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    Home » Cronaca » L’UE bacchetta l’Italia sulla giustizia: invece di ridursi i tempi si allungano

    L’UE bacchetta l’Italia sulla giustizia: invece di ridursi i tempi si allungano

    I dati contenuti nel rapporto annuale della Commissione. Nel 2017 per una sentenza civile di primo grado c'è voluto un mese in più rispetto al 2016. Colpa probabilmente di un Paese ricco di avvocati e povero di giudici

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    26 Aprile 2019
    in Cronaca

    Bruxelles – In tema di giustizia “purtroppo qualcuno sta invertendo le tendenze positive” registrate negli ultimi anni. Il commento del commissario per la Giustizia, Vera Jourova, ai dati contenuti nel rapporto 2019 sulla valutazione dei sistemi giudiziari degli Stati membri, si adatta anche alla situazione italiana. Il riferimento principale è quello per Polonia e Ungheria, Stati membri con procedure d’infrazione aperte per mancato rispetto dello Stato di diritto, in entrambi i casi per misure anti-giudici. E Jourova lo ricorda, senza fare normi. “Il quadro di valutazione dell’Ue arriva in un momento in cui le sfide allo stato di diritto stanno aumentando in alcune parti d’Europa”.

    Ma nella classifica delle inefficienze l’Italia non riesce a fare meno di mettersi in mostra. La giustizia italiana è sempre più lenta. Nel 2016 ci volevano 514 giorni per arrivare ad una sentenza di primo grado per contenziosi civili e commerciali, nel 2017 ce ne sono voluti, in media, 548. Un mese in più. Un dato che si riflette anche nei casi di riciclaggio di denaro, voce che nel rapporto della Commissione merita una grafico a parte. Anche qui l’Italia non si smentisce. Anzi, conferma la tendenza generale. Nel 2016 ci sono voluti 565 giorni per una sentenza di primo grado, saliti a 596 nel 2017. Anche qui, un mese esatto di tempo in più.

    Non un dato incoraggiante, tanto più che la Commissione europea da anni, nelle raccomandazioni specifiche per Paese, chiede all’Italia una riforma della giustizia che elimini lungaggini e inefficienze. Eppure l’Italia vanta la giustizia più lumaca d’Europa. Ed è solo l’inizio.

    Nessuno nell’UE deve attendere un anno e mezzo per un pronunciamento di primo grado. Ma nessuno, nell’UE, deve attendere quanto si attende in Italia per arrivare ad una sentenza di secondo grado (843 giorni, cioè più di due anni) e terzo grado (1.299 giorni, praticamente tre anni e mezzo).

    Non lavora molto meglio la giustizia amministrativa. Nel 2017 ci sono voluti 887 giorni per produrre decisioni in questi tribunali. Più di due anni. Peggio hanno saputo fare solo Cipro, Malta e Portogallo. La buona notizia è che nell’Italia dove i tempi della giustizia aumentano, i TAR diventano più veloci (-38 giorni rispetto al 2016).

    Risorse economiche e umane sembrano essere il problema dell’Italia. Il Paese è nono a livello UE per spesa nel sistema della giustizia, ma più del 60% di quello che viene investito dallo Stato finisce nei salari di giudici e personale dei tribunali. Inoltre si registra penuria di giudici. Il Paese è 23esimo su 27 (non disponibili i dati britannici) per numero di giudici per ogni 100mila abitanti: appena 10. Mentre la Penisola è quarta in Europa per numero di avvocati: 382 ogni 100mila abitanti.

    Lentezze e inefficienze incidono sulla percezione del sistema della giustizia. Solo il 39% di esse considera giudici e tribunali indipendenti. Un elemento che può incidere in negativo nelle scelte degli investitori.

    Tags: giustiziagiustizia amministrativagiustizia civileitaliaTARtempi dei processiueVera Jourova

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