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    Home » Non categorizzato » La sinistra in Europa deve cambiare rotta

    La sinistra in Europa deve cambiare rotta

    [di Wolfgang Münchau] I partiti di centrosinistra che insistono oggi con le politiche deflazionistiche ricordano i socialdemocratici tedeschi che negli anni ’20 e ’30 diedero la sponda alle politiche di austerità, favorendo l’ascesa del nazismo.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    7 Ottobre 2016
    in Non categorizzato

    di Wolfgang Münchau 

    Gli esperti della politica ci avevano detto che la Brexit non poteva avvenire e che Donald Trump non poteva vincere le primarie dei repubblicani. Alcuni ci hanno raccontato anche un’altra storia: che i partiti di centrosinistra possono vincere le elezioni solo se stanno al centro. In particolare, ci dicono che Jeremy Corbyn, leader del partito laburista britannico, non potrà diventare primo ministro.

    È proprio vero? Molti esperti, me incluso, si sono formati durante gli anni ’80 o dopo. I partiti di centrosinistra allora vincenti erano quelli che definivano il proprio ruolo non come alternativo al sistema capitalista globale, ma come volto a redistribuirne i profitti. I loro leader – Bill Clinton negli USA, Tony Blair nel Regno Unito, Gerhard Schröder in Germania e altri – erano per lo più centristi.

    Ciò che funzionava in quel periodo, però, non è necessariamente vero sempre. Ad esempio, il governo moderato e pro-establishment dei socialdemocratici in Germania negli anni ’20 e ’30 fallì miseramente. Il parallelo più importante tra gli anni ’30 e oggi sta nel modo in cui le democrazie stanno reagendo a periodi molto lunghi di austerità. I partiti estremisti guadagnano sempre più consensi quando i partiti mainstream non sono in grado di proporre delle alternative.

    Una storia che dovrebbe essere un ammonimento per i partiti di centrosinistra è quella del Partito Socialdemocratico nella Repubblica di Weimar, che vide crollare i propri consensi dal 37,9 per cento nel 1919 al 18,3 per cento nel marzo 1933 (l’ultima elezione libera). Nel corso di quel periodo, il partito era diventato sempre più centrista, e aveva finito per sostenere le politiche economiche deflazioniste del governo. Si trattò di una decisione catastrofica, perché portò gli elettori a spostare il proprio voto verso i nazisti o i comunisti.

    Molti partiti socialisti o socialdemocratici nell’Unione europea hanno sostenuto le politiche di austerità fin dall’inizio della crisi finanziaria, e ne stanno ora pagando il prezzo politico. I Democratici negli Stati Uniti, i neo-laburisti nel Regno Unito e la SPD in Germania sono stati tra i sostenitori più entusiastici della deregulation dei mercati finanziari. La SPD ha inoltre appoggiato il patto di stabilità dell’eurozona negli anni ’90 e la regola del pareggio di bilancio in Costituzione in Germania, che è entrata in vigore nel 2011. L’incapacità del partito di apprendere dalla propria storia è sbalorditiva. Sebbene la SPD a parole sia tutta a favore di maggiori investimenti pubblici nelle infrastrutture, non è in grado di realizzare nulla a causa del proprio impegno per il pareggio di bilancio.

    Non mi sorprende che il centrosinistra in Germania e nel Regno Unito non riesca a vincere le elezioni. Non sappiamo se Corbyn potrà farcela. Ciò che sappiamo è che i suoi predecessori più moderati non ci sono riusciti, almeno non dall’inizio della crisi finanziaria, che è stata uno dei più grandi eventi economici del nostro tempo. Ha ridefinito la politica.

    Tutto questo dove ci porterà? Da un punto di vista economico non c’è nulla di estremo nell’argomento a favore di maggiori programmi di investimento, specialmente dopo anni di consolidamento fiscale. Eppure l’unico partito politico, tra quelli dell’establishment, che offre questa possibilità in Europa è quello di Corbyn, che promette 500 miliardi di sterline di investimenti. In Germania, solo la Linke, il partito successore dei comunisti della Germania Est, è favorevole a un programma di massici investimenti pubblici. Nel resto del continente, dovete spostarvi decisamente verso gli estremi dello spettro politico per trovare qualcuno che sostenga un tale stimolo economico tramite investimenti.

    E quindi quando un partito dell’establishment, come il partito laburista, offre uno spostamento nelle politiche macroeconomiche che avrebbe la possibilità di mettere fine alle sofferenze post-crisi deve essere preso sul serio. Se i Conservatori attualmente al governo fanno pasticci nel gestire la Brexit, e potrebbero farli, le elezioni del 2020 nel Regno Unito potrebbero essere una partita aperta.

    Nell’eurozona le scelte sono ancora più estreme. I cittadini dell’eurozona hanno solo due strade verso maggiori investimenti. La prima è uscire dall’euro, essendo l’unica via lecita con cui un paese può sfuggire alle regole fiscali che limitano gli investimenti a livello nazionale. Questa è la scelta fornita dai partiti estremisti.

    La seconda opzione sarebbe quella di un programma di investimento a livello dell’intera eurozona, gestito centralmente e finanziato con titoli di debito comunitari o, più direttamente, stampando moneta. L’emissione di eurobond e la monetizzazione del debito sono ritenute però entrambe irrealistiche a causa dell’opposizione tedesca. Pertanto, a meno che non optiate per i partiti estremisti, non vi resta alcuna scelta reale.

    Che dire del programma di investimenti della stessa Commissione europea? A guardare bene è soltanto fumo, un’irrilevanza macroeconomica priva di fondi.

    La mia previsione è che la politica si adeguerà alle necessità economiche come ha già fatto negli anni ’80, ma questa volta nella direzione opposta. C’è però la possibilità che vada a finire come negli anni ’30. È difficile dirlo. Ciò di cui sono certo è che il consenso schiacciante a favore delle politiche economiche centriste e liberiste si sta spezzando, e questo influenzerà il modo in cui vediamo i leader come Corbyn.

    Pubblicato sul Financial Times il 3 ottobre 2016. Traduzione di Voci dall’Estero rivista da Thomas Fazi. 

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