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    Home » Editoriali » Le responsabilità dell’UE in una mala Brexit

    Le responsabilità dell’UE in una mala Brexit

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    21 Marzo 2019
    in Editoriali
    An European Council meeting in Brussels

    An European Council meeting in Brussels

    In questo giornale, sin dall’inizio della vicenda Brexit, dopo il referendum, abbiamo sempre sostenuto che l’Unione europea doveva approcciare la questione con un atteggiamento visionario, che non avrebbe dovuto in alcun modo penalizzare il Regno Unito (che si penalizza già da solo lasciando l’Unione, a nostro giudizio). Avrebbero dovuto, i 27 e la Commissione, dare una grande prova di maturità e di visione politica.

    Tutte cose che non sono accadute.

    Il processo Brexit è stato affrontato a Bruxelles tenendo il profilo il più basso possibile, senza intervenire in alcun modo sulle politiche, così come se dovesse essere un destino subito secondo le linee fissate, in fondo arbitrariamente, dalla premier Theresa May. Due sono stati i “fari” dell’Unione, che poi sono risultati fioche candele: l’approccio burocratico/regolatorio, materializzatosi nelle 600 pagine (pur necessarie) dell’Accordo di separazione e quello “unitario”, con il quale i 27 sino ad oggi almeno si sono mostrati sostanzialmente uniti in questo processo. Uniti cioè sul niente, su nessuna visione del futuro, tanto quanto hanno dimostrato di fare i britannici.

    E’ vero, è palmare che tutto comincia e si consuma a Londra, in una lotta intestina nel partito Conservatore e nella evidente assenza dal dibattito dei laburisti. Ma ci fu già un primo errore dell’Unione quando un improvvido David Cameron venne a Bruxelles ad avvertire che avrebbe indetto un referendum sull’appartenenza all’UE, e che per evitare una sconfitta gli serviva uno straccio di documento nel quale si ribadisse un ampio spazio vitale e di autonomia del regno all’interno dell’Unione. Il documento, dei pezzi di carta senza alcun valore legale né vincolo politico, gli fu concesso, e, giustamente, quelli che poi iniziammo a chiamare brexiters lo ignorarono, umiliando poi il premier nel referendum. In tutti questi passaggi a Bruxelles nessuno si è posto nessun problema, nessuno si è peritato di capire cosa stesse succedendo in Gran Bretagna e nessuno ha iniziato a lavorare su una posizione dell’Unione nel caso, poi concretizzatosi, che UK decidesse di lasciare l’Unione. “Freschi come delle rose”, dicevano le nonne di chi si comportava così.

    Perché non stava scritto (e tuttora non sta scritto) da nessuna parte cosa voglia dire quello slogan da bar “Brexit means Brexit”. E l’Unione avrebbe dovuto concorrere a riempire di contenuto il significato del referendum. Invece niente, L’Unione è stata lì seduta ad organizzare un bel team negoziale e si è seduta ad aspettare i delegati britannici. Certo, Oramai era troppo tardi per avere un ruolo di leadership pari a quello che ha avuto Theresa May imponendo il suo modello di Brexit, che, ripetiamo, non era scritto da nessuna parte.

    Cosa vogliamo dire: la Norvegia, ad esempio, ha rifiutato, tramite un referendum, di aderire all’UE dunque è fuori dall’Unione, così come vuol esserlo il Regno Unito, ma ha deciso di far parte del Mercato unico e di Schengen. Visto l’oramai liso paragone con una separazione tra coniugi, possiamo dire che Oslo ha deciso un fidanzamento senza convivenza. La Svizzera ha invece scelto la strada degli accordi singoli. Un referendum decise che non era il caso di entrare neanche nello Spazio Economico Europeo, del quale fa parte la Norvegia, e dunque anche la domanda di adesione all’Unione fu ritirata.

    Due Paesi europei che hanno scelto strade diverse di avere rapporti molto stretti con l’Unione, pur non avendone mai fatto parte.

    Quando Londra decide di lasciare l’Unione, dopo oltre 40 anni, a Bruxelles cosa si fa? Niente, si organizza una bella squadra di negoziatori per regolare in maniera ordinata l’uscita (che, ripetiamo, è comunque una cosa necessaria). A nessuno viene in mente di lavorare diplomaticamente su May nei mesi di attesa prima dell’attivazione dell’Articolo 50 per tentare un’intesa sulla definizione di cosa vuol dire Brexit. Gli elettori britannici hanno solo detto che volevano uscire dall’Unione, ma ad esempio sul Mercato unico nessuno gli ha chiesto niente, e a dire il vero neanche sulla libera circolazione delle persone, per quanto secondo gli analisti sia stato uno dei motivi principali del voto leave.

    Dunque l’Unione non ha pensato nulla, non ha ascoltato nessuno che non fosse la premier (il leader dell’opposizione è andato a Bruxelles solo poche settimane fa per la prima volta, a processo praticamente concluso), non ha pensato di sentire e confrontarsi con il mondo dell’industria, dell’accademia, delle organizzazioni sociali. Non per fermare la Brexit, assolutamente, quello è stato un voto (autolesionista) sovrano. Ma per offrire a Londra la propria collaborazione nel guidare il processo.

    L’Unione ha dato una pessima prova di sé, di certo non migliore di quella che ha dato la classe politica britannica.

    Ed ora siamo lì a discutere, inevitabilmente, di tecnicismi, di basi legali, su un giorno in più, uno in meno senza avere assolutamente nessun progetto sul domani se non quello di dire “restiamo amici stretti”.

    Non ci scommetteremmo, quando collabori a portare un Paese sull’orlo del precipizio e probabilmente non sei in grado di far nulla perché non ci caschi, non è detto che i cittadini avranno un buon ricordo di te, e non solo quelli britannici.

    Tags: brexiterroriunione europea

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