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    Home » Non categorizzato » La ripresa europea? Un semplice trucco statistico

    La ripresa europea? Un semplice trucco statistico

    [di Yanis Varoufakis] I leader europei si congratulano per il ritorno della crescita in diversi paesi della periferia. Ma in molti casi si tratta di un’illusione statistica dovuta al fatto che i prezzi calano più velocemente dei redditi.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    18 Marzo 2016
    in Non categorizzato

    di Yanis Varoufakis

    «La Grecia ha finalmente ricominciato a crescere». Questa era la posizione ufficiale dell’Unione europea a fine 2014. Gli elettori greci, ahimè, erano leggermente meno entusiasti, e nelle elezioni di gennaio 2015 scelsero di destituire il governo in carica e di eleggere una nuova amministrazione, per la quale ho svolto l’incarico di ministro delle finanze.

    La settimana scorsa abbiamo udito dichiarazioni altrettanto altisonanti sul “ritorno alla crescita” di Cipro, a cui faceva da contraltare la notizia del “ritorno alla recessione” della Grecia. Il messaggio della troika era inequivocabile: «Fate ciò che vi diciamo di fare, come ha fatto Cipro, e tornerete a crescere. Opponetevi alle nostre politiche, eleggendo personaggi come Varoufakis, e patirete le conseguenze del prolungarsi della recessione».

    Si tratta di una storiella potente. Ma si basa su una colossale menzogna. La Grecia non si stava riprendendo nel 2014, ed il reddito nazionale di Cipro non sta crescendo. Le declamazioni dell’UE si basano su un focus errato sul reddito nazionale, o PIL, “reale”, un parametro che non può che risultare fuorviante in un contesto di prezzi in caduta.

    Se qualcuno vi chiedesse se oggi ve la passate meglio di un anno fa, rispondereste affermativamente se il vostro reddito monetario (in dollari, sterline, euro o quello che sia) è aumentato negli ultimi 12 mesi. All’epoca dell’inflazione, avreste probabilmente accompagnato la vostra risposta ad una (ragionevole) lamentela sul fatto che il vostro reddito aggiuntivo è stato eroso dall’aumento del costo della vita. Per compensare questo gap tra reddito monetario e potere di acquisto, gli economisti tendono ad “aggiustare” il reddito in base ad un paniere di prezzi. Il reddito nazionale viene calcolato in maniera simile. Gli economisti sommano i redditi monetari di tutti i cittadini e poi aggiustano il totale in base all’andamento dei prezzi; in questo modo ottengono il PIL “reale” di un paese.

    All’epoca dell’inflazione, questo serviva a ricordarci che un aumento del reddito monetario non voleva dire necessariamente che un paese era diventato più ricco. In uno scenario in cui l’inflazione viaggiava, poniamo, ad un ritmo dell’8%, un aumento del reddito monetario del 9% equivaleva ad un tasso di crescita reale del nostro potere di acquisto dell’1%. Per cui, in tempi di alta inflazione, era il tasso di crescita reale quello che contava veramente; solo quando esso cresceva si poteva parlare di un aumento reale dell’attività economica.

    In un periodo di deflazione (in cui i prezzi calano), come quello che stanno attraversando la Grecia o Cipro oggi, però, il tasso di crescita reale può essere fuorviante. Considerate lo scenario ipotetico preso in esame nel grafico qui sotto:

    varoufakis1

    Dall’anno 1 all’anno 2, il reddito monetario del paese in questione (N) è sceso del 2% (da 100 a 98), mentre l’indice medio dei prezzi (P) è sceso dell’1% (da 100 a 9). Nell’anno seguente (anno 3), la recessione si è acuita, con un’ulteriore riduzione del 2,04% del reddito nazionale (da 98 a 96) e un calo dei prezzi ancora maggiore, pari al 6%. Siamo di fronte ad un’economia che sta passando dalla recessione a qualcosa di molto simile ad una depressione, in cui il calo dei redditi si accompagna ad una riduzione ancora più rapida dei prezzi. Osservate però l’ultima riga: il reddito nazionale “reale”, nel terzo anno, sembra essere schizzato all’insù, aumentando addirittura del 4,28%!

    Ma si tratta di un miraggio: un’illusione causata dalla caduta dei prezzi. Detto in parole povere, in un’economia in deflazione, in cui i cittadini e lo Stato sono pesantemente indebitati, ciò che conta è l’aumento del reddito monetario, non quello reale. Qualcuno potrebbe obiettare che un aumento del reddito reale è sempre motivo di celebrazione, anche se i prezzi sono in discesa, poiché questo significa che possiamo comprare più cose con meno soldi. Non è forse una buona cosa? Certamente, ma solo se non abbiamo dei debiti da rimborsare. Quando i cittadini ed i governi sono pesantemente indebitati (e pagano tassi di interesse positivi sui loro debiti), una riduzione del reddito condurrà sempre verso l’insolvenza.

    Questo era quello che stava avvenendo in Grecia nel 2014: R era cresciuto dello 0,8% ma P era caduto del 2,6%. È la stessa cosa che è accaduta in Cipro nell’ultimo quadrimestre del 2015: R è cresciuto dello 0,4% ma P è sceso dello 0,75%. Lo stesso vale per quasi tutti i paesi della periferia europea: i redditi sono in calo, i debiti (in relazione ai redditi) crescono inesorabilmente e le banche affogano in un mare di crediti deteriorati che gli impediscono di prestare denaro alle aziende che potrebbero permettersi di indebitarsi.

    I leader europei sono ormai paralizzati da anni. Hanno investito troppo nelle loro politiche fallimentare per invertire la rotta. Ma nessuno dovrebbe farsi ingannare dai loro trucchetti statistici: concentrarsi sul PIL reale in un periodo di deflazione è solo un tentativo disperato di mascherare la depressione – quella sì reale – in cui versano molte economie europee.

    Pubblicato su Project Syndicate il 15 marzo 2016. Traduzione di Thomas Fazi. 

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