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    Home » Politica Estera » La Libia è in fiamme ma l’Ue sta a guardare

    La Libia è in fiamme ma l’Ue sta a guardare

    Le forze governative stanno reagendo alle violenze delle milizie ma la situazione rimane esplosiva, e mette a rischio gli accordi sui migranti raggiunti con Tripoli. Ma l'Unione europea non sembra riuscire a prendere posizioni di rilievo

    Caterina Tani</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/CTBRX" target="_blank">CTBRX</a> di Caterina Tani CTBRX
    4 Settembre 2018
    in Politica Estera
    Uomini di una milizia libica

    Uomini di una milizia libica

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    Bruxelles – Sono quasi 10 giorni che la Libia è in fiamme. Oggi, finalmente, le forze del governo libico riconosciuto internazionalmente di Faiez al-Serraj hanno iniziato a reagire all’offensiva sferrata delle milizie in rivolta, ma la situazione rimane fluida, incerta e potenzialmente esplosiva.

    L’escalation delle violenze dei ribelli della Settima Brigata vicina al capo militare Khalifa Haftar, avversario di Serraj, hanno rischiato nei giorni scorsi di compromettere la stabilità del Paese. E, con essa, l’esistenza stessa dei fragili accordi sulle politiche migratorie conclusi con l’Italia. Il rischio che una nuova, imponente ondata migratoria si riversi verso l’Unione europea è reale e tangibile.

    Nonostante questo, e nonostante la consapevolezza di quello che un nuovo esodo di massa dalla Libia potrebbe significare – per un’Unione che annovera tra i principali motivi della sua crisi esistenziale proprio la questione migratoria – Bruxelles non riesce a far altro che stare a guardare.

    Se ieri l’alta rappresentante per la per la politica Estera e di Sicurezza Federica Mogherini aveva dichiarato che la situazione in Libia non può “essere ignorata”, oggi la Commissione europea si è limitata a esprimere il proprio “sostegno per gli sforzi” delle “Nazioni Unite tesi a trovare una soluzione politica alla situazione”.

    Ricalcando quanto detto ieri e in altre, precedenti, occasioni, l’esecutivo comunitario ha anche fatto appello a “tutti gli attori legittimi” per “lavorare insieme per ottenere una soluzione politica che sia nel pubblico interesse”, dato che, come anticipato ieri “non c’è soluzione militare” possibile.

    Anche se la Commissione ha assicurato che la Guardia costiera libica continua a fare il proprio lavoro con i migranti, mentre la missione di supporto dell’Onu  in Libia (Unsmil) ha convocato una riunione tra le varie parti coinvolte “per avviare un “dialogo urgente sull’attuale situazione”, rimane la sensazione che con la troppa prudenza si rischi, in questo caso, di essere imprudenti.

    Da un lato, è un dato di fatto che l’autorità del governo sul quale l’Unione e le Nazioni Unite hanno puntato sia stata pesantemente messa in discussione dagli attacchi sferrati negli ultimi giorni dalla Settima Brigata.

    Dall’altro, al governo libico in carica è legato l’accordo sui flussi migratori, siglato a suo tempo da Paolo Gentiloni e rinnovato da Giuseppe Conte, che adesso, con il declino dell’autorità di Serraj, rischia di saltare – così come sono saltati i presidi che assicuravano il pattugliamento della costa libica e le vie di accesso al mare.

    E se sono vere le notizie trapelate dalla Libia nei giorni scorsi, secondo le quali ci sarebbero 50mila migranti pronti a salpare alla volta dell’Europa, le conseguenze di uno scenario simile potrebbero essere di portata catastrofica.

    Tanto più che, mano a mano che la situazione degenera, sempre più persone si dirigono verso la Tunisia da dove, con la complicità dei trafficanti degli esseri umani in loco, potrebbero agevolmente salire sui barconi alla volta dell’Italia.

    Intanto, dopo 8 giorni di violenze dei miliziani – che hanno lasciato 47 morti sul campo e 129 feriti – e titubanze di Serraj (forse nella speranza che un negoziato avrebbe risolto la situazione), Il consiglio presidenziale libico ha ordinato alle forze anti-terrorismo di Misurata, guidate dal generale Mohammed Al Zein, di entrare nella capitale e imporre un cessate-il fuoco.

    La preoccupazione dell’Italia

    Dall’Italia, nel frattempo, si guarda alla situazione con preoccupazione. Fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che oggi pomeriggio è prevista una riunione sulla Libia e i migranti, alla quale prenderanno parte i ministri interessati e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

    Ieri, il ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero Milanesi ha avuto un colloquio telefonico con l’inviato speciale delle Nazioni Unite Ghassan Salameh e aveva ribadito l’intenzione di tenere una conferenza internazionale sulla Libia a Roma in autunno.

    Sino ad ora, tuttavia, l’ipotesi di un intervento italiano a Tripoli non è presa in considerazione. Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha dichiarato lunedì non vi sarà alcuna “task force” italiana per la Libia e che è “compito dei libici” proteggersi e “trovare un accordo”.

    Dopo il Consiglio dei ministri di ieri, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato: “Escludo interventi militari che non risolvono nulla. E questo dovrebbero capirlo anche altri. Temo che qualcuno, per motivi economici, metta a rischio la stabilità del Nord Africa, come chi è andato a far guerre che non doveva fare”.

    Il “qualcuno” a cui si riferisce Salvini – opinione che trova concordi diversi esponenti del governo, compreso il presidente della Camera dei Cinque Stelle Roberto Fico – è la Francia macroniana, sotto accusa sia per l’attivismo militare dimostrato ai tempi della defenestrazione del colonnello Muhammar Gheddafi nel 2011 ma anche, soprattutto, per il caos delle ultime settimane.

    Nonostante le accuse, e nonostante Haftar sia considerato vicino a Parigi, fonti dei servizi lasciano intendere che in realtà  dietro ai disordini di questi giorni ci sarebbero alcuni ex miliziani dello Stato Islamico, pronti a creare caos nel Paese.

    Tags: Elisabetta Trentaenzo moaveroFederica MogheriniGhassan Salamehgiuseppe contehaftarlibyamatteo salviniMisurataMohammed al ZeinPaolo GentiloniSerrajSettima brigataTripoli

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