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    Home » Editoriali » Le coltivazioni “spaziali” di Enea

    Le coltivazioni “spaziali” di Enea

    FISE di FISE
    8 Giugno 2018
    in Editoriali
    Il microcosmo di Enea

    Il microcosmo di Enea

    di Carmen Baffi

    Prende vita a Portici, qualche anno fa, l’idea di coltivare le piante in ambienti estremi, addirittura nello spazio. Oggi, dopo varie progettazioni ed esperimenti, quell’idea è realtà, grazie agli studi condotti dai ricercatori di Enea (Centro di Ricerca di Portici), i quali hanno dato vita a un vero e proprio microcosmo. Di che si tratta?
    Luigi D’Aquino, referente del progetto e ricercatore presso Enea, ha spiegato che non è altro che “un simulatore di campo, in grado di simulare un terreno coltivato che permette di tenere le piante per settimane e anche per mesi in allevamento”.

    Quanti anni ci sono voluti prima di arrivare ai primi risultati?
    “L’idea nasce 5/6 anni fa: qualche anno per passare dall’idea alla progettazione di massima, alla progettazione esecutiva, alla realizzazione materiale e al collaudo. Quindi, la macchina è operativa già da due anni”.

    Perché si è pensato di creare questo microcosmo per lo spazio e non piuttosto per il nostro Paese?
    “Ci siamo dati una sfida: la coltivazione di piante in laboratorio, ma in condizioni che non fossero totalmente aberranti, quindi molto più vicine alle condizioni naturali”.

    Qual è l’obiettivo di questa creazione?
    “A monte, c’è un fine scientifico innovativo, che ci permette di fare un certo tipo di esperimenti in determinate situazioni, poi ce n’è uno applicativo, che è quello che ci ha portato a creare questo apparato per far crescere le piante”.

    In futuro si potrebbe arrivare a far adottare l’architettura a doppio stadio alle aziende agricole?
    “Alcune esistono già, però utilizzano il sistema idroponico. Mentre il nostro simulatore si basa sulla coltivazione su un substrato solido di tipo naturale, quindi ha un impatto minore a livello ambientale, è più sostenibile”.

    Quali sono le differenze principali con l’idroponica?
    “Per esempio, l’idroponica utilizza acqua e sali di concimazione che devono avere una certa purezza. A noi serve molta meno acqua e non necessariamente di qualità eccelsa, e non utilizziamo concimi. Un altro aspetto è che in idroponica i substrati possono essere riutilizzati solo alcune volte, poi devono essere sostituiti. Tuttavia, noi possiamo fare cicli più lunghi ma con molte meno piante, mentre l’idroponica è molto più produttiva”.

    Di recente il brevetto del microcosmo è stato presentato al “1rt Joint AgroSpace” a Roma. Avete ricevuto qualche proposta da parte di investitori e industrie?
    “Abbiamo già una comproprietà con Enea e il gruppo Fos che ci sta sostenendo. Abbiamo avuto anche altre interlocuzioni. Registriamo con soddisfazione una certa attenzione imprenditoriale a questa idea: c’è un interesse imprenditoriale oltre a quello scientifico e tecnologico”.

    Un brevetto promettente, insomma, che – vista la sua sostenibilità – potrebbe essere allettante anche per l’Ue. Potrebbe aiutare, infatti, gli Stati membri con più difficoltà a raggiungere gli obiettivi dei Programmi 2020 e ’30 a far calare l’asticella dell’inquinamento e a rientrare così nelle “grazie” dell’Europa.

    Tags: Centro di Ricerca di PorticicoltivazioniEneaLuigi D’Aquinomicrocosmo

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