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"Figlia Mia" e i diversi modi di essere madre

Il lungometraggio di Laura Bispuri è stato proiettato nell’ambito di un evento organizzato dalla European Women Alliance (Ewa) che da circa un anno mira a portare al centro del dibattito europeo le sfide che le donne affrontano ogni giorno

Bruxelles – La donna, la maternità, i differenti modi di esserlo, madre e donna – nel bene e nel male. Argomenti, questi che si ricollegano al femminismo di ieri e di oggi e che sono al centro del film “Figlia Mia”, proiettato il 4 giugno all’Istituto di Cultura di Bruxelles, dopo che a febbraio era stato presentato al festival del Cinema di Berlino.

Il lungometraggio è stato riprodotto nell’ambito di un evento organizzato dalla European Women Alliance (Ewa), che fa di queste e altre tematiche il fulcro della propria lotta, e mira, da tempo a inserirsi nel cuore cuore del dibattito europeo.

Insieme a Ewa, la proiezione è stata promossa da “Alice nella città”, la sezione indipendente e parallela di Rome Film Festival, con la partecipazione della direttrice Fabia Bettini, della regista Laura Bispuri e di rappresentanti dell’industria cinematografica italiana ed europea, oltre che delle delle istituzioni Ue.

“Figlia mia” è un’esplorazione autentica ed emotiva del concetto di maternità e delle molteplici sfaccettature e differenze che in esso sono contenute.

Il film mostra come essere madre, termine dalla definizione in apparenza statica e definita, in realtà possa essere inteso in diversi modi, senza per questo perdere il proprio significato.

Il lungometraggio, ha spiegato la fondatrice dell’associazione Alessia Centioni “incarna lo spirito dell’associazione” occupandosi “della maternità, perché non esiste un solo modo di essere madre e di essere donna”.

Figlia Mia è “pensato, scritto e girato” attraverso “tre punti di vista – ha aggiunto la regista Laura Bispuri – e una delle grandi sfide del film” è  “l’idea di raccontare la maternità e la complessità dell’animo umano in modi diversi”.

Tre donne, con storie diverse ed età diverse, che affrontano la vita con differenti prospettive ma  sono legate da un legame indissolubile – per sangue o per destino – sono le protagoniste del film, ognuna con una sua, marcata personalità, le proprie problematiche e la propria forza interiore.

“Figlia Mia” mostra come, ha continuato Alessia Centioni le donne “non sono perfette” e che ci sono delle difficoltà, anche grandi  “nell’essere donna ed essere madre” e che “non esiste un solo tipo di famiglia”.

In una Sardegna selvaggia, quella del Supramonte, la stessa terra aspra e meravigliosa che fece da prigione a Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi nei giorni del loro sequestro, si svolgono le vicende di Vittoria, Angelica e Tina.

Vittoria (Sara Casu), figlia di Tina (Valeria Golino) ha con lei una stretta relazione fatta d’amore e di fiducia reciproca, ma le cose cambiano quando Angelica (Alba Rohrwacher), la madre naturale di Vittoria, entra in contatto con la figlia.

Angelica, che viene definita da Tina una “donna perduta”, spesso dedita ad alcol e amori facili, è una figura complessa, impulsiva, fragile e tragica allo stesso tempo, che vive alla giornata, cercando come può di mantenersi a galla e non essere costretta a lasciare la Sardegna.

Quando Angelica entra in contatto con la bambina, o meglio la bambina “torna” da lei, infrangendo il segreto che aveva accompagnato tutta la sua vita, le due instaurano un rapporto molto diverso da quello che la piccola ha con la madre adottiva, un rapporto potenzialmente distruttivo ma allo stesso tempo molto forte e “vero”.

Una relazione che, suscitando la disperazione di Tina – la quale vede portare via da sé la creatura che ha allevato con amore – dà l’avvio a una sorta di disputa tra le due donne adulte per l’amore della bambina.

Vittoria inizierà a porsi dubbi, verrà assalita da paure e rimorsi, ma scoprirà anche nuovi modi di vivere, in un vortice di esperienze che la cambieranno per sempre.

Momento culmine del film sarà quando, nell’assurda speranza di trovarvi un tesoro, Angelica chiederà alla bambina di calarsi in un buco nel terreno, situato nella splendida cornice di una necropoli sarda, mettendo a repentaglio la sua stessa vita.

La bambina entrerà nel buco e ne verrà fuori incolume, ma ne uscirà cambiata e il cambiamento, un’altra importante chiave interpretativa del film, riguarderà tutte e tre le donne.

“Il buco è il racconto di una rinascita” ha spiegato la regista.  “Tutte discendono in un buco nero per poi uscirne”, e da quel momento nulla sarà più come prima, ha aggiunto Bisturi.

Le protagoniste, ha spiegato la regista, sono raccontate “nella loro complessità e forza” e il film mostra di come si possa “accettare e superare la complessità”. “Le donne sono imperfette e complesse” e proprio per questo “un valore”, ha concluso la regista.

Il film, ha concluso Alessia Centioni, rispecchia il “coraggio di proporre al cinema le idee” perché non bisogna “solo battersi per denunciare la mancanza di uguaglianza” ma anche per “proporre una visione alternativa del mondo”.

L’evento è l’ultimo di una serie organizzato da Ewa, che è attiva a Bruxelles da circa un anno.

Il 21 marzo, Ewa ha lanciato al Parlamento europeo l’iniziativa di creare un Consiglio europeo delle donne, un forum permanente di discussione, dibattito, riflessione ed analisi che produca azioni mirate per ridurre le diseguaglianze nell’Ue.