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    Home » Non categorizzato » La libertà di movimento dei capitali può destabilizzare le economie

    La libertà di movimento dei capitali può destabilizzare le economie

    [di Wolfgang Münchau] Parlare di controlli di capitale non è ancora considerato politicamente corretto, ma è sempre più evidente che l’assoluta libertà di movimento dei capitali destabilizza le economie – e va ripensata.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    15 Gennaio 2016
    in Non categorizzato

    di Wolfgang Münchau 

    Quando Margaret Thatcher prese il potere in Gran Bretagna nel 1979, una delle sue prime decisioni come primo ministro fu di abolire i controlli sui movimenti di capitali. Era l’inizio di una nuova era e non solo per la Gran Bretagna. La libera circolazione dei capitali è diventata uno degli assiomi del moderno capitalismo globale. È anche una delle “quattro libertà” del mercato unico europeo (insieme al libero movimento di persone, merci e servizi).

    Ora, potremmo chiederci se la rimozione dello strumento di controllo sui movimenti di capitali può aver contribuito ad una serie di crisi finanziarie. Per rispondere a questo, è istruttivo rivisitare un dibattito di tre decenni fa, quando molti in Europa investirono le loro speranze in una combinazione di liberi scambi, libera mobilità dei capitali, tasso di cambio fisso e politica monetaria indipendente – quattro politiche che il defunto economista italiano, Tommaso Padoa-Schioppa, definì un “quartetto incoerente”.

    Quello che voleva dire è che la loro contemporanea presenza è logicamente impossibile. Se la Gran Bretagna, per esempio, fissa il tasso di cambio con il marco tedesco, e se le merci e i capitali sono liberi di muoversi attraverso le frontiere, la Banca d’Inghilterra deve seguire le politiche della Bundesbank.

    Nei primi anni ‘90, la Gran Bretagna mise alla prova questo quartetto, entrando a far parte del mercato unico europeo e agganciando la sua valuta alla Germania. Il gioco finì presto; dopo meno di due anni passati nello SME, la sterlina tornò ad un regime di cambio fluttuante. Altri paesi europei presero un’altra strada, sacrificando l’indipendenza monetaria e creando una moneta comune. Entrambe le scelte erano internamente coerenti. Quello che è cambiato da allora è la crescente importanza della finanza internazionale. Molti mercati emergenti non hanno una propria infrastruttura finanziaria sufficientemente forte. Aziende e privati contraggono quindi prestiti all’estero, denominati in euro o in dollari. L’America Latina si basa sulla finanza americana, mentre l’Ungheria si basa sulle banche austriache. Con la fine del quantitative easing negli Stati Uniti ed il rialzo dei tassi, i soldi stanno scappando dai mercati emergenti basati sul dollaro.

    In teoria, spetterebbe alle banche centrali dei paesi in questione evitare che si scateni il caos in queste economie, e la teoria economica standard suggerisce che sarebbero in grado di farlo seguendo una politica di controllo dell’inflazione interna. Ma se gran parte dell’economia è finanziata in valuta estera, il margine di manovra è limitato, come ha spiegato l’economista francese Hélène Rey.

    Quando va tutto bene, rileva la professoressa Rey, i finanziamenti arrivano ai mercati emergenti dove alimentano la bolle speculative locali. Quando, anni dopo, la liquidità evapora ed il denaro si rifugia nei porti sicuri del Nord America e dell’Europa, il paese viene destabilizzato. La banca centrale può fare molto poco per regolare gli afflussi ed i deflussi di denaro dall’estero.

    A meno di non considerare inevitabile l’instabilità finanziaria, dunque, si potrebbe presto pensare di imporre controlli sui capitali di una varietà particolarmente tenace, de tipo che fa capire agli investitori esteri che non si desiderano i loro soldi. Il punto è prevenire che il denaro affluisca in abbondanza quando le cose vanno bene, ed evitare che scappi a gambe levate nei momenti difficili.

    Questi discorsi non sono ancora “politicamente corretti” tra i responsabili politici. I banchieri centrali stanno invece propagandando il concetto della “regolamentazione macroprudenziale”, una versione light dei controlli di capitale. L’idea è di regolare gli incentivi: quando una bolla immobiliare si accumula, la banca centrale impone alcuni limiti sui prestiti, ad esempio imponendo un valore massimo ai rapporti tra prestito e valore dell’investimento. Potrebbe anche chiedere al suo governo di aumentare le tasse di bollo o altre tasse di transazione. La Spagna ha provato queste misure nel corso degli anni pre-crisi. Non sono servite a prevenire l’accumulo di una delle più grandi bolle immobiliari della storia.

    Azioni più drastiche, come lasciare l’eurozona o imporre controlli di capitale, avrebbero potuto evitare il tracollo economico. La Spagna ha scartato queste possibilità, ma nel futuro prossimo qualcuno sceglierà di attuarle. Di sicuro la libera circolazione dei capitali non può essere sostenuta per una questione di principio, quando i costi economici sono così devastanti. I controlli sui movimenti di capitale erano comuni nel nostro passato pre-thatcheriano. E potrebbero tornare.

    Pubblicato sul Financial Times l’11 gennaio 2016. Traduzione di vocidallestero.it.  

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