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    Home » Editoriali » I veri patrimoni dell’umanità

    I veri patrimoni dell’umanità

    Diego Marani di Diego Marani
    3 Dicembre 2018
    in Editoriali
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    La recente iscrizione a patrimonio dell’umanità dell’UNESCO dei muri a secco e della musica reggae, senza nulla togliere al valore di entrambi, induce ad una riflessione sul senso di questa etichetta e più in generale sulla percezione che si va sempre più diffondendo del bene culturale da proteggere come un animale in via d’estinzione.

    Se tutto quello che produce l’umanità di culturale ad un certo momento diventa patrimonio da tutelare, rischiamo a termine di vivere in un mondo divenuto museo, in uno zoo di capolavori impagliati, dove tutto è protetto ma più niente è vivo. Non può che essere lodevole salvare dalla distruzione paesaggi, città, pratiche e tradizioni culturali ma non bisogna dimenticare che l’esperienza umana è fatta anche di oblìo, di superamento del passato e soprattutto di trasformazione. L’etichetta dell’UNESCO dà prestigio e attrattiva turistica a un bene culturale, ma non lo salva dall’inesorabile corso del tempo che ne cambia il significato.

    La condizione costante del vivere umano è il divenire, il mutamento e anche la distruzione. Perché l’uomo, oltre che di ricordare ha bisogno di dimenticare. Anche come individui, se non dimenticassimo vivremmo paralizzati dal ricordo. Per paradosso, se fosse esistita un’UNESCO medievale oggi avremmo i Fori romani intatti ma forse ci mancherebbe la Basilica di San Pietro.

    Per una civiltà che conserva ce ne sarà sempre una che distrugge ma soprattutto anche ciò che verrà conservato diventerà inesorabilmente incomprensibile nella sua fissità e quindi comunque morto. Cosa capiscono di Venezia i milioni di turisti che vengono a visitarla? Venezia,  pure intatta, è in realtà già morta e forse è proprio la sua conservazione che l’ha uccisa. Quel che ne resta è il parco d’attrazioni che i turisti vogliono vedere, non Venezia.

    I divieti dell’UNESCO non fermano il tempo e possono fare ben poco contro il nuovo sentire e la diversa percezione o per meglio dire, contro la reinvenzione del passato che ogni civiltà pratica. La memoria come la storia è soggetta alla lettura che ne fa ogni epoca. Questi sono concetti illustrati molto bene da J. E. Hobsbawm nel suo classico studio “L’invenzione della tradizione”. C’è poi da esaminare cosa effettivamente protegga l’etichetta di patrimonio dell’umanità. Già oggi molti siti UNESCO sono protetti solo in apparenza, come la città di Cattaro, in Montenegro, intatta dentro le mura ma assediata da obbrobri architettonici e cementificazione. Ma poi come possiamo dire quale Cattaro, quale Venezia sia quella vera, quale sia legittimo conservare? A Venezia anche lo stadio Penzo e i suoi brutti capannoni sull’isola di Sant’Elena sono patrimonio dell’umanità?

    Le etichette e le tutele servono a poco se viene a mancare il sostrato in cui si produce l’irripetibile dell’esperienza umana, che è quello della diversità. La nostra civiltà invece combatte ogni forma di diversità. Incentrata su consumo e mercato cerca proprio il suo contrario: l’omogeneità, la prevedibilità, la ripetitività, la riproduzione in serie di merci che soddisfino bisogni tutti uguali. E quando falsamente si dice promotrice della libertà e della diversità d’espressione lo fa solo per crearsi altri mercati dove riprodurre lo stesso schema. Il turista che viene a vedere la basilica di San Marco vuole portarsi a casa come ricordo la stessa borsa di Prada che avrebbe potuto comperare al centro commerciale sotto casa sua.

    I muri a secco, la musica reggae e le tante altre espressioni culturali che l’UNESCO protegge sono scaturite da esperienze umane irripetibili anche perché oggi sarebbero economicamente insostenibili, inutili o non proficue. Viviamo in un mondo che protegge dall’estinzione quel che esso stesso quotidianamente uccide quando ostracizza tutto ciò che non è materialmente utile, produttivo e vendibile. Chissà, forse l’UNESCO ci aiuterebbe meglio a salvarci dall’estinzione culturale se proteggesse come patrimonio dell’umanità anche beni immateriali come la gratuità, la malinconia, l’inutilità, la perdita di tempo, l’aspettare l’alba in spiaggia, il cazzeggiare davanti al bar.

    Tags: culturaMuri a seccoPatrimoniounesco

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