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    Home » Editoriali » L’Ue: l’errore nelle fondamenta (e nelle analisi)

    L’Ue: l’errore nelle fondamenta (e nelle analisi)

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    6 Settembre 2016
    in Editoriali
    germania, elezioni,

    1957 la firma del Trattato di Roma, istitutivo della Cee

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    All’alba dei festeggiamenti per i 60 anni del Trattato di Roma (il prossimo marzo) possiamo dire con certezza una sola cosa su questa Unione europea: chi ci crede, chi la ritiene una bona cosa, si è tenuto per sé i motivi e non è riuscito a trasmetterli ai cittadini. Anzi, chi meglio sta, chi probabilmente ha ottenuto i maggiori vantaggi, non ha la più pallida idea di da dove questi arrivino e, tanto per non rischiare di perdere le proprie condizioni di benessere o di peggiorare il percepito malessere, come prima cosa si toglie dai piedi l’Unione.

    Comincio a pensare che per anni tanti commentatori, come ho fatto anche io, abbiano sbagliato un’analisi: quella secondo la quale non abbiamo più i grandi statisti di una volta ma solo piccoli e miopi politicanti. Forse non è così, forse l’errore è stato proprio (o anche) nella fondazione, è stato nel non avere neanche il più pallido dubbio che 60, 50, 40, 30 ma forse anche 20 anni fa l’Unione andava comunicata, spiegata, fatta diventare parte del patrimonio culturale di noi europei che c’eravamo già allora. Adesso, al massimo da un paio di decenni si è iniziato un diffuso (buono o no) lavoro di comunicazione, quando però l’impegno era però oramai troppo in salita, quando oramai le cose stavano andando male (da dieci anni malissimo) e dunque per i giovani l’Europa è per lo meno qualcosa che c’è sempre stata e dunque è colpevole per lo meno alla pari delle altre istituzioni politiche, mentre per chi ha visto l’Unione formarsi e raggiungere i successi del passato l’Ue è rimasta evidentemente un corpo in fondo estraneo che tutto sommato non ha fatto gran bene.

    Ed ora gran parte dei messaggi elettorali sono contro l’Unione, o contro i politici che la sostengono, anche quando proprio motivi di contestazione non ce ne sarebbero. La Gran Bretagna obiettivamente non può lamentarsi di essere nell’Ue, e non potrebbero farlo neanche i suoi cittadini se sapessero minimamente cosa ha voluto dire, se non fossero convinti, come lo sono in molti, di aver ad esempio dovuto pagare di tasca loro per salvare le banche italiane, cosa che non è mai accaduta. O i cittadini del Maclemburgo, il Lander tedesco con meno migranti e con una disoccupazione in calo vertiginoso negli ultimi anni, che così, a prescindere, votano contro Merkel e a favore del partito anti immigrati e anti europeo, senza rendersi conto dei vantaggi anche solo sul fronte della pacificazione dopo la Seconda guerra mondiale o anche dell’import-export che la Germania ha avuto stando nell’Ue.

    Se i politici oggi sugli scudi sono i populisti, quelli di una volta, quei gran “cavalli di razza” forse erano degli elitari, che anche loro e a loro modo, non riuscivano ad immaginare che il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte, anche se giuste e lungimiranti, è fondamentale per il loro successo. Che poi, allora come oggi, i “cavalli di razza” erano probabilmente le mosche bianche e non la massa dei politici.

    Tags: elezionigermaniaimmigrati

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