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    Home » Politica » Rutte: “Il futuro dell’Europa sono Stati sovrani che lavorano insieme”

    Rutte: “Il futuro dell’Europa sono Stati sovrani che lavorano insieme”

    Il primo ministro liberale dei Paesi Bassi offre una lettura conservatrice dell'avvenire dell'Ue. Nessun reale salto in avanti, col rischio di restare indietro.

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    13 Giugno 2018
    in Politica
    Il primo ministro olandese, Mark Rutte, durante il suo intervento in Parlamento europeo. Sulla sinistra Frans Timmermans, primo vicepresidente della Commissione Ue, anche lui olandese

    Il primo ministro olandese, Mark Rutte, durante il suo intervento in Parlamento europeo. Sulla sinistra Frans Timmermans, primo vicepresidente della Commissione Ue, anche lui olandese

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    Bruxelles – Il futuro dell’Europa non è nel senso di un progresso, di un’evoluzione, di quel salto di qualità che molti vorrebbero (sempre meno, sembrerebbe) e che forse anche la logica della storia e degli eventi vorrebbe. Niente Europa federale, avanti così con Stati sovrani e nazionali, che diano voce ai Parlamenti. Mark Rutte non mette molto sul piatto, ma quel poco mette è politicamente significativo. Il primo ministro dei Paesi Bassi tiene fede all’impegno da Stato fondatore, ma all’Aula del Parlamento europeo non offre una ricetta che vada oltre quello che offrirono gli olandesi negli anni Cinquanta.

    “Credo che il futuro dell’Europa dovrebbe essenzialmente riguardare la promessa originale dell’Europa, la promessa di Stati sovrani che lavorano insieme per aiutarsi a vicenda per raggiungere una maggiore prosperità, stabilità e sicurezza”. Parole in contrasto con l’appello all’unità chiesta, ma forse non proprio convintamente. “Se vogliamo essere in grado di agire e determinare il nostro futuro, l’Europa deve essere unita, più che mai”. Ma si dimentichi l’idea di Stati uniti d’Europa.

    Quelli americani, di Stati uniti, hanno cambiato idee e orientamenti, e “il sistema internazionale è sotto pressione”. Ma anche l’Europa lo è. E’ una diretta conseguenza. L’unità a parole si traduce, secondo Rutte, nell’esigenza di fare di più in meno aree. “Più e più Europa non è la risposta ai tanti problemi che le persone affrontano nella vita di tutti i giorni”. Così come “unità e maggiore unità non sono la stessa cosa” nella misura in cui “non si raggiunge l’unità ottenendo di più in più aree”. Il futuro che l’attuale governo olandese vede per l’Ue è dunque all’insegna di “lavorare per un’unione più perfetta, concentrata in pochi settori importanti”. In sintesi, vuol dire “promettere meno e fare di più”.

    L’intervento di Rutte oscilla tra la voglia di ridisegnare l’Europa in un senso più pragmatico, fatto di poche priorità su cui concentrarsi, e la paura di osare troppo in un momento in cui sempre meno si scommette sulla tenuta del progetto comune. Le forze euro-scettiche crescono e avanzano, e la risposta dovrebbe essere allora più Europa. Non per Rutte, convinto sì che “far parte dell’Ue ci rende più forti, più sicuri, più efficaci”, ma meno sulla necessità di cambiamenti epocali. Aggira l’ostacolo con la dialettica tipica dei politici. “Il dibattito sul futuro dell’Europa non è sul più o meno Europa, ma sul valore aggiunto che questa può dare”. Ecco la formula magica per evitare di riconoscere che gli olandesi non vogliono scatti in avanti.

    Non è un discorso progressista quello di Rutte. E’ un discorso conservatore, quello del premier liberale d’Orange. L’unico scatto in avanti invocato è sul mercato unico, da completare perché lì il costo della ‘non-Ue’ è ancora troppo elevato. Sulle questioni economico-monetarie gli olandesi non sostengono l’esigenza di chissà quali rivoluzioni copernicane, ma esigono che si proceda lungo la via delle regole e del rigore.

    “Un’unione monetaria ha bisogno di un meccanismo di stabilizzazione in tempo di crisi. Se i 19 Stati membri dell’Eurozona mettessero in ordine i loro debiti e le loro finanze, probabilmente avremmo una stabilizzazione sufficiente”. Quindi l’affondo, a chi chiede flessibilità e chi la concede, entrambe cose difficili da far accettare dai popoli permeati di altre culture. “Il Patto di stabilità e crescita è un accordo esistente, e un accordo è un accordo”.

    Poi è tutto un arroccarsi su posizioni sovraniste e nazionali. “I Paesi Bassi riservano grande importanza ai parlamenti nazionali”. Lo si è visto quando l’Aia ha bloccato l’accordo di associazione con l’Ucraina, del resto. E non solo con l’Ucraina. Lo si è visto già nel 2005, quando il referendum popolare bocciò la ratifica Trattato che istituiva una Costituzione per l’Europa. Fu anche il ‘nee’ olandese che costrinse al più leggero Trattato di Lisbona. “È necessario ascoltare ciò che i cittadini degli Stati membri vogliono e, soprattutto, ciò che non vogliono”. Rutte lo sa bene.

    Era difficile attendersi dal premier olandese una smisurata ambizione di rilancio europeo. Ha chiesto il mantenimento dello status quo. Può sembrare tanto, in tempi di euro-scetticismo. Ma è proprio quello che è oggetto di critiche. Rutte non offre nulla vera ipotesi di cambiamento reale, che è quello che servirebbe ma che la politica tradizionale, di cui anch’egli è espressione, non è più capace di garantire.

    Tags: eurozonafuture of europemark ruttemercato unicopaesi bassiparlamento europeorigorestati uniti d'europaue

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