del gasdotto North Stream, che porta il gas russo in Germania, non abbia una corsia preferenziale rispetto alla realizzazione del South Stream, che ha come terminale il nostro Paese ma è al momento congelato. Renzi si è spinto dunque a far la voce grossa anche con il Paese più forte dell’Ue. Se anche questa mossa vada letta in ottica elettorale o se l’Italia sia davvero tornata a un ruolo da protagonista ce lo dirà ormai il 2016. L’augurio è che sia un buon anno per l’Europa tutta.

    Tags: 2015elezionieuropaimulegge di stabilitàlibyamerkelputinrenzirussiasalva banchesiriaTasiue

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