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Le ultime disperate ore di May per salvare l'accordo Brexit:
Theresa May durante il discorso di oggi a Stoke-on-Trent

Le ultime disperate ore di May per salvare l'accordo Brexit: "Da Bruxelles importanti rassicurazioni"

La premier punta tutto sul voto di domani in Parlamento: "Altrimenti il rischio è di lasciare senza accordo o, ancor peggio, di non realizzare la separazione"

Bruxelles – Si esce il 29 marzo, niente estensione dei negoziati, niente nuovo referendum. L’unico rischio ora è che non ci sia un accordo, il che sarebbe molto dannoso, ma all’orizzonte “c’è un rischio ancora maggiore: quello di non avere nessuna Brexit”. Dunque chi vuole la Brexit, chi non la vuole ma vuole una situazione ordinata, voti l’accordo sottoscritto con l’Unione domani in Parlamento. Dopo uno scambio di lunghe lettere con Bruxelles, la premier britannica Theresa May, nelle ultime disperate ore prima del voto parlamentare di domani, decide di incontrare la stampa in un magazzino di Stoke-on-Trent, circondata da tazze e ciotole in ceramica, tipica produzione locale, per dire che dall’Unione sono arrivate “maggiori assicurazioni, anche sulla volontà di non usare il backstop” per il confine irlandese e che dunque la cosa da fare, oggi come ieri, è approvare l’accordo.

“Noi abbiamo il dovere di realizzare la Brexit”, ha ripetuto la premier, e questo è l’accordo giusto per arrivarci, anche perché, ha sottolineato, “nessuno ne ha proposto uno diverso”. In Parlamento però, dove martedì si voterà, in teoria, verso le 20 ora di Roma, la maggioranza non c’è, mancano ancora almeno cento voti nel migliore dei casi, dicono gli osservatori. In caso di sconfitta per “soli” cento voti May potrebbe sentirsi autorizzata a tentare di negoziare un nuovo accordo con Bruxelles, anche se ha solo tre giorni lavorativi di tempo per farlo, secondo un emendamento approvato la scorsa settimana. Se invece la sconfitta fosse più vicina ai duecento voti allora il Labour potrebbe chiedere un voto di sfiducia, o la premier stessa dimettersi.

La battaglia è ormai su tutto. Le proposte si accavallano e si pensa anche a complessi meccanismi parlamentari per sbloccare l’empasse. C’è anche chi, come il segretario alle Finanze Mel Stride tenta la carta della paura (o dell’ironia secondo i colleghi britannici) ed esce da un incontro con May mostrando un appunto catastrofico rivolto a chi vuol affossare l’accordo: “Niente cibo; Niente tunnel della manica”. Ma forse era solo humour britannico.

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Da Bruxelles i presidenti di Consiglio e Commissione, Donald Tusk e Jean-Claude Juncker, in mattinata avevano risposto ad una lettera di May nella quale, a seguito delle sollecitazioni giunte dal dibattito parlamentare, la premier chiedeva nuove e più forti assicurazioni in particolare sull’impegno a tenere più lontano possibile il regime di backstop (che entrerebbe in vigore se i negoziati per il ‘dopo’ che dovranno concludersi entro dicembre 2020 non arrivassero ad una soluzione per tenere aperto il confine tra le due irlande, prevedendo un controllo sulle merci già nel passaggio tra resto della Gran Bretagna e Irlanda del Nord, al fine di non porre controlli al confine terrestre). I due leader europei hanno ribadito che il testo dell’accordo non si tocca, ma che l’Ue farà di tutto per evitare di attivare il backstop, accelerando al massimo i negoziati, nei quali, come la premier chiedeva, entreranno anche le valutazioni soluzioni tecnologiche avanzate che permettano di alleggerire le pratiche doganali.

Keir Starmer, il ministro ombra per la Brexit, ha subito però bollato questo scambio di lettere come sostanzialmente inutile: “Ancora una volta il primo ministro non è riuscito ad ottenere risultati. Quel che ha ottenuto (la lettera da Bruxelles, ndr) è molto lontano dall’impegno significativo e legalmente efficace che il primo ministro aveva promesso il mese scorso. È una reiterazione della posizione esistente dell’UE. Ancora una volta, nulla è cambiato”.

Più preoccupante per May è la posizione molto negativa degli unionisti irlandesi del Dup, piccola formazione che con dieci deputati permette al suo governo di esistere. “Nonostante una lettera di presunta rassicurazione da parte dell’Unione europea, non ci sono ‘assicurazioni legalmente vincolanti’ come aveva promesso il primo ministro a dicembre. In realtà, non c’è nulla di nuovo. Niente è cambiato”, dice in una nota Nigel Dodds, il capogruppo parlamentare, preoccupato in particolare dal backstop e dalla possibilità che il Nord Irlanda resti legato alle norme UE senza poterle discutere. “Piuttosto che rassicurarci – continua -, la lettera di Tusk e Juncker rafforza le nostre preoccupazioni. Invece di lettere prive di significato, il primo ministro dovrebbe ora chiedere e ottenere modifiche all’accordo di ritiro”.

May invece, benché il contro dei Tories che hanno lasciato il governo per la questione Brexit sia arrivato a 13 persone, si è detta soddisfatta, ha insistito che queste assicurazioni sono “importanti”, e che lei punta tutto su un voto positivo domani, niente proroghe nei negoziati, niente nuovo referendum. “Lasceremo l’Unione europea il 29 marzo, non credo nella richiesta di estensione dell’articolo 50 (l’articolo del Trattato Ue in base al quale si fissano in due anni i termini per i negoziati di separazione) e non credo in un secondo referendum”, ha detto tra le zuppiere. La premier insiste in particolare sulla necessità, condivisa anche dagli europei, di una separazione ben organizzata, che limiti al massimo lo strappo: “Dobbiamo lasciare in maniera ordinata – ha detto oggi – per proteggere i nostri cittadini, il lavoro e la sicurezza”.

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