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L'EDITORIALE

di Lorenzo Robustelli
Direttore di Eunews Follow @LRobustelli
L'Accordo Brexit finalmente è morto, ma il no deal non è obbligato

L'Accordo Brexit finalmente è morto, ma il no deal non è obbligato

Londra può prendere tempo per evitare l'uscita disordinata convocando un nuovo referendum o nuove elezioni, ma c'è una terza possibilità: proporre all'Unione europea una separazione morbida. Ma serve una chiara maggioranza parlamentare entro 12 giorni

Bruxelles – Il tempo è l’unica cosa che sembra avere un vero “valore” in questa vicenda Brexit, ed ora è davvero corsa contro il tempo. Questa sera i deputati britannici per la terza volta hanno bocciato l’accordo della premier Theresa May con l’Unione europea per gestire ordinatamente l’uscita del regno dall’UE: 344 voti contro e 286 a favore. Una sconfitta di 58 voti, meno che nella seconda votazione, molto meno che nella prima, ma forse questo è il massimo che la premier può ottenere.

Dunque ora c’è tempo, in sostanza, fino al 10 aprile per inventarsi qualcosa che eviti un’uscita disordinata. Il tempo secondo quanto offerto dall’unione stessa scadrebbe alla fine dell’11 aprile, ma Donald Tusk ha preferito convocare i capi di Stato e di governo dell’Unione con qualche ora di vantaggio sul momento dell’addio per avere il tempo di svolgere un Consiglio che potrebbe essere molto, molto lungo.

Mancano 12 giorni, durante i quali Bruxelles dice di star ferma ad aspettare nuove proposte da Londra. Buttato a mare il lavoro di quasi tre anni bisogna che i britannici trovino ora in fretta una soluzione che convinca gli europei continentali a concedere una nuova proroga, che a quanto pare inevitabilmente comporterà lo svolgimento delle prossime elezioni europee nel Regno Unito.

L’accordo non c’è più, in sostanza oggi si è tornati al 24 giugno 2016, il giorno dopo del referendum, il giorno nel quale il governo May avrebbe dovuto aprire un confronto con il Parlamento per decidere che tipo di Brexit fare, il giorno nel quale May decise che dalle posizioni del Parlamento si poteva prescindere. Il giorno in cui la premier sbagliò clamorosamente, danneggiando in profondità il suo Paese.

May ha assicurato che lei continuerà “a lavorare per garantire un’uscita ordinata”, ma intanto a Bruxelles e a Londra si comincia ad implementare i piani per il no deal, per il temuto non accordo con il quale, da un secondo all’altro, tutte le regole che hanno garantito ordinati rapporti negli ultimi quattro decenni sarebbero cancellate.

Lo speaker dei Comuni John Bercow oggi in Aula mentre pronuncia la parola “order”.

E’ difficile capire in che direzione si possa andare, il Parlamento britannico nel turbine di voti delle ultime settimane ha espresso una sola maggioranza “positiva”, cioè per approvare qualcosa: no a un’uscita senza accordo. Vale quel che vale, perché se si arriva al 12 aprile senza nulla di nuovo e senza un accordo la separazione ci sarà, è inevitabile.

May nel suo breve discorso dopo questa ennesima bocciatura ha in realtà insistito sul “suo” accordo, che però Bruxelles non vuol modificare e che nessuno, ragionevolmente, le permetterà di riportare al voto. Gli spazi per un’uscita ordinata sono minimi.

I laburisti, gli scozzesi dello SNP hanno offerto una soluzione che potrebbe funzionare, nell’ottica di un rinvio per aver tempo di pensare: nuove elezioni. Lo Scottish national party ha proposto prima un’altra opzione: un nuovo referendum. Questo avrebbe più chances per ottenere dall’UE un nuovo rinvio.

Probabilmente, ma non certamente. Qualche capo di governo dell’UE ha già osservato durante il Consiglio europeo della scorsa settimana che nuove elezioni o nuovo referendum non garantiscono una soluzione al problema, ma anzi potrebbero aggravarlo trascinando la situazione avanti ancora per molti mesi. Se si proroga, dicono, e poi il referendum conferma la Brexit, con questo stesso Parlamento in carica ci si ritroverebbe all’inizio del percorso. Se si andasse al voto politico e si riproponesse più o meno lo stesso scenario parlamentare di adesso, a cosa sarebbe servito richiamare gli elettori?

Il Consiglio europeo deve concedere la proroga all’unanimità: basterebbe un capo di governo testardo e tutto salterebbe. Dunque nessuna soluzione tra queste due assicura il risultato di una proroga il 10 aprile.

C’è però un terzo sentiero, molto stretto, ma che è quello che è stato indicato dalla più forte minoranza negli otto voti “di indirizzo” di mercoledì scorso: lasciare l’UE ma restare nell’Unione doganale. La proposta fu sconfitta per soli sei voti enormemente meno dei 58 di oggi contro l’accordo (per non parlare delle centinaia di voti contrari nelle due precedenti votazioni).

Forse su questo si può lavorare: dopo tre bocciature si leva dal tavolo l’accordo firmato da Theresa May e si trova una maggioranza forte, certo non di quattro o cinque voti, che fornisce all’esecutivo un mandato a trattare con l’Unione su nuove basi, garantendo che su quelle basi poi il nuovo accordo, tra un paio d’anni, forse anche meno, sarà approvato. Nel frattempo si terrebbero le elezioni europee anche nel regno, e poi i deputati decadrebbero al momento dell’uscita.

L’Unione europea non ha nessun interesse ad un’uscita disordinata del Regno Unito, sarebbe un grave danno anche per i 27, e  le sue prime scelte sono: revoca dell’articolo 50 (cioè della decisione di lasciare l’UE) e uscita il più discreta possibile, lasciando in vita più relazioni possibili. Se May si fa un po’ da parte, anche senza dimettersi, questo potrebbe essere un risultato raggiungibile: la premier si presenta a Bruxelles il 10 aprile con una proposta negoziale tutta nuova, sostenuta da una forte maggioranza e i suoi colleghi non potranno dirle di “no”.